Per quanto tempo resisterà Conte? Il premier contro tutti mentre sale la voglia di rimpasto

Ore sempre più tese per il presidente del Consiglio, preso fra l'opposizione e il fastidio sempre più esplicito di Zingaretti, alleato di Governo

Conte e il segretario Dem, Zingaretti
Conte e il segretario Dem, Zingaretti

Una giornata che doveva essere un semplice passaggio formale, per il premier - la ‘informativa’ senza neppure un voto su mozioni, come di solito si fa in Parlamento quando, invece, si discute sulle ‘comunicazioni’ del presidente del Consiglio, formula che, appunto, prevede invece un voto sulle relativi mozioni e risoluzioni – si trasforma in un altro giorno di passione per Giuseppe Conte, cui il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, rimprovera in piena faccia praticamente di tutto (l’inadeguatezza dei suoi ministri, il mancato dialogo con il Parlamento, la non volontà di addivenire alla tanto invocata verifica di governo), salvo poi essere smentito, sconfessato e lapidato – il povero Marcucci – dal suo stesso partito, il Pd.

Una giornata che si preannunciava sonnolenta 

Ma meglio procedere con ordine perché la giornata è stata davvero intensa. Giuseppe Conte – sempre più solo, sempre meno supportato dalla sua maggioranza, sempre più messo in croce, quotidianamente, dalle interviste (vedi alla voce: Renzi) o dalle lettere (vedi alla voce: Zingaretti) spedite ai giornali dai leader e dai segretari della sua coalizione di governo - torna in Parlamento (“Ci sono stato anche ieri”, specifica subito come se fosse un merito o un primato) quattro giorni dopo aver varato l’ennesimo dpcm. Illustra misure, spiega, giustifica - ascoltato più o meno ordinatamente dagli onorevoli (prima va a Montecitorio, di mattina, poi a palazzo Madama, a ora di prnazo) – e la giornata sembra davvero preannunciarsi di routine.

Conte va alla Camera e illustra il suo nuovo Dpcm

E’ la replica perfetta del film andato in onda la scorsa settimana. Il governo fa in fretta e furia un dpcm domenicale, spiega in conferenza stampa che il virus è spaventoso, che se ci comportiamo bene andrà tutto bene, si presenta alle Camere una manciata di giorni dopo, quando i contagi sono aumentati, il quadro è peggiorato, si parla di nuove misure. Si inizia a palazzo Montecitorio di mattina. Il premier cerca di arginare Matteo Salvini e Giorgia Meloni che protestano sulle chiusure, cita l’esempio di Germania e Francia, tira una bordata che gli torna indietro e gli sbatte contro “In poche ore il dibattito sul dpcm – dice - sembra diventato archeologico. L’epidemia corre più veloce della realtà”. Peccato che l’epidemia sia la realtà in cui viviamo, e ad andare lente siano proprio le decisioni dell’esecutivo.

Il premier fatica a giustificare le nuove chiusure

Conte tira giù tutte le pezze d’appoggio possibili: il parere dell’Istituto superiore di sanità, la consultazione con il Cts, le Regioni che non hanno speso i soldi destinati al potenziamento del trasporto pubblico: abbiamo deciso noi ma qualcun altro ha sbagliato, noi in questi mesi “abbiamo agito impegnandoci nell’attuazione di una pluralità di misure atte a realizzare un adeguato apparato di prevenzione del contagio e di rafforzamento del servizio sanitario”, mentre i governi precedenti la Sanità la tagliavano. Solo che l’aria è diversa rispetto a marzo, le piazze si sono accese, la protesta corre, il Paese non è disposto a concedere cambiali in bianco. La popolarità del governo è ancora alta, ma crollata di cinque punti (dal 45% al 40%) in una sola settimana, picconata dal dissenso sugli ultimi provvedimenti. Nel giro di sette giorni è arrivata la virata: “Vorrei ribadire che la scelta di sospendere o ridurre temporaneamente l’attività in alcuni settori non deriva dal mancato rispetto delle regole”, spiega. Da cosa derivi, però, a questo punto, la scelta presa dal governo non si capisce.

Il premier sostiene che bisogna limitare la socialità, che il governo si è attenuto a “evidenze scientifiche” nel decidere di chiudere bar, ristoranti e palestre, che però non si sa quali siano. L’Iss ha spiegato che quasi l′80% dei contagi avviene in ambito familiare, ma non sappiamo quante persone si contagiano al ristorante, e non si sa nulla dell’incidenza del contagi sui mezzi pubblici. Ieri Michele Emiliano ha chiuso le scuole di tutta la Puglia, con la Azzolina che lo attacca e sconfessa e impugna, offesa e puntuta, ma quali siano i dati dei contagi registrati nelle scuole non è dato sapere.
“Risulta ormai difficoltoso, per gli operatori, tracciare in modo completo le catene di trasmissione”, si giustifica Conte, ma la giustificazione non basta a nessun, in aula. Conte alla fine cita Einstein: “Siamo pienamente consapevoli che siamo qui non per noi ma per gli altri uomini: anzitutto per coloro dal cui sorriso e dal cui benessere dipende la nostra felicità: ma anche per quella moltitudine di sconosciuti alla cui sorte ci incatena un vincolo di simpatia”. Una linea paternalista che non aiuta.

