Conte rinuncia alla candidatura. A chi pensa ora il Pd mentre il "campo largo" con i centristi è in pezzi

Il Pd voleva, da un lato, fare un ‘regalo’ all'ex premier, spedendolo in Parlamento per partecipare al ‘ballo del Colle’, e dall’altro rinsaldare i bulloni di una alleanza, quella tra Pd e M5s, che il Nazareno considera un’alleanza ‘strategica’

Conte rinuncia alla candidatura. A chi pensa ora il Pd mentre il 'campo largo' con i centristi è in pezzi

Come si sa, o meglio come ci insegnavano le vecchie nonne, il Diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Il Pd aveva deciso – e lo aveva deciso ai suoi massimi livelli: il segretario Enrico Letta, il capodelegazione al governo, Dario Franceschinini, il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, il mentore di (quasi, tranne almeno Franceschini, ecco) tutti e tre, il dominus romano Goffredo Bettini e pure il neo-sindaco di Roma, Roberto Gualtieri – che doveva essere il leader del M5s, Giuseppe Conte, a correre per le elezioni supplettive del collegio di Roma 1.

Il motivo alla base della scelta operata dal Pd, ovviamente, è presto detto: si voleva, da un lato, fare un ‘regalo’ a Conte, spedendolo in Parlamento per partecipare al ‘ballo del Colle’, e dall’altro rinsaldare i bulloni di una alleanza, quella tra Pd e M5s, che – in vista del ‘gioco del Colle’, di nuovi possibili governi e pure delle prossime, future, elezioni politiche – il Nazareno considera un’alleanza ‘strategica’.
 
E cosa c’era di meglio, per andare sul velluto, del collegio uninominale del centro della Capitale che comprende le zone dei colli Celio, San Saba, Testaccio, Trastevere e Flaminio, ma si allarga fino al quartiere Trionfale e che risponde ai ‘confini’ del Primo Municipio di Roma, meglio nota come ‘città delle ztl’ o della ‘Roma bene’. Uno di quei ‘mondi’ dove il Pd fa e disfa come gli pare, a differenza delle tanto temute periferie.

Il seggio era di Gualtieri

Un seggio lasciato libero, a fine ottobre, dal neo sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il quale lo aveva ‘ereditato’ dall’attuale commissario Ue, Paolo Gentiloni, che glielo aveva consegnato nel 2019, come si ‘eredita’ una baronia: a Roma 1, da diversi lustri, decide il gotha del Pd chi si candida perché si vince, è un collegio ‘sicuro’.
Un collegio dove, essendo la carica di sindaco incompatibile con quella di parlamentare e trattandosi, giustappunto, di seggio uninominale, in base alla legge elettorale attuale, il Rosatellum, bisogna rivotare ogni volta che un parlamentare decade, si dimette – o, Dio non voglia – muore.

Si vota il 16 gennaio, in tempo per ‘riempire’, al millesimo, il plenum di palazzo Montecitorio

Si voterà, peraltro, nel collegio di Roma 1, il 16 gennaio, così ha stabilito il governo e il ministero dell’Interno, recependo le indicazioni dell’aula di Montecitorio, per rendere ‘pieno’ il plenum dell’assemblea della Camera dei Deputati in vista dell’importante elezione del Capo dello Stato che non si terrà, però, prima del 20/25 gennaio.
 
In modo tale, cioè, che il fortunello prescelto possa svolgere gli adempimenti di rito ed essere ‘proclamato’, anche formalmente, eletto all’augusta carica. In caso contrario, infatti, il seggio sarebbe rimasto ‘vacante’, il plenum dell’Aula sarebbe sceso di un’unità (da 630 deputati a 629) e anche i quorum necessari per eleggere il Presidente della Repubblica sarebbero tutti cambiati, costringendo l’aula, e pure i giornalisti, a faticose divisioni di tipo aritmetico (provateci voi a calcolare, pur con calcolatrice alla mano, i ‘due terzi’ di 1009, cioè il numero pieno, a regime, dei Grandi Elettori).

