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[L’analisi] Conte, la mediocrità ambiziosa dello sconosciuto che governa l’Italia sull’orlo del baratro

Con quella sua aria da cicisbeo, il baciamano perfetto alla padrona di casa, la galanteria di una certa classe nei modi affettati e l’inglese finalmente masticato bene pur con un forte accento italiano, se non altro ha rassicurato i signori del mondo: negli intervalli di lavoro, potevano non parlare di Milan e di Fiorentina, o di gnocche e culoni inchiavabili

[L’analisi] Conte, la mediocrità ambiziosa dello sconosciuto che governa l’Italia sull’orlo del...

Con quella erre moscia da chansonnier e il suo ciuffo degli Anni Sessanta quando Sivori portava i calzettoni bassi e infilavi i 45 giri nei mangiadischi, Giuseppe Conte questo sconosciuto qualche cosa ha ottenuto a Charlevoix in Canada, dentro al Mansoir Richelieu, presentandosi ai sei giganti del Mondo: il settimo saremmo noi, se non ci scappasse da ridere. Dei premier italiani che l’hanno preceduto, ai governanti della Terra che se lo scrutavano con una certa curiosità cercando di capire da dove arrivasse questo professore così elegante con la sua pochette al taschino e le giacche sartoriali, ricordava senza dubbio quello meno peggio: cioé l’ultimo, Gentiloni. Non ha fatto le corna nelle foto di gruppo, non ha chiamato il presidente americano con una fischiata alla Trapattoni, e non s’è aggirato come un bulletto capitato lì per caso spiccicando a male pena due parole d’inglese, I love you e Manchester United, che servono molto poco in quel consesso. E’ apparso un signore educato e rispettoso.

I premier stranieri, beati loro, non hanno visto la scenetta di lui che finalmente arriva per parlare con i giornalisti e fa giusto in tempo a rispondere sul tempo che fa che alla terza domanda sull’Italia arriva Rocco Casalino e se lo porta via come un cameriere, dicendo solo agli ossequiosi cronisti «ci parlate dopo». Con quella sua aria da cicisbeo, il baciamano perfetto alla padrona di casa, la galanteria di una certa classe nei modi affettati e l’inglese finalmente masticato bene pur con un forte accento italiano, se non altro ha rassicurato i signori del mondo: negli intervalli di lavoro, potevano non parlare di Milan e di Fiorentina, o di gnocche e culoni inchiavabili.

Lui s’è anche detto soddisfatto

"Il bilancio è positivo". E il Corriere della Sera, che lo ossequia con grande premura, sottolineando come si sia mosso con disinvoltura «giocando su più fronti», suscitando l’ammirazione del presidente americano «e un pizzico di confusione nel suo stesso staff», forse perché ci ha messo più di due minuti a trattarlo come un cameriere anziché farlo subito. In verità, Giuseppe Conte assicura il contrario: «Non rinuncio alle mie prerogative. Ho ottimi rapporti con Di Maio e Salvini, ma io mi assumo la piena responsabilità di guidare questo governo e indirizzare la politica». L’impressione è che questo premier sia ancora tutto da scoprire, anche per colpa dei giornalisti italiani, che hanno una tendenza innata a servire chiunque, come i loro padroni, e quindi sono poco propensi a raccontare.

Il giorno del suo discorso al Senato, che Conte ricorda come il migliore (fonte Corriere della Sera), si sono dilungati in ammirate cronache elogiative, dimenticandosi per esempio di accennare soltanto a una gaffe abbastanza enorme, quella in cui il premier parlando di Giustizia cita «il principio di colpevolezza». E alla Camera, chissà se avrebbero fatto lo stesso con la scivolata sul congiunto di Mattarella se non ci fosse stato Del Rio, si chiama Piersanti, presidente, ed era il fratello, Piersanti si chiamava! E comunque alla Camera, in realtà, più che un programma di governo era stato presentato un diligente ma incompleto elenco di buoni propositi (non una parola su scuola e cultura), «una sorta di indice senza proposte concrete», come osserva il giurista Sabino Cassese, «che sottovaluta problemi gravi come quello del debito pubblico a cui sono dedicate solo due righe».

