La lunga giornata di Conte contro tutti e il timore che l'Italia si ribelli come ha fatto Napoli

La firma al nuovo Dpcm slitta a causa dei forti contrasti fra premier, alleati di governo e presidenti delle Regioni. E la piccola rivolta del capoluogo campano fa riflettere

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

Questa volta il premier si prende tutto il tempo che gli serve. Il nuovo Dpcm, la cui firma era prevista sabato sera e al quale sarebbe dovuta seguire una conferenza stampa per illustrarlo agli italiani, slitta a oggi, domenica, quando scopriremo tutti di essere entrati, assai poco preparati, psicologicamente e socialmente, in un nuovo lockdown di fatto. La giornata di sabato Conte la passa rinserrato a palazzo Chigi con riunioni continue, in presenza e in videoconferenza, con tutti. Vertici delle Regioni, dei comuni, delle opposizioni, compresa una inedita conference call con i capigruppo di tutti i partiti, di maggioranza come di opposizione. Il testo del nuovo dpcm che entrerà in vigore da lunedì 26 ottobre e durerà fino al 24 novembre (un mese pieno, di fatto), viene limato, riscritto, rinviato e rimodulato per tutto il giorno in un lavoro incessante e senza sosta, una tela di Penelope faticosa e assai improba. 

Un decreto lungo un intero giorno di passione 

E così la giornata di sabato – che doveva essere quella decisiva – trascorre e corre via, invece, in un lungo, infinito, giorno di riunioni per preparare la nuova stretta, ascoltare le esigenze degli amministratori locali, oltre che gli appunti delle opposizioni ma anche delle forze interne alla maggioranza, forze che come al solito sono divise tra loro. La giornata del premier Giuseppe Conte gira dunque tutta intorno al nuovo Dpcm che, tra le altre cose, potrebbe chiudere palestre e cinema, sconsigliare (o vietare, non è ancora chiaro…) gli spostamenti. E soprattutto, ma su questo si è aperto un delicato dibattito, impedire di entrare nei ristoranti dopo le 18 e per tutta la giornata di domenica. Una mazzata non da poco per ristoranti e pubblici esercizi. Ad ogni modo, ciò che si è tentato di scongiurare per mesi - il famigerato nuovo, o secondo, lockdown - sembra riaffacciarsi e materializzarsi, anche se in maniera meno totalizzante rispetto alla scorsa primavera, nel tentativo di salvaguardare almeno le attività economiche e didattiche.  

I confronti dentro la maggioranza e con l’opposizione 

A Palazzo Chigi i confronti iniziano la tarda mattinata di ieri: il premier fa il punto con i ministri (in presenza tutti, tranne Boccia, isolato perché positivo al Covid che ha contratto dalla moglie, Nunzia De Girolamo, e in isolamento) e tutti i capi delegazione di maggioranza (Bonafede, Bellanova, Speranza, Franceschini). Poi, dopo pranzo, vengono sentiti prima i leader dell’opposizione (Salvini, Meloni e Tajani) e poi anche i capigruppo di maggioranza e opposizione, fatto davvero inedito per un dpcm. Il momento è delicato e Conte vuole coinvolgere tutti, non vuole farsi accusare di aver deciso tutto da solo. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, che ha voluto fortemente l’incontro con i capigruppo di opposizione, parla di “un incontro costruttivo grazie al dialogo franco e diretto sui temi: stiamo cercando di dare ulteriori indicazioni per il miglioramento del Dpcm attraverso il rapporto diretto con i capigruppo di maggioranza e opposizioni, senza polemiche”. Il ministro, con il pensiero alle manifestazioni violente dell’altra notte a Napoli – che preoccupano molto il governo, e non solo la Lamorgese, anche a causa dell'annuncio che corre in Rete di possibili repliche di tafferugli a Milano e Roma - sottolinea che “l'interesse di tutti è la tenuta sociale del Paese”. Il capogruppo dem, Graziano Delrio, solo pochi giorni fa aveva avvertito il premier in faccia, direttamente, parlando in Parlamento con toni accorati: “Non sottovaluti, presidente, la rabbia sociale e l’impazienza montanti”. 