Non a caso, anche il Senato ha provveduto, per scelta endogena, a sostituire un senatore deceduto (il leghista Paolo Saviane) con un’altra leghista (Tilde Minasi) per rendere ‘perfetto’ il plenum di palazzo Madama che consta di 315 senatori eletti.

Il guaio è che Conte ci ha già ripensato. Non intende candidarsi nel collegio offerto dal Pd

Tutto bene, dunque? Sì, sembrava proprio fatta, la candidatura di Conte, nel collegio di Lazio 1, come formalmente si chiama, nei collegi Camera. Per dire, l’house organ del Pd, alias il quotidiano La Repubblica, ieri, dava già la cosa per ‘fatta’. Il guaio è che Conte medesimo ci ha ripensato e, nel volgere di una notte, ha già cambiato idea, per la disdetta e il disappunto del Pd che, tanto per cambiare, ha rimediato l’ennesima figuraccia.
 
“L’uomo del Monte”, come diceva una vecchia, famosa, pubblicità, “ha detto ‘no’!”. L’uomo del Monte, alias Giuseppe Conte, leader dei 5Stelle, ha deciso di “declinare” la proposta di candidarsi alle elezioni supplettive del collegio di Roma 1, candidatura che gli era stata offerta dal Pd, proprio in questi giorni, e dal gotha dei democrat. Lo ha spiegato lo stesso Conte, ieri, durante una conferenza stampa, convocata, peraltro, su tutt’altro, e cioè illustrare i contenuti dei ‘comitati politici’ dei 5Stelle. Si tratta del nuovo organigramma del Movimento che – giovedì e venerdì prossimo, con la solita procedura on line - sarà sottoposto al voto degli iscritti del M5s, come già è stato per la decisione di ‘approfittare’ del 2xmille (la forma indiretta di finanziamento pubblico ai partiti) e che dovrebbe, almeno in teoria, in pura astrazione filosofica, dare un volto e, soprattutto, ‘ordine’ agli organigrammi interni.

Conte – che risponde a una domanda del bravo giornalista del Foglio, Simone Canettieri, dopo aver ‘girato’ intorno alla questione per due ore di una sostanzialmente inutile conferenza stampa che si tiene nell’apposita sala della Camera, luogo dove l’ex premier può entrare solo in quanto tale - prova a cavarsela con poco, nel pronunciare il suo “Domine, non sum dignus”. “La mia dedizione completa è al Movimento, in questa fase ho ancora molto da fare, per il M5s, non mi è possibile dedicarmi ad altro”. Poi, certo, arriva il ‘grazie’ di prammatica a Letta e al Pd di cui ringrazia “disponibilità e lealtà della proposta”.

Conte ci teneva, al posto, ma “si è messo paura”, ammettono i suoi, per… Calenda

Ma l’amara verità – come ammettono a mezza bocca pure i suoi – è che Conte ci teneva, e parecchio, a entrare in Parlamento e a gestire, in prima persona, le trattative per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, non foss’altro che per tenere sott’occhio e sotto controllo le sue (riottose e divise) truppe parlamentari del suo partito. Solo che il neo-leader del M5s s’è “messo paura”.