La "battaglia" di Palazzo Madama 

La scena si sposta al Senato e tutti si aspettano una stanca e noiosa replica del copione andato in scena alla Camera solo poche ore prima. Invece, tra gli austeri busti di palazzo Madama, succede di tutto e la giornata svolta di senso.
L’ormai annoso e specioso tema del rimpasto torna, prepotente, sulla scena. Un tema che sembrava essere stato congelato, dai suoi stessi promotori, in attesa di tempi migliori a causa della costante impennata del virus, dal ritorno ad un lockdown, seppur "light", dalle proteste sociali del Paese che mordono, premono, avanzano. Persino dal riesplodere del terrorismo che assale di nuovo la Francia. E, invece, il tema da ieri non è più un tabù. E’ la fuga in avanti di Andrea Marcucci, il presidente dei senatori Pd a riportarlo uno dei temi più politici e politicisti per eccellenza alla ribalta delle cronache. E’ lui, Marcucci, che, in Aula, di fronte a Conte, apre il "vaso di Pandora".

L’intervento del capogruppo Marcucci è una bomba

Il capogruppo dem al Senato si alza nell’aula di palazzo Madama e, davanti al premier Conte, prende la parola sull’informativa presidente del Consiglio sull’ultimo Dpcm. Scandendo le parole, dice: “Il presidente Conte valuti se i singoli ministri sono adeguati all'emergenza, apra la verifica, abbiamo bisogno di una maggioranza coesa, a lei l'onore di aprire all'opposizione, trovi lei il luogo dove confrontarsi costantemente con il Parlamento che va sempre ascoltato”. Nell’aula, mentre parla, non vola un fiato, subito dopo si scatena il pandemonio. Le opposizioni urlano di gioia: “anche dal Pd dicono che ‘il re è nudo’! Conte dimettiti!”. I 5Stelle impallidiscono imbarazzati. I renziani sorridono, come il gatto che si è appena mangiato il topo. Il problema è il Pd. Il partito sbanda, in molti la pensano come Marcucci ma non hanno il coraggio di dirlo, altri insorgono. Persino i cronisti più smaliziati ondeggiano dubbiosi: ma il Pd sta chiedendo la verifica e il rimpasto (e forse, pure una crisi di governo) proprio ora? “Ragazzi, qui si balla!” esultano quelli che, pur stando in maggioranza, il governo Conte e alcuni suoi ministri non li sopportano proprio. Passa neppure mezz’ora, però, e arriva la contraerea. Prima parlano i (pochi, a dir la verità) fedelissimi del segretario che sono anche senatori. Franco Mirabelli dice: “Parlare di rimpasto ora è una cosa fuori dal mondo”. Poi, per evitare che si apra, nel bel mezzo di un semi-lockdown, una crisi di governo, interviene, a seppellire Marcucci e a sconfessarlo, lo stesso segretario dem. “Il sostegno del Pd a questo governo e ai suoi ministri – scandisce Nicola Zingaretti – è pieno e totale. Non in discussione. Posizione ribadita dalla direzione nazionale sulla mia relazione e all’unanimità”. Incidente chiuso, quindi? Mica tanto. Nel Pd zingarettiano sono furibondi.

La reazione di Zingaretti e dei suoi è furibonda

“Parole fuori dal mondo”, “posizione lunari” i commenti più gentili. Ma la battuta più graffiante è di un anonimo, ma importante, senatore: “Renzi, al Senato, ha due capigruppo, Faraone, il suo, e Marcucci, in teoria il nostro. Noi non ne abbiamo nessuno…”. Insomma, il tiro al bersaglio, da Conte, si sposta su Marcucci, la cui sedia ora traballa pesantemente. Già nei giorni scorsi il capogruppo dem, e pezzo pregiato della corrente di Base riformista, aveva lanciato la proposta di un “comitato di salute pubblica” con l’opposizione, anticamera del governissimo, posizione derubricata a un freddo “parla a titolo personale”. Marcucci prova a fare marcia indietro (“Non ho chiesto alcun rimpasto”) anche perché Base riformista, la sua corrente, che esprime il ministro Guerini, entra in forte imbarazzo. Ma a prescindere dal come finirà lo scontro interno ai dem sulla poltrona del capogruppo al Senato (si parla di una raccolta di firme contro di lui), non è che manchino gli attacchi anche dei democrat ‘ortodossi’ a certi ministri. Sempre ieri, il vicesegretario Andrea Orlando ha preso di petto la Azzolina, in merito allo scontro con alcune regioni, accusandola di “non leggere o non condividere il dpcm”. Franceschini appoggia Orlando. E proprio Zingaretti ha ‘aperto’ all’opposizione, in particolare a FI e Berlusconi, con la sua lettera a Repubblica. Nel Pd la ‘voglia’ di verifica (e quindi di rimpasto) c’è e c’è chi non la nasconde. Solo che Marcucci – e, ovviamente, Renzi e tutta Iv – la chiamano con il suo nome, il Pd ortodosso la chiama, come spiega un alto dirigente, “un tavolo politico di maggioranza con il cronoprogramma” o di una “verifica sull’azione di governo” per le nuove iniziative del governo”. Farisei.