Il governo teme molto che “l’Italia diventi come Napoli” 

Ed ecco che l'ultimo Dpcm in ordine cronologico sull'emergenza Covid, per Giuseppe Conte diventa anche e subito il più difficile. Rispetto alla prima ondata, il clima nel Paese è cambiato e il timore di un “effetto Napoli” che si diffonda nel Paesi e incendi anche altre grandi città bussa alle porte di Palazzo Chigi. Nella sede del governo si susseguono, freneticamente, le call conference tra Conte e i capidelegazione, inframezzate dall’inedita riunione tra il premier e i capigruppo di maggioranza e opposizione. In bilico tra la necessità di un lockdown di fatto e il brusio di un Paese stanco, sfibrato, deluso e amareggiato, in queste ore, è chiamato anche a destreggiarsi con una maggioranza che, dalla seconda ondata del virus, rischia di uscire a sua volta frammentata e più divisa che mai sulle misure da prendere per affrontare la pandemia come sul Mes e altro.  

La linea rigorista e quella soft dentro la maggioranza  

Il Pd, da tempo, affianca il ministro della Sanità Roberto Speranza nella linea più rigorista laddove Conte, almeno fino a ieri, sembrava vicino all'approccio più morbido sposato da Italia Viva e, con minor vigore, anche dal M5S. Ma l'impennata c'è, attendere ancora - è il ragionamento che si fa a Palazzo Chigi e che lo stesso premier fa ai capigruppo - sarebbe rischioso. La lettera appello dei cento scienziati a Mattarella e i suoi richiami all’unità hanno lasciato un segno di nuova consapevolezza nel premier. E l'obiettivo, nella strategia del premier, diventa quello chiudere ora per salvare il Natale, caro a tutti gli italiani. Non è un caso, infatti, che l'ultima bozza del Dpcm metta in campo misure in vigore fino al 24 novembre, quando, nel governo si spera di poter ricominciare ad aprire i negozi e tornare a far rifiorire le classiche compere natalizie. Eppure, anche le misure limate nel testo che inizia a circolare nel tardo pomeriggio di ieri non convincono tutti. Iv, ad esempio, si fa portavoce di tutti quei settori - dai ristoratori alle piccole partite Iva - secondo i quali chiudendo alle 18 chiuderebbero per sempre.

Boschi: "Dicano prima quali risorse ci sono"

“Il governo deve spiegare le ragioni tecniche per cui ritiene di dover chiudere senza cercare altre soluzioni e soprattutto dovrebbe quantificare le risorse che verrebbero messe a disposizione per i ristori e in che tempi”, chiede secca la capogruppo di Iv, Maria Elena Boschi, al premier. Riproponendo anche il tema sul quale la maggioranza, dopo gli Stati Generali M5S, rischierà di sfracellarsi: il Mes. Nella riunione con i capigruppo - parallela a quella tra il ministro Boccia e le Regioni - tiene banco il nodo dello stop agli spostamenti tra le Regioni. E' uno stop che, al M5S, piace poco. Ma, limitarsi a raccomandare di non uscire dal proprio Comune è una misura che rischia di essere inutile, protesta l'ala più rigorista. Tutti dubbi ai quali si affiancano le velate accuse interne alla maggioranza. Con il Movimento 5 Stelle a dir poco indispettito dal pressing del Pd sulla ministra Lucia Azzolina, la quale, per tutta risposta, in queste ore, punta il dito con insistenza sulla “mancanza di coordinamento da parte del Mit” sui trasporti e cioè sulla dem De Micheli.  

Il governo pensa al Natale, le Regioni alle chiusure 

E poi ci sono le Regioni, che quasi all'unisono chiedono lo slittamento dello stop ai ristoranti alle 23. A fine giornata, dopo tutti questi stop and go, diventa dunque evidente che un testo non c'è e, anche se c’è, non è quello definitivo. Il previsto varo del Dpcm e la prevista nuova conferenza stampa da tenere in diretta tv agli italiani slittano di ora in ora fino a finire fissati, un po’ vagamente, oggi domenica. Nella notte di sabato inizia una nuova riunione tra Conte e i capi delegazione della maggioranza per fare il punto della situazione. La sola misura su cui c'è unanimità di accordo è quella di mettere in campo, nei prossimi giorni, con un decreto legge ad hoc, le iniziative di ristoro per i settori in difficoltà, cioè un nuovo decreto economico e pure costoso. Ma il rischio di nuove proteste è alto e le opposizioni sottolineano, tutte, la loro insofferenza crescente.  

