[Il caso] Conte prova a rompere l’assedio e cala il jolly: 5 mld nel decreto Ristori. Mentre anche Roma va in fiamme

Vertice notturno con i capigruppo di maggioranza. Da parte di tutti ci sono stati “toni aspri” e “richieste di maggior coinvolgimento”. Il premier stoppa Renzi: “Nessun cambiamento al Dpcm e basta criticare”. L’ex premier: “Non siamo yes man e anche se stiamo in maggioranza dobbiamo dire cosa secondo noi non funziona”. Il ministro Lamorgese costretto a fare una circolare esplicativa del Dpcm. Ci sono troppe “forti raccomandazioni”

Il ministro dell'Economia, Gualtieri, e il premier Conte
Il ministro dell'Economia, Gualtieri, e il premier Conte

Mentre il cuore di Roma s’incendia per le seconda volta in tre giorni, non resta che affidarsi ai soldi. Che non dovranno essere pochi nè maledetti e dovranno arrivare subito. Il prima possibile, almeno. Alle sette di sera piazza del Popolo torna teatro di scontri e lancio di bombe carta tra militanti di Forza Nuova in corteo contro le misure del Dpcm e le forze di polizia. Era già successo sabato. E’ accaduto in una ventina di città in questi giorni. E di nuovo ieri a Roma. Il centro della Capitale è rimasto presidiato fino a notte fonda, l’elicottero in alto a sorvegliare che il gruppo, disperso, non riuscisse a ricompattarsi, i reparti mobili con gli idranti a terra a presidiare le vie del centro.

Cinque miliardi per ridurre l'incendio sociale 

Negli stessi minuti il premier Conte e i ministri Gualtieri e Patuanelli erano in conferenza stampa per spiegare le meravigliosi doti protettive del decreto Ristori, una pioggia di 5 miliardi e 400 milioni che arriveranno su conti correnti di 460 mila soggetti beneficiari, cioè bar, ristoranti, palestre, piscine, cinema e teatri, tutte quelle attività costrette a chiudere del tutto o in parte in base al Dpcm in vigore da lunedì.

Ma se i soldi potranno, forse, essere la medicina per togliere la febbre alle categorie in rivolta in molte città italiane, dal sud al nord, è la politica che deve saper mostrare lucidità, visione e sangue freddo per condurre il Paese fuori da questo incubo che si chiama Covid 19. E la politica, però, tutta, maggioranza e opposizioni, fatica a trovare l’assetto per combattere insieme questa guerra.

Gli incidenti, lo spartiacque

A tarda sera il premier Conte cerca di trovare una sintesi durevole in un confronto in videocall con i capigruppo di maggioranza di Camera e Senato. Il saccheggio di vetrine e negozi avvenuto a Torino lunedì sera; le bombe carta di piazza del Popolo e poi nel quartiere Prati della Capitale; il virus della ribellione che si mescola con quello della frustrazione (comprensibile) di chi si è ritrovato chiuso dalla sera alla mattina pur essendo in regola e senza un vero perchè; l’opportunismo di frange violente e ideologizzate, di estrema destra ma anche sinistra, che cavalcano la sofferenza di altri: sono tutti ottimi motivi per costituire uno spartiacque nella seconda ondata dell’emergenza sanitaria. Lo suggerisce Davide Faraone, capogruppo di Iv al Senato prima di collegarsi con gli altri capigruppo con il premier Conte. “Dopo i fatti di questa sera a Roma - ha detto ospite di Stasera Italia su Rete 4 - mi chiedo perché in questo momento non stiamo tutti insieme a fronteggiare la crisi che sta diventando un fuoco nelle città”. L’appello di Faraone è per le opposizioni che “dovrebbero scendere dall’Aventino mettendo da parte gli interessi di parte per l’interesse della nazione: bisogna ascoltarsi di più, nella maggioranza e con le opposizioni. C’e un fuoco che dobbiamo controllare, condannare per la parte violenta e gestire con risposte adeguate chi soffre lo stop forzato”.

Che poi è la sintesi trovata alla fine del vertice con i capigruppo di maggioranza: la consapevolezza che adesso è prioritario tenere unito il Paese. Il Dpcm quindi non si tocca. Almeno per adesso. Giovedì Conte lo spiegherà in aula. E oggi ne parlerà nel premier-time a Montecitorio. Non sono previsti voti. E neppure rischi. Di emozioni ce n’è sin troppe.

Processo a Conte

Il vertice è iniziato intorno alle 22 e all’una di notte era ancora in corso. Se il premier lo ha convocato per rompere l’assedio delle piazze, delle opposizioni e anche della maggioranza e di Italia viva più di tutti, in realtà si è trasformato in un “processo” a Conte. In base ad alcuni resoconti, il premier ha iniziato l’incontro con toni un po’ “gradassi”, gli stessi che aveva tenuto in conferenza stampa un paio d’ore prima quando ha detto, riferito a Iv e a Renzi che chiede modifiche al Dpcm, che “è troppo facile fare distinguo il giorno dopo quando la sera prima non sono state avanzate obiezioni nè proposte alternative a fermare la curva del contagio”. Stesso concetto espresso il giorno prima dal segretario dem che aveva bollato “eticamente intollerabile tenere i piedi in due staffe”.

