I risultati blindano Conte  e la legislatura. Che arriverà fino alla fine. Tra paradossi e mal di pancia

Anche se perde le Marche, il segretario dem  può festeggiare: “Volevano farmi fuori ma io sono ancora qua, eh già”.  Vince soprattutto chi non ha giocato la partita: il premier. Ma da ora in poi la tattica del rinvio non sarà più applicabile. Adesso è necessario governare. E fare. Il Movimento non riesce a coprire con la vittoria del Sì il crollo dei voti. Centrodestra forte ma senza classe dirigente  al centro e al sud

I risultati blindano Conte  e la legislatura. Che arriverà fino alla fine. Tra paradossi e mal di pancia

E’ stato tutto il giorno a palazzo Chigi. Ha lavorato sui dossier più urgenti, manovra e Recovery fund. Ha seguito passo passo lo spoglio cacciando via col passare delle ore incubi e paure di crolli. S’è ben guardato da fare dichiarazioni ufficiali perchè “oggi devono parlare i leader dei partiti”. In serata ha telefonato a Di Maio, Crimi e Zingaretti per “complimentarsi”. E ha fatto filtrare anche  tutta la gioia personale per una vittoria secca: la sua. In questo strano “pareggio” - tra regioni al centrodestra e tre al centrosinistra - pieno però di vincitori e vinti, anche nella stessa squadra, che è stato il voto sulla regionali, c’è sicuramente un vincitore. Per l’appunto chi non ha giocato la partita: il Presidente del consiglio. Se c’è un dato sicuro che esce dalle urne è che la legislatura andrà avanti fino al 2023 e che, salvo una propensione al tafazzismo (che non è del tutto assente) o errori madornali nelle decisioni economiche dei prossimi mesi, sarà Giuseppe Conte a portarla a conclusione. Non tanto per meriti specifici suoi, al netto di una innegabile capacità ad assorbire e respingere anche i corpi più contundenti. Piuttosto per demeriti di chi lo dovrebbe/vorrebbe buttare giù e per le debolezze e le mancanze nelle forze di maggioranza e opposizione. Era già emerso nei mesi scorsi: Conte naviga galleggiando sulle debolezze degli altri. Può non sembrare una qualità ma dopo una dozzina d’anni di antipolitica e uno vale uno, in mezzo ad una pandemia e alla più grave crisi economica dal secondo dopoguerra, diventa una virtù. (TUTTI I RISULTATI)

Debolezze e paradossi. Nel centrodestra

Nei numeri dello strano pareggio si vede quindi la vittoria di Conte, le sconfitte di alcuni, vittorie e pareggi di altri. Spesso i ruoli coincidono e s’accavallano. Cominciamo dal centrodestra. Meloni e Salvini hanno fallito la spallata, termine che per un paio d’anni farebbero bene a nascondere nel cassetto più remoto. E a questo punto il leader della Lega che un anno fa  lasciò il governo convinto di tornare a prenderlo in pochi giorni, deve definitivamente ammettere di aver sbagliato i conti (o di aver dato retta a consigli e previsioni fasulle). Fino a primavera 2021 non ci saranno altre elezioni e quand’anche a quel punto il centrosinistra e i 5 Stelle dovesse cadere in importanti capoluoghi come Roma,  Milano e Torino, dopo due mesi scatterà il semestre bianco per l’elezione del Presidente della Repubblica che è prevista a fine gennaio 2022 e sarà impossibile votare. Hanno fallito la spallata, ma Lega e Fratelli d’Italia sono andati bene, sono cresciuti, hanno strappato una regione, le Marche da sempre governata dal centrosinistra per quanto il candidato Mangialardi abbia fatto una eccellente campagna. Ma il  gap della fallita ricostruzione post sisma non poteva più essere colmato e Acquaroli ha chiuso con il 49% (Mangialardi al 37%). Anche in Toscana sono andati bene, Lega al 22% e Fratelli d’Italia al 13%. Non è da oggi, del resto, che la regione un tempo “rossa” per eccellenza è diventata contendibile. Era maggio 2019 quando uno dopo l’altro “caddero” capoluoghi come Siena, Massa e Pisa. Dunque Salvini e Meloni hanno saputo fare massa critica. Quello che manca è una classe dirigente. Che la Lega ha indubbiamente al nord ma poi viene meno dall’Appennino in giù. Anche Fratelli d’Italia non riesce ad esprimere una squadra di governo. Sta cominciando ora a livello nazionale. E’ andata male con Fitto (clamoroso il fatto che fino a ieri alle 15 i sondaggi lo dessero in testa di tre punti su Emiliano), ex Forza Italia passato con Meloni. Ed è andata male in Campania dove Caldoro, candidato di Forza Italia, ha raccolto solo il 18 per cento. Su Forza Italia andrebbe fatto un discorso a parte: pur avendo governato per molti anni mettendo in campo anche eccellenze, ora non riesce più ad esprimere una classe dirigente. In nessuna regione ha raggiunto le due cifre, la migliore performance è stata in Puglia (8,9%), altrove è intorno al 5 per cento. Però, ed ecco il paradosso, dando un’occhiata all’insieme, se nel 2018 il centrosinistra governava in 15 regioni su venti, da ieri la situazione è perfettamente ribaltata. Il centrodestra governa a livello locale ma non riesce ad esprimere una leadership nazionale. Su questo si dovranno interrogare i leader nei prossimi mesi. Sempre che la coalizione resti intatta. Che non è scontato. Anzi. 

