[Il retroscena] Conte ora è più solo ma è anche più premier. Governo in alto mare

Immigrazione, Carige, Tav, reddito di cittadinanza e pensioni, Consob e persino la cannabis: ormai nella maggioranza è tutti contro tutti

[Il retroscena] Conte ora è più solo ma è anche più premier. Governo in alto mare

Il Garante del contratto, l’Avvocato del popolo, s’è fatto parte e gli equilibri sono destinati a cambiare nella squadra di governo dopo questo turbolento avvio d’anno. Inevitabile, si può dire, con l’avvio della campagna elettorale per le Europee che vede Lega e 5 Stelle giocare in campi diversi, persino opposti: come front man dell’asse sovranista Salvini (“se me lo chiedono, ci penso” ha detto ieri dopo aver lanciato l’alleanza con Aleksander Kazcincki, leader dei polacchi di Diritto e Giustizia); più svantaggiati e ancora in cerca di una squadra Luigi di Maio in attesa di risposte dalla multiforme galassia dei Gilet Gialli francesi. In questa partita, che finirà solo a scrutinio chiuso il 26 maggio, il premier Giuseppe Conte è la pedina che più rischia, nel bene e nel male. Più forte? Più debole? Più esposto? Più solo?  Una cosa è certa: il “Conte chi?” che ha dileggiato tanta parte di questi primi sette mesi di governo, da oggi, meglio dire da qualche settimana, non è più attuale.

Visioni di lunga durata

Più consono, invece, iniziare ad immaginare il Professore di diritto che, a maggio scorso, impressionò il Quirinale in quanto “puro establishment” benchè proposto dalla forza antiestablishment per eccellenza, come figura che si sta ritagliando un ruolo da protagonista facendosi giorno dopo giorno concavo e convesso a seconda delle necessità dei due azionisti. E siccome al Professore lo status di premier va piacendo sempre di più, l’unica cosa certa oggi è che Conte non tornerà più a fare la comparsa di Salvini e Di Maio e che, approfittando proprio della campagna elettorale da cui si terrà – ha promesso – neutrale, sta lavorando per un ruolo proprio, di garante delle istituzioni e del buon senso. Pronto, magari, dopo il 26 maggio, ad un Conte bis.

Chi, nei palazzi del potere, ama le visioni di lunga durata, sempre più difficili in un quadro politico così fluido, se lo immagina anche come “leader dei 5 Stelle qualora Di Maio, ma non il Movimento, dovesse perdere terreno e con l’ok di Casalino e Casaleggio”.  

A un passo dalla crisi

Di tutto questo si ragiona in queste ore nei palazzi della politica dopo 72 ore in cui gli indizi dello smarcamento di Conte sono diventati prove evidenti. E la crisi è ormai nei fatti. Tre giorni di crescendo, dal decreto Carige al vertice di verifica politica chiesto, rinviato, sospeso e poi ottenuto da Salvini in nottata, tornato dalla Polonia, dopo 36 ore di botta e risposta con il premier sull’arrivo di 45 migranti dall’isola di Malta. Ebbene sì: 45 migranti spingono la maggioranza a una passo dalla crisi perchè il leader leghista si trova scavalcato da Conte e dai 5 Stelle. Ed è chiaro perchè alle 20, quando atterra da Varsavia, Salvini sia furioso. Così tanto da non voler neppure andare al vertice che pure ha chiesto fin dal pomeriggio. Il vertice poi si tiene, inizia alle 23 e 40, finisce dopo un’ora. A mezzanotte e 46 minuti palazzo Chigi scrive un comunicato che è un capolavoro di reticenza. “Manteniamo - si legge - l’impegno ad accogliere donne e bambini senza dividere i nuclei familiari. Intanto il premier Conte incontrerà il commissario Ue Avramopoulos per la ricollocazione di oltre 200 migranti in attesa da agosto in sette paesi europei”. Passano dieci minuti e arriva il comunicato di Salvini, di tenore opposto: “Io non cambio idea: non ci sarà nessun arrivo in Italia finché l’Europa non rispetterà gli impegni presi ricollocando 200 stranieri. Aggiungo che ogni ulteriore arrivo dovrà essere a costo zero per l’Italia. E d’ora in poi, meglio incontrarsi prima che dopo. L’immigrazione la gestisce il ministro dell’Interno”.  In sintesi: se Conte pensava di scavalcare Salvini, il leader leghista lo rimette al posto suo.  