L’insofferenza crescente delle opposizioni 

Del resto, già dal confronto pomeridiano le opposizioni non erano uscite soddisfatte. Il leader della Lega Matteo Salvini dice che “servono subito tamponi a domicilio, assunzioni di medici e infermieri, più autobus e metropolitane, cure a casa per i malati meno gravi”. Insomma, per Salvini “servono soldi, veri e subito, sui conti correnti di chi sarà danneggiato da nuove limitazioni o chiusure: prendersela con palestre e piscine, bar e ristoranti, cinema e teatri, non serve a niente”. Anche Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia non fa sconti al Governo: “Naviga a vista”, attacca. Più sfumata la reazione di Forza Italia, che parla di pesanti responsabilità dell'esecutivo ma vuole evitare polemiche spingendo invece per i ristori a chi sarà costretto a chiudere la propria attività. Da questo punto di vista, come detto già prima, anche Italia Viva spinge forte sulla protezione degli esercenti e su un nuovo decreto legge ‘ristoro’ per negozianti e commercianti cui il governo inizia a pensare. Dentro all'esecutivo, comunque, si tenta di mantenere un'unità, di certo fittizia, ma almeno di facciata.  
Il vero fronte problematico è quello delle Regioni.

No al lock totale: la posizione degli amministratori locali

I fronti problematici non mancano: uno viene aperto dagli amministratori locali, ascoltati dal ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia. Diversi governatori avrebbero espresso forte contrarietà alla possibilità di bloccare gli spostamenti tra Regioni (divieto che, in effetti, non figurava nella bozza di dpcm che era circolata ieri pomeriggio). 
E il presidente della Campania Vincenzo De Luca, nel corso della riunione, chiede di innalzare la didattica a distanza delle superiori dal 75% al 100% perché i dati della sua Regione dimostrerebbero un aumento dei contagi di 9 volte negli istituti scolastici. D'altra parte, De Luca fa una notevole e incredibile marcia indietro rispetto alla decisione di un lockdown ‘duro’ da lui deciso appena due giorni fa: il governatore campano non è convinto dalla chiusura alle 18 di bar e ristoranti, a maggior ragione se non si prevedono compensazioni economiche per le chiusure. La volontà del governatore ora sarebbe di mantenere la chiusura alle 23. Anche il governatore della Liguria Giovanni Toti è scettico sulla chiusura di bar e ristoranti alle 18. Insomma, l'ultimo weekend di ottobre passa con misure differenziate regione per regione sui diversi ‘coprifuoco’ che peraltro potrebbero restare appannaggio dei governatori, senza una direttiva centrale. In Lombardia e in Piemonte i centri commerciali sono rimasti chiusi e sempre su questo fronte arriveranno presto nuove norme anche dalla Toscana mentre nel Lazio si permette di stare fuori un po' di più, sino alle 24. 

Le ipotesi in campo

Finisce che il continuo dibattito sull'impatto del ‘lockdown soft’ diventa sfibrante e si allunga fino alla serata di sabato: la firma di Conte slitta a domenica così come la conferenza stampa inizialmente prevista da Palazzo Chigi. Restano aperti i nodi dei ristoranti e degli spostamenti tra Regioni, ma appare scontato lo stop da lunedì a piscine e palestre, cinema e teatri. Le scuole superiori andranno verso una didattica a distanza sempre più forte, mentre sarebbero esentati nidi, materne, elementari e medie. Negozi, estetisti e parrucchieri potranno restare aperti. Nei ristoranti, salvo sorprese dell'ultimo minuto, si potrà consumare nei locali solo fino alle 18 e in non più di 4 persone al tavolo, salvo famiglie conviventi. Gli spostamenti tra comuni non dovrebbero essere vietati ma “fortemente sconsigliati” sì. Ma siamo nel campo dei ‘si dice’. Solo oggi si saprà tutto.