A fargli ‘paura’, più che la (ovvia) ostilità di Matteo Renzi e della sua Iv, sarebbero stati i fulmini e saette subito lanciati da Carlo Calenda, appena è emersa, sui giornali, la sua candidatura. Il leader di Azione – che, oggi, mantiene il ‘doppio incarico’ di consigliere comunale (di opposizione) alla giunta Gualtieri e di europarlamentare (eletto con il Pd, anche qui ha sbattuto la porta del Pse e se n’è andato con ‘Renew Europe’, i liberali e radicali centristi) - infatti, inviperito dalla scelta operata dal Pd e, in prima persona, da Enrico Letta, aveva già fatto sentire, in modo come sempre roboante, la sua voce: “Incredibile il livello di sottomissione del Pd al M5s – aveva twittato già domenica – Non esiste alcun Ulivo 2.0, ma solo un patto di potere tra due classi dirigenti prive di coraggio”. Dice, ma che ti spaventi per un tweet di Calenda? Eh sì, perché Calenda era pronto a scendere in campo in prima persona, o con un suo candidato (si parlava già del leader di ‘Base Italia’, ex segretario della Fim-Cisl, Marco Bentivogli), e con l’appoggio di Iv, +Europa e altri neo-centristi per stoppare la candidatura Conte e farlo perdere.
 
In 24 ore, i violenti attacchi di Calenda e Renzi, all’ipotesi Conte candidato a Roma 1, si sprecano. Il leader di Azione arriva addirittura a prospettare una sua candidatura pur di contrastare Conte: “Farò di tutto, anche arrivare all'impegno personale, se sarà necessario, finché quel seggio non vada ai 5Stelle che hanno devastato Roma”.
 
Renzi non è da meno, ma preferisce attaccare – come suo solito - il Pd: “regalare il seggio sicuro al premier del sovranismo, all'uomo che ha firmato i decreti Salvini, all'avvocato che non vedeva differenza tra giustizialismo e garantismo (Conte, ndr.) significherebbe subalternità totale”.
 
“Giuseppe, rischi grosso, di perdere il seggio”, gli hanno subito detto i suoi. Infatti, se è vero che il collegio di Lazio 1 (cioè il centro storico di Roma Capitale) è, storicamente, appannaggio del Pd, alle ultime comunali, la lista di Azione - Per Carlo Calenda sindaco, nata in appoggio alla candidatura di Calenda, nella mitica ztl della ‘Roma bene’, aveva fatto il pieno (30% dei voti). Insomma, rischiava seriamente di far perdere il seggio sia al Pd che al povero Conte. Senza dire del fatto che il centrodestra – fiutato “l’odore del sangue”, e cioè la possibilità di poter assestare un colpo micidiale al leader dei 5S – già pensava di non presentare alcuna candidatura ‘in proprio’ e di far convergere i voti, nell’urna, su Calenda.

Il risultato finale, per il Pd come per Conte, sarebbe stato disastroso: uno smacco pesante, colossale, dunque meglio evitare altre figuracce ‘barbine’, magari ‘costringendo’ l’elettorato dem a una ‘battaglia di civiltà’ per far vincere il collegio a Conte non contro un esponente del centrodestra, ma contro un laico, liberale, riformista, centrista. Senza dire della pantomima che era subito nata, con il leader dei piccoli Verdi, Angelo Bonelli, e quello dei Comunisti italiani, Marco Rizzo, pronti a candidarsi in prima persona contro Conte e pure contro il Pd. Ne sarebbe venuto fuori uno spettacolo indegno, a pochi giorni dal voto per il Colle che, onestamente, abbisogna di gente seria.

Le ‘stoccate’ di Conte contro Calenda e Renzi, che prova a rassicurare: “conterò lo stesso”

Naturalmente, Conte, in conferenza stampa, non ci vuole stare, a passare per il pungiball di rito. Il presidente del M5s quindi fa un passo indietro: confessa di averci pensato seriamente, questa volta, alla candidatura. Ma poi getta la spugna: “Ringrazio Letta per la disponibilità e la lealtà, ma dopo un supplemento di riflessione ho capito che in questa fase ho ancora molto da fare per il M5s. Non mi è possibile dedicarmi ad altro”.

Tira poi una stoccata, in conferenza stampa, proprio a Calenda: “quando uno vede delle uscite saccenti e sguaiate, è inevitabile prendere atto che, più che un ‘campo largo’, rischiamo di diventare un campo di battaglia. Non ci sono i presupposti per costruire una collaborazione così larga”, dice, e qui ce l’ha con Renzi e Calenda.

Poi rassicura alleati e avversari sul fatto che “la mia presenza in Parlamento non è necessaria, ma questo non mi impedirà di partecipare da protagonista all’elezione del Capo dello Stato, da leader del principale partito di maggioranza”.

E, infine, rispetto alle – ormai continue, ripetute, quasi ossessive – avances di Silvio Berlusconi nei confronti del M5s, al fine di accattivarsene le simpatie perché crede ancora, il Cavaliere, di avere chanches in vista della ‘corsa per il Colle’ – dice che “Berlusconi non sarà il candidato del M5s. Rispetto per lui, ma abbiamo altre visioni, obiettivi e soluzioni diverse per il Capo di Stato”.

Il Pd, che ora dovrà ‘fare da solo’, convergerà sul nome che già si scaldava, Enrico Gasbarra

In ogni caso, resta il punto, di non facile soluzione: il Pd dovrà fare da solo, a Roma 1. Il candidato prescelto, in realtà, c’era e c’è già. I ‘maggiorenti’ romani del partito, Claudio Mancini in testa (parlamentare dem, ex uomo di Bettini, ora messosi in proprio, Mancini è l’uomo che, per capirci, la candidatura di Gualtieri a sindaco se l’è inventata e l’ha imposta, a Letta) vogliono metterci, come candidato di collegio, l’ex dc-ex PPI-ex Margherita Enrico Gasbarra, peraltro forte di suo, nei consensi e nei rapporti. Profilo di riformista, oltre che ex democristiano, schietto, aperto, uomo di mondo e di relazioni, dopo un’esperienza all’Europarlamento, Gasbarra – già presidente della Provincia di Roma e vicino a Francesco Rutelli, quando questi era sindaco – non smania per il seggio, ma neppure lo disdegna.
 
E così andrà, anche se Letta avrebbe preferito una donna: la presidente della donne dem, Cecilia D’Elia, zingarettiana, o Annamaria Furlan, già leader della Cisl, oggi tra i ‘saggi’ delle Agorà, dovrà cedere – come sempre succede, a Roma – a chi, nel Pd romano, comanda davvero, e cioè Zingaretti da un lato, Franceschini dall’altro e Mancini in mezzo, che le comunali le ha vinte lui.
 
Inoltre, come già dice il renziano Michele Anzaldi, che intravede in Gasbarra “il profilo di un sincero riformista, radicato nel territorio”, magari persino con l’ok dei riottosi centristi. Non a caso, proprio Calenda, una volta bocciata e estromessa dal campo la candidatura di Conte, prova a deporre le armi, verso il Pd, e rinnova la richiesta: “Allora, prima di combinare un altro macello facendosi dire di no da Conte, possiamo sentirci cinque minuti? Magari può essere utile per tutto il campo del centrosinistra”, dice il leader di Azione alla presentazione del libro dell'ex-sindacalista Marco Bentivogli. Nome quest'ultimo più volte evocato proprio per il collegio di Roma 1, pure da quelli di Italia Viva.
 
Tutto è bene quel che finisce bene (si fa per dire), dunque. Gasbarra vincerà il collegio, parteciperà, fresco di nomina, all’elezione del Capo di Stato e terrà ‘in caldo’ quel collegio – il mitico collegio di Roma 1 - per il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, uno a cui piace ‘vincere facile’ e che a quel seggio, da tempo, pure assai ambiva. Solo che Zinga preferisce prenderselo avendo una intera legislatura davanti e non un anno solo, come toccherà, invece, al buon Gasbarra. Poi, magari, il candidato a governatore del Lazio, nel 2023, quando si voterà, sarà proprio Gasbarra, in uno di quegli ‘scambi’, o ‘castelli dai destini incrociati’, come avrebbe detto Italo Calvino, che rappresentano una ‘classicissima’, dentro il Pd come dentro la filiera del Pci-Pds-Ds.