 72 ore di fibrillazioni

E poi però vanno messe in fila queste 72 ore dove, come in quei cruciverba dove si devono unire i puntini, salta fuori la figura di un premier più solo, più esposto ma non per questo più debole. Portata a casa in qualche modo la legge di bilancio ed evitata la procedura d’infrazione europea a costo di umiliare il ruolo del Parlamento (e di questo Conte è l’unico nel governo ad essere sembrato veramente dispiaciuto), l’anno nuovo del premier è iniziato con quell’improvviso cdm la sera del 7 gennaio con cui ha fatto ingoiare ai 5 Stelle un decreto che, fotocopia di quello Gentiloni su Mps, ha salvato Carige grazie ad un tesoretto di 3-4 miliardi.

Dispetti a catena

Il dossier Carige ha fatto cadere ogni barriera residua. E da allora si assiste ad una raffica di dispetti in un tutti-contro-tutti a tre, Di Maio contro Salvini (copione già noto) ma anche entrambi contro Conte. Il decreto salva Carige ha fatto felice la Lega, mentre è furioso Di Maio che per evitare di spiegare alla sua base com’è che il governo giallo verde ha seguito esattamente la strada del Pd ai tempi delle Venete e delle quattro banche locali, s’è inventato la richiesta di alleanza ai Gilet gialli francesi. Non è bastato, e i commenti sul web sono lì a dimostrarlo. Anche perché l’abbraccio ai Gilet gialli è stato in parte schivato dai diretti interessati. Doppio buco nell’acqua. Inevitabile a questo punto la reazione. Contro Conte, appunto. Di cui sono stati veicolati i presunti conflitti d’interesse nel dossier Carige: le tre telefonate con la famiglia Malacalza, principale azionista di Carige, nelle ore a ridosso del decreto; la presenza del professor Alpa, mentore di Conte e associato nel suo studio stando almeno al curriculum del Professore, nel cda di Carige da almeno sette anni; l’incarico per un parere pro veritate (Retelit) che il secondo azionista di Carige (Raffaele Mincione) aveva affidato a Conte prima che diventasse premier. Una lista di questioni che ieri sono diventate interrogazioni parlamentari a cui per ora Conte ha risposto dal salotto di Vespa: “Nessun conflitto, non esiste”. Interessante notare che da parte dei due soci di maggioranza non si sono alzate voci a difesa. Anzi: silenzio dei 5 Stelle; la Lega ha minimizzato. E se appena Di Maio dichiara che “la banca di Genova diventa pubblica con l’intervento dello Stato e puniremo i responsabili dello sfascio”, Giorgetti e altri leghisti sembrano concordare ma il ministro Tria parla di intervento ponte, “meglio il mercato”, altro che statalizzare.

Un pareggio che equivale a una sconfitta

Se alla Lega va la partita banche, Di Maio sembra - almeno fino a sera - portare a casa quella sui migranti: aveva detto che l’Italia avrebbe ospitato donne e bambini, Salvini gli aveva risposto picche (“non se ne parla, noi non ospitiamo più nessuno”), Conte assicura che l’Italia, in base al piano di redistribuzione deciso da Bruxelles e che coinvolge sette paesi, ne prende 45, parte di quelli della Sea-watch e della See-eye da 19 giorni in mare al largo di Malta  più altri, di altri sbarchi,  parcheggiati da settimane Malta. In nottata però la situazione si ribalta. Quello che resta è un pareggio che sa di sconfitta: per il governo, per il paese. I comunicati della notte ne sono le prova. Conte tiene il punto, “ne prenderemo una decina e saranno ospiti della chiesa Valdese”. Salvini fa altrettanto: “Prima l’Europa si prende i 200 che doveva già prendere. E sull’immigrazione decide il ministro dell’Interno”. Salvini non avrebbe lasciato alternativa: o così o crisi. E Conte, da convesso s’è fatto concavo.