Il vertice serale è stato il culmine di una giornata di rilanci tra il premier e Italia viva. La capodelegazione Teresa Bellanova, presente a tutte le trattative del sabato e della domenica, ha sempre rilanciato chiedendo interventi sul trasporto pubblico, sul sistema sanitario e sui vaccini. Poi però è arrivata la decisione unilaterale di cui lo stesso Conte non sembrava così convinto domenica mattina. “Dire il contrario - ha rimarcato stizzita ieri Bellanova - vuol dire mentire sapendo di mentire. Tutto ciò è intollerabile tra forze di maggioranza”. Nel primo pomeriggio Matteo Renzi aveva “spiegato” a Conte come Iv cerchi il confronto di idee ogni volta che si mette mano ad un Dpcm, dopodiché “noi non siamo yes man e pur in maggioranza esercitiamo il diritto di criticare per migliorare”. Il presidente Ettore Rosato ha reiterato più volte, da più microfoni, l’invito a spiegare, senza mai sottovalutare il virus, il perchè di certe misure e l’assenza totale di altre.

“Più condivisione”

Torniamo al vertice. Col passare degli interventi Conte si è trovato però nel mirino di tutti i gruppi parlamentari che lo hanno contestato per il metodo e per il merito. Il non coinvolgimento del Parlamento, la non condivisione delle misure e le stesse misure contenute nel Dpcm, “il terzo dal 13 ottobre” è stato fatto notare, l’assenza di altre misure necessarie, dal trasporto locale al sistema sanitario. Al di là della presunta ritrovata compattezza (il duello Spadafora-Franceschini continua a basa intensità e ieri il Pd ha bloccato il ddl che riforma lo sport), non c’è dubbio che la corsa del virus ha spinto Conte nel bunker. Troppe sottovalutazioni, troppe cose non fatte, troppe promesse non mantenute. E’ un bunker affollato visto che all’interno si sono ritrovati anche i ministri Speranza (capodelegazione Leu) e Franceschini (capodelegazione Pd). Sono i ministri che hanno nei fatti scritto l’ultimo Dpcm e convinto Conte a tornare su misure drastiche. Almeno per alcuni settori. Misure che lo stesso Conte aveva scongiurato perchè in questi mesi avevamo “messo a punto gli strumenti per convivere col virus”.

I Ristori faranno il miracolo?

Ora Conte e il governo provano ad uscire dal bunker aggrappandosi al decreto Ristori le cui linee generali sono state approvate in un veloce Consiglio dei ministri iniziato alle 16 e terminato poco prima delle 17. Ai settori che hanno dovuto chiudere in tutto o in parte sono stati destinati 5 miliardi e 400 milioni. Gualtieri li ha trovati qua e là tra la pieghe del bilancio 2020. La riunione viene raccontata “veloce, anzi spiccia, senza occasioni per poter interloquire visto che subito dopo Conte è dovuto andare al Quirinale per il Consiglio supremo di difesa”. Il ministro Gualtieri ha letto le linee generali del provvedimento ma ai ministri non è stato distribuito neppure un testo del decreto. I ristori (così li chiama Conte) arriveranno fino al 200 per cento del fatturato del mese dello scorso anno: i teatri riceveranno da un minimo di 5mila ad un massimo di 30 mila euro; i ristoranti da un minimo di duemila ad un massimo di 25 mila euro. Saranno erogati direttamente dall’agenzia delle entrate e arriveranno su conti correnti entro la metà di novembre. 460 mila i soggetti beneficiari. Franceschini assicura un miliardo per cultura e turismo, “ristoro immediato per cinema e teatri, 1.000 euro per tutti i lavoratori autonomi e intermittenti dello spettacolo, proroga della cassa integrazione e indennità speciali per i settori del turismo”. La ministra Catalfo prova strappare un po’ di pace sociale con il Reddito di emergenza (tra i 400 e gli 800 euro) per 258 mila nuclei familiari. E ancora, la sospensione della rata Imu e dei contributi previdenziali dei dipendenti, altre nove settimane di cig e il contributo per gli affitti di ottobre, novembre e dicembre.

Basterà questa pioggia di soldi per mettere al sicuro il premier e il governo?

“Abbiamo chiuso queste attività non perchè consideriamo lo sport e la cultura realtà di serie B ma perchè sono le occasioni che più di altre creano occasioni di socialità e assembramento” ha spiegato il premier in conferenza stampa stoppando ogni ipotesi di mettere mano alle misure del Dpcm. “Per parlare di questo tra poco mi vedrò con i capigruppo di maggioranza (perchè adesso e non prima?ndr) Se ci comportiamo bene adesso abbiano buone chance di affrontare dicembre con serenità”. Ma il tema è proprio questo: che succede se anche questi sacrifici non saranno sufficienti? “Perchè - chiede un ministro - abbiamo varato l’ennesimo provvedimento spot, slegato da una strategia complessiva?”. Quale sarà il piano B per l’Italia e il suo debito pubblico ormai al 158 per cento, se il 24 novembre dovremo cancellare anche il Natale?

Il Viminale e le istruzioni per l’uso

In tutto ciò ieri, a proposito di provvedimenti spot calati dall’alto, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha dovuto fare la seconda circolare interpretativa sui Dpcm del presidente Conte. Sei pagine per spiegare al personale in servizio che le “forti raccomandazioni” del premier non sono regole da rispettare e punire. Sono solo, appunto, forti raccomandazioni. Come quella a “limitare le uscite di casa e gli spostamenti dal comune e dalla Regione”. Se qualcuno non le rispetta, non può essere perseguito. E’ un bene averlo spiegato agli agenti in strada che devono aver frainteso qualcosa visto che dalle 22 in poi, e sei in strada ti fermano e chiedono: “Dove sta andando?”. Domani sbagliata. Anticostituzionale.

Ecco perché per Conte, Franceschini e Speranza, la pioggia di soldi in arrivo “entro metà mese” è solo una finestra e non la via d’uscita dal bunker. Se poi i soldi dovessero malauguratamente arrivare in ritardo, la pioggia si farebbe di fango e potrebbe seppellire tutto.