Virtù, debolezze e paradossi del Pd

Aver chiuso questa tornata con un pareggio quando fino alle 15 di ieri doveva essere, in base ai sondaggi almeno 4-2 per il centrodestra, ha fatto certamente tirare un sospiro di sollievo al Nazareno. Di più: il segretario dem festeggia la vittoria. “Siamo vincitori. Ha vinto una squadra, una comunità, una passione che ci abbiamo messo tutti. Non si vince mai da soli ma insieme. Io odio l’io, amo il noi”. Sulla chat dei parlamentari Pd è stata fatta girare una clip di Zingaretti nei vari comizi, sorridente, colonna sonora Vasco Rossi, “Io sono ancora qua”. In realtà le Marche sono state perse, in Liguria è miseramente fallita la nuova “alleanza strutturale”  cioè Pd-M5s che avevano candidato Ferruccio Sansa. In Veneto neanche a parlarne vista il plebiscito per Zaia (ne parliamo tra qualche riga). In Toscana Eugenio Giani non può certo essere considerato “un comunista” e il risultato ottenuto - 9 punti percentuali su Ceccardi  quando fino alle 15 di ieri era dato alla pari -  è merito di come la giunta del governatore uscente Rossi e l’assessore alla Sanità (Iv) hanno saputo gestire l’emergenza Covid, della buona amministrazione dei comuni e di trent’anni di politica che Giani ha fatto in Toscana con vari ruoli. Un porta a porta perenne. Qui veramente ha vinto una squadra. Completamente diverso il discorso per la Puglia e la Campania visto che Emiliano e De Luca non possono certo essere considerati allineati con la segreteria. Piuttosto sono potentati locali, governi autonomi. Una volta si sarebbero definiti “i cacicchi”. I risultati di ieri frenano certamente il progetto di fare subito il congresso del Pd, ringraziare Zingaretti e passare oltre. Di sicuro una fetta importante del Pd già da oggi torna all’attacco del segretario chiedendo di fare di più e presto. Di dare il colpo finale ad un malinteso di fondo del Conte 2: la supremazia del Movimento 5 Stelle. Con questi risultati è chiaro che la linea al governo deve essere data dal Pd che d’ora in poi deve riuscire ad imporre la sua  agenda. Giusto per dire qualche punto: Mes, immigrazione, giustizia, lavoro vero e non assistenza. 

Il paradosso dei 5 Stelle

Possiamo dire che è fallito il tentativo di coprire con il risultato del referendum (70 a 30) quella che sarebbe stata - come poi è stata - una sconfitta di consenso sul territorio. Luigi Di Maio alle 17 e 25 minuti era già a Montecitorio per dichiarare la sua vittoria che ovviamente “scrive una pagina di storia perché noi nessuno prima c’era riuscito”. Prova anche Di Maio a vestire nuovamente i panni del leader del Movimento, accusa chi ha provato ad organizzare trappole di vario genere ad esempio personalizzando su di lui il voto,  rilancia con “adesso tagliamo gli stipendi dei parlamentari”. Stupisce un po’ che Zingaretti sia andato a dichiarare sul referendum cinque minuti dopo Di Maio: il taglio dei parlamentari è operazione 5 Stelle e rivendicarla ha il sapore dell’inseguimento.  Non solo: l’analisi dei flussi dice che il 55% dell’elettorato Pd ha votato No. Un altro problema interno per Zingaretti. Il punto vero per Conte, e per i 5 Stelle, è un altro: siamo al paradosso di un Movimento anticasta che governa il Paese dal Palazzo ma non dal territorio dove non riesce ad avere consenso. In Campania e Puglia  ha a malapena sfiorato le due cifre. In Liguria, che doveva essere l’esperimento madre della nuova sacra alleanza, il Pd con Articolo 1 sono rimasti sotto il 20% e i 5Stelle si sono fermati al 7%. In Parlamento pesano però per il 33%, il risultato delle politiche