Frase galeotta

E dire che fin da martedì sera, ospite di Vespa, ha ingaggiato con Salvini un botta e risposta andato avanti fino a stanotte. La frase galeotta, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato quando Conte a “Porta a Porta” ha lanciato un guanto di sfida al ministro dell’Interno: “Basta, c’è un limite alla politica del rigore, vorrà dire che andrò a prendere i migranti con l’aereo”. Da quel momento è stato un crescendo di risposte piccate, prima via Facebook poi, ieri, direttamente da Varsavia dove Salvini era in missione per conto dell’asse sovranista. “Non se ne parla, noi non prendiamo più nessuno, stop, basta, altro che aerei, noi li rimandiamo a casa, scafisti e terroristi” ha ripetuto il ministro dell’Interno in un crescendo di provocazioni in cui è arrivato a dire: “La soluzione di Conte e dell’Europa non ha senso, non sarò mai d’accordo su nuovi arrivi, è un segnale di debolezza da parte dell’Italia, io però controllo i porti e non lo spazio aereo, ma magari arrivano con il parapendio…”. Soprattutto Salvini ha rimarcato di “non essere stato coinvolto in queste decisione” e che “le riunioni si fanno prima e non dopo”. E comunque, “in Italia si arriva con aerei e documenti, è una questione di principio e dignità.  Perché noi dobbiamo correre e gli altri se ne fregano?”. Salvini chiede un vertice “per la verifica politica”. Sono le tre e mezzo del pomeriggio. I migranti stanno sbarcando a Malta. Cade il gelo su palazzo Chigi.

Bastoni tra le ruote

Il “No” di Salvini resta blindato. Atterrato alle 20 da Varsavia, il vertice della verifica politica sembra saltare quando alle 21 lo staff di Salvini comunica che “ancora nulla è stato organizzato e non è detto che si faccia stasera”. L’umore è pessimo. La crisi dietro l’angolo. Nel frattempo il team comunicazione del leader leghista invade i social di hastag e cartelli, “Salvini non mollare” e numeri. Quelli dei sondaggi istantanei che danno ampio consenso alla chiusura del titolare del Viminale. E quelli delle ricollocazioni promesse dall’Europa e mai realizzate. “Il 16 luglio 2018, dopo l'arrivo a Pozzallo di 447 immigrati, era stata prevista una ricollocazione tra i Paesi europei. Gli accordi prevedevano di trasferire un totale di 270 persone, invece i trasferimenti effettivi sono stati solo 129 di cui zero a Malta. Non solo! Il 26 agosto 2018, a bordo della Diciotti, sono sbarcate a Catania 177 persone. Anche questi dovevano essere ricollocati ma soltanto l'Irlanda ne ha presi 16. Come facciamo ad accogliere ancora quando ci hanno preso in giro per mesi?”.

A mezzanotte la verifica politica

Alle 23 e 40, con grande sorpresa un po’ di tutti, Salvini, che pure ha la febbre, lascia casa dietro palazzo Grazioli e va a palazzo Chigi. Conte lo aspetta lì. Così anche Di Maio, anche lui mezzo influenzato. “Il governo non cade ma è necessario registrare un nuovo metodo, basta fughe in avanti senza consultarsi prima” fa trapelare Salvini.  In quell’ora, oltre ai migranti sul tavolo c’è finito di tutto: il dossier Tav, consegnato ieri a Toninelli, che boccerebbe la Torino-Lione; il decreto sui Reddito e Quota 100 ancora senza le coperture necessarie su cui pesa l’incognita del Trf dei dipendenti pubblici e su cui Salvini in giornata aveva avvisato: “O saltano fuori i fondi per i disabili o non lo votiamo”. Risultato: il consiglio dei ministri previsto oggi per approvare il decreto, è stato rinviato a domani ma forse anche alla prossima settimana. Per non parlare della Consob, un siluro direzionato ieri contro Conte questa volta da Di Maio. “Risolto lo stallo, sarà Minenna” ha detto nel pomeriggio il capo grillino aggiungendo che c’era l’ok della Lega. “Veramente io non ne ho parlato” ha replicato secco Salvini. Entrambi sanno che Minenna, ex assessore della giunta Raggi e molto amico della presidente della Commissione Finanze, la grillina Carla Ruocco, non è il nome gradito a Conte né al Quirinale da cui dipende la nomina. Dunque, un’altra provocazione. Così come benzina sul fuoco, contro Conte e contro la Lega, è tornare alla carica con la legalizzazione della cannabis tanto cara ai 5 Stelle.

Se ne riparla oggi. Un altro giorno di vertici e verifiche. Dopo però che Conte, in solitudine, proverà a mettere un altro tassellino alla costruzione  della sua premiership: stamani incontra il Terzo Settore a cui vorrebbe  assicurare, con i fondi di palazzo Chigi, il ristoro dei 400 milioni in tre anni che la legge di Bilancio ha levato aumentando le tasse.