Conte pensa di aver scampato il pericolo, ma non è così

La verità è che la provocazione di Marcucci, da giorni, alligna tra i più accreditati nei capannelli della maggioranza e solo la sconfessione che il Pd fa della fuga in avanti di Marcucci riporta il rimpasto nel freezer. Rinviato, ma per quanto? Il premier registra soddisfatto come, con l'uscita (stroncante) di Nicola Zingaretti e il successivo dietrofront dello stesso Marcucci, il tema semplicemente non si ponga. Ma non è così. Certo, resta il virus, in queste ore, il fulcro delle attenzioni del premier. Conte, di fronte alla ridda di voci e le domande della maggioranza e delle opposizioni, sull'opportunità o meno di un nuovo, ‘vero’, lockdown subito, ribadisce, nei suoi colloqui privati, come ora più che mai servano “tenuta mentale e lucidità”. Chiudere tutto ora, è il ragionamento che si fa a Palazzo Chigi, non ha senso. “Abbiamo varato domenica un nuovo Dpcm, ne abbiamo altri due alle spalle, occorre un minimo per aspettare e verificare gli effetti di queste misure”, ribadisce il premier. Certo, il tempo stringe. E se la curva epidemiologica dovesse superare, rapidamente, la soglia di rischio collasso per il sistema sanitario, nuove misure sarebbero ragionevolmente all'orizzonte. Magari proprio quel lockdown light adottato dal presidente francese Emmanuel Macron. Mercoledì prossimo Conte sarà di nuovo in Aula, alla Camera, per sottoporsi al voto non solo sulle misure restrittive messe in atto ma anche su quelle economiche del decreto ristori. Potrebbe essere quella, per Conte, l'occasione per annunciare nuovi provvedimenti da mettere, con le previste risoluzioni, poi al vaglio dell'Assemblea. La stella polare resta quella di ‘salvare’ il Natale. Se con o senza ulteriori misure sarà valutato solo da qui ai prossimi giorni. L’ennesimo ritorno di Conte in Aula risponde, di fatto, anche all'invito al dialogo ‘con tutti’ più volte manifestato dal presidente Sergio Mattarella. Il Quirinale vigila con la massima attenzione su questi giorni della nuova ondata. Muovendosi, soprattutto, per rendere più fluidi i rapporti istituzionali, a cominciare da quelli tra Stato e Regioni. E restando ben lontano da manovre più prettamente politiche, come appunto quella del rimpasto.

Il vero e unico ‘lord Protettore’ di Conte resta Mattarella

Insomma, è Mattarella che ‘guida’ Conte muovendosi su quella formula di governo che il costituzionalista dem Stefano Ceccanti chiama “governo parlamentare a correttivo presidenziale”: un eufemismo per dire che è il Capo dello Stato che blinda e, in ultimo, decide se il governo c’è, se si deve allargare o operare sostituzioni, o passare la mano. E questo a causa delle debolezze dei partiti. Senza dire della debolezza dello stesso premier che, per Costituzione, non può nemmeno sfiduciare un ministro. Ci vorrebbe una mozione di sfiducia individuale, ma si entrerebbe in un cortocircuito istituzionale assai pericoloso. “Insomma, oggi i ministri sono di fatto inamovibili. Né il premier né i segretari dei loro partiti possono sostituirli. Andrebbe fatta una riforma costituzionale” chiude il prof.

Nessuno vuole affrontare davvero il rimpasto

E il rimpasto? “Non ora. E' una questione di opportunità, con oltre duecento morti non si può parlare di poltrone”, spiega una fonte parlamentare dem raccontando tornando l'incidente di Palazzo Madama. Un incidente che ha scatenato i malumori interni al gruppo dei senatori dem. “Chi vuole il rimpasto è Iv”, spiega una fonte parlamentare democrat. E in effetti Renzi e i suoi non vedono l’ora. Ma il tema, presto, si riproporrà. E i ministri nel mirino, con il passare delle ore, aumentano: oltre a Lucia Azzolina, Nunzia Catalfo, Paola de Micheli, il numero delle sostituzioni potrebbe anche allargarsi, delineando un vero e proprio Conte-ter mirato a rafforzare l'esecutivo. Magari allargato a Forza Italia. Chissà come la prenderebbero, la cosa, i 5Stelle, i più fragili in questa situazione, che infatti si affrettano subito a dire che “il rimpasto non esiste”. Già, anche perché farebbe male molto e soprattutto a loro.