I complimenti di Trump

In ogni caso, da Charlevoix, a differenza della partenza con le polemiche sull’aereo, torna senza dubbio con qualche merito incassato. I complimenti di Trump, a great guy, un ragazzo fantestico, una brava persona: «Farà un grande lavoro. Gli italiani hanno fatto bene». E quelli di Salvini: «Il presidente del Consiglio Conte finalmente ha rappresentato l’Italia con la sua dignità e il suo orgoglio senza andare davanti ai potenti con il cappello in mano a dire sissignore». Certo, Trump ha tutto l’interesse a indebolire l’Europa e soprattutto l’euro, e l’Italia che è diventata una mina vagante gli fa gioco. E diciamo che Salvini è parte in causa. Tutti questi elogi potrebbero sembrare interessati. Eppure, già nelle dichiarazioni che il prenmier ha rilasciato a conclusione dei lavori, si nota qualcosa di giusto. Ha ragione da vendere quando dice che «l’immigrazione è in cima alla mia agenda e andrò a Bruxelles invertendo lo schema a cui siamo abituati: saremo noi a valutare gli altri, non il contrario». E vorremmo tanto credergli quando accenna al colloquio avuto con Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale: «Abbiamo parlato di conti e mi ha riferito che non c’è alcuna preoccupazione nei confronti dell’Italia».

Purtroppo, il discorso con cui il presidente del Consiglio ha ottenuto la fiducia in Parlamento è stato ascoltato con più attenzione all’estero che dai giornalisti italiani. E le tensioni sui mercati sono salite sin dal giorno dopo. I titoli di assicurazione contro il default sono saliti a 205 punti, indice di crescente probabilità del fallimento dell’emittente Italia. Lady spread si è ampliato superando i 270. E Mario Monti nel suo discorso ha fatto capire che la situazione peggiorerà: «Non è escluso che l’Italia possa dovere subire l’umiliazione della Troika». Senza considerare che quando l’ombrello di Draghi verrà chiuso, e il Qe tolto con un mese di anticipo già alla fine del 2018, l’uscita dall’Europa potrebbe avvenire non per una volontà politica di casa nostra, ma perché gli altri vogliono espellere il rischio Italia.

Giuseppe Conte, figura galante da chansonnier degli Anni Sessanta

In tutto questo, il nostro povero amato Paese non fa solo i conti con tutti coloro che ogni giorno decidono se sia il caso o no di investire da noi, prestandoci pure i soldi per pagare servizi e stipendi, e che magari lo hanno fatto grazie ad alcune riforme che oggi si vogliono smantellare (legge Fornero e jobs act), ma con un debito di lucidità più generale, con una situazione politica quasi inverosimile. Da una parte c’è una combinazione parlamentare e governativa di diversi e avversari, la Lega e i Cinque Stelle, che assume la guida del Paese per la volontà del popolo, come attestato dal voto confuso del 4 marzo, e dall’altra una opposizione buia, più che in ritirata, incapace di leggere la realtà, completamente assente eppure così dannosa per sé e per gli altri, sospesa tra la vecchiaia di Berlusconi, prigioniero di consiglieri contradditori dentro alla friabilità di un partito ormai senza controllo, e la verbosità polemista di Renzi, assolutamente inadatta a progettare qualsiasi idea o qualsivoglia procedura di rinascita. In questo contesto di mediocrità ambiziosa, la figura timida e galante da chansonnier degli Anni Sessanta di Giuseppe Conte, si staglia persino con una sua grandezza da non sottovalutare. Ora come ora, è davvero meglio lui, soprattutto se dimostrerà un minimo di indipendenza. Non ci resta che l’elogio della pochette. E pregare la Madonna.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, editorialista   
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