[il caso] Conte parla ma dice poco sul “suo M5s”. I mugugni crescono. E anche le correnti nel Movimento

Intanto Letta ha avuto un faccia a faccia con Di Maio. L’ex premier non scioglie i nodi chiave: vincolo del secondo mandato e rapporti con Rousseau. C’è chi pensa di lasciare per non dare più soldi “a chi ti sbatte la porta in faccia”

L'ex premier a confronto, Letta e Conte (Foto Imagoeconomica)
L'ex premier a confronto, Letta e Conte (Foto Imagoeconomica)

Giuseppe Conte parla per mezz’ora in diretta streaming ma dice poco sul futuro del Movimento e quel poco scontenta buona parte degli eletti. Enrico Letta parla assai meno, e non sui social, ma dice molto di più negli incontri bilaterali con tutti i leader delle forze di centrodestra e centrosinistra.  Ieri ha incontrato Di Maio. Mancano ancora all’appello i due Mattei, Renzi e Salvini. E non è un caso. Ma, per motivi diversi, non può fare a meno di entrambi. 

Letta deciso, Conte ancora confuso

Il segretario dem sembra aver preso in mano l’alleanza di centrosinistra dove i 5 Stelle hanno perso quella golden  share che contavano di avere, o qualcuno glielo aveva fatto credere, finchè è stato in sella il Conte2. Ha avviato “il cantiere Pd-M5s-Leu”  con i 5 Stelle di Conte e come era stato promesso. E ha avviato anche il cantiere della legge elettorale che, come è noto, significa mettere in agenda la fine della legislatura e il voto. Più tra un anno che tra due, cioè a scadenza naturale. Il problema è che Conte è appena al progetto di massima del “nuovo” Movimento 5 Stelle confuso e frastornato senza un leader nè un piano, senza  identità nè visione. Per il progetto esecutivo - da quello che si è capito giovedì sera nella diretta social -serve ancora tempo. Ma di tempo non ce n’é. La campagna di autunno deve iniziare, sono oltre mille i comuni al voto in ottobre tra cui grandi città come Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli. Il candidato sindaco Pd-M5s che doveva essere  il suggello dell’alleanza strutturale è un’operazione che non decolla nella Capitale ed è ancora molto indietro nella altre grandi città. Restano due mesi per trovare l’accordo. Ma prima il Movimento deve decidere cosa diventare, come strutturarsi e con quali regole. Un progetto affidato a Conte da mesi. Di cui si attendeva giovedì la spiegazione. 

Poche risposte. E vaghe 

Che però è arrivata poco e “male”, nel senso che le domande restano ancora adesso più delle risposte. E si parla di domande fondamentali come cosa succede con la regola del secondo mandato. Grillo ha già detto che resta in piedi, un pilastro fondamentale. Ma questo significa che più della metà dei parlamentari e amministratori locali collegati l’altra sera sono destinati a perdere il lavoro. Parliamo di tutti i big 5 Stelle, da Di Maio a Taverna, da Patuanelli a Fraccaro, da Castelli a Tofalo. Con tutto quello che questo significa circa esperienza , conoscenza dei meccanismi e delle dinamiche d’aula. Significa ricominciare da capo. Ecco, su questo che doveva essere i punto chiave, Conte ha tergiversato. E questo non è piaciuto. Almeno a giudicare dalla chat dei parlamentari che, racconta chi vi partecipa, oscillano” tra mutismo e nervosismo”. Con una domanda ricorrente. “Che vuol fare delle persone, dei parlamentari? A sentire lui primo o secondo mandato è quasi indifferente”. 

Il malumore nelle chat dei gruppi

I gruppi rischiano una nuova emorragia di eletti verso il gruppo misto, stavolta non per dissensi politici ma per la sensazione che per molti il destino sia un mesto ritorno a casa. Il taglio dei parlamentari produrrà che se alla Camera nel 2018 entrarono 226 persone, nel 2023 saranno se va bene 50-60. Con il ricambio imposto dal vincolo del secondo mandato, saranno una dozzina quelli riconfermati. Molti di loro non saranno più ricandidati. Uscire ora dal Movimento significa “risparmiare” qualcosa come 100 mila euro di mancati versamenti da qui alla fine della legislatura. Un bel risparmio. A cui molti stanno pensando.

Ma vediamo cosa ha detto Conte. Ad esempio che “la democrazia rappresentativa non è eliminabile” e che quindi il concetto “uno vale uno” non vale più. La scelta dei candidati sarà cosa sua, di Conte, e non più di Rousseau. Mai più candidati con una decina di clic, “servono persone competenti”. Ha detto che ci sarà “uno Statuto con nuove regole e idee chiare” per una vera e propria “rifondazione” del Movimento che però è sempre più la “fondazione del partito”. Chi pensava o sperava in un’operazione di marketing politico, resterà deluso. I pilastri saranno, manco a dirlo, “onestà, identità e uguaglianza”. Il cuore saranno “le piazze delle idee” (un po’ come le agorà del Pd di Letta, non s’inventa nulla). Un partito “verde” ma non dice come visto che i Verdi in Italia ci sarebbero già.  Tra le poche cose chiare è il “no alle correnti interne” e che dovrà essere un partito “accogliente”. 

Le dimenticanze

Di fronte a questo - e cioè che Conte s’è preso un partito (“il mio M5s”) senza la fatica di crearlo e farlo crescere e lo sta blindando a sua immagine e somiglianza insieme con Grillo - sono evidenti le dimenticanze: il secondo mandato, appunto; come finisce con Casaleggio e la piattaforma Rousseau a cui nessuno vuole più dare i 300 euro al mese  (circa quattro milioni di euro sommando gli eletti per i cinque anni della legislatura) ma Casaleggio ne pretende già adesso 450 mila e intanto ha creato una corrente con il Manifesto Controcorrente. Il fatto che Conte non abbia ripetuto quanto già annunciato da Grillo dieci giorni fa - nessuna rottura con Casaleggio, confermato il vincolo del secondo mandato - significa che la decisione vera è ancora da prendere. Conte ha detto che dopo Pasqua sarà più preciso.  Ma intanto gli eletti si macerano nel dubbio. “La domanda che si fanno tutti in queste ore è: quando decidiamo che fare? Uscire ora, per tanti significa addio ai versamenti, risparmiare fino a 100mila euro se la legislatura arriva a termine. Li daresti a uno che ti sputa in faccia?” ragiona a voce alta un senatore al secondo e quindi ultimo mandato. “Conte ha promesso ascolto e chiarimenti dopo Pasqua - continua - ma il punto è come: un altro sfogati dove ognuno dice la sua e poi decide lui è inutile…”. 

In realtà Conte è più avanti 

Chi è più vicino a Conte la vede in maniera totalmente diversa. E racconta un’altra storia. I sondaggi riservati benedicono la scelta Conte “senza neppure sapere che tipo di partito farà e con quali idee”.  Subito dopo Pasqua l’ex premier avvierà una serie di incontri, a distanza, con sindaci, consiglieri regionali, senatori e deputati. Tutti separatamente. Spiegherà il progetto politico nuovo, “con una struttura quasi del tutto da partito tradizionale, con un netto profilo europeista, centrosinistra, qualche somiglianza con i Verdi tedeschi e l'apertura sui diritti civili”. Dicono che abbia una sua rete forte anche nei gruppi parlamentari. “Ha le idee chiare, ha parlato con tanta gente” raconta chi ha più contatti con lui. E queste idee si traducono nella volontà di disfarsi di molto vecchio M5S, legato, come lui stesso ha spiegato, a una vecchia stagione, a vecchi linguaggi. “Farà pulizia -  si assicura - Se poi gente eletta con trenta voti andrà al Misto, pazienza, non perdiamo molto".

Il progetto del nuovo partito non sembra “troppo rivoluzionario”: non assumerà una vera struttura “federale” come i partiti classici, “le sedi territoriali non avranno autonomia giuridica”, tornerà il fundraising “anche di piccole somme” e non ricorrerà a fondi pubblici. Al massimo il 2x1000. Di sicuro i prossimi eletti non verseranno più a Rousseau ma al partito “e questo - si spiega - darà più autonomia nella gestione della quota di fondi sul territorio”. Una struttura del genere, tra centro e territorio, avrà bisogno di tanti dirigenti - ecco una buona soluzione per i tanti big costretti a stare fuori - sia a livello centrale che periferico. Soprattutto “avranno deleghe precise di funzioni, non saranno scelti a colpi di clic ma dovranno essere espressione della linea assunta dal Movimento”. Quindi graditi a Conte. Anche sul simbolo l’ex premier non potrà rivoluzione troppo: le Stelle sono ancora molto attrattive. E ci saranno ancora. 

Ma le correnti sono già tre

Un ragionamento a parte merita il no categorico di Conte “ a correnti e cordate di potere”. Peccato che il giorno dopo Letta abbia incontrato Di Maio. Siamo sempre nell’ambito dei colloqui di presentazione e di sondaggio sulla legge elettorale. Ma a che titolo Letta ha incontrato Di Maio se non in quanto referente  di una corrente del Movimento?   Quello che è certo è che Di Maio non pare assolutamente turbato dal vincolo del secondo mandato (di cui lui stesso sarebbe vittima). A chi gli ha potuto chiedere come si vede nel suo futuro ha risposto: “Al ministero degli Esteri”. Del resto se è vero che non possono più bastare i clic (Di Maio ne ottenne 189 nel 2013 per entrare in Parlamento) è anche vero che una competenza come la sua non potrà essere messa da parte. 

Ma il tema correnti esiste. Se ne contano almeno tre. Nate prima dal nuovo Movimento di Conte. Casaleggio ha la sua (Controvento) il cui pezzo forte è Di Battista. Sibilia e Nesci fanno crescere la loro (Parole Guerriere) che è andata molto avanti nella proposta tematica e organizzativa, ha già un simbolo - “ Italia Più 2050” - sta raccogliendo consensi in Parlamento e nei territori e ha un tesoriere. “Come tesoriere dell’associazione culturale Italia più 2050  - ha detto ieri Lorenzo Chieppa - ho apprezzato l’invito di Conte ietto il suo invito a realizzare forum di formazione permanente, per aprire la discussione anche a organizzazioni come la nostra sui temi e le proposte, coinvolgendo anche noi componenti della società civile”. Italia Più 2050 si offre come centravanti nel tema della transizione ecologica, “la costruire del futuro dell’Italia sulle questioni legate all’economia e all’ambiente nel post pandemia”. E poi c’è Di Maio. Che Letta ha voluto incontrare separatamente. Il partito di Conte e le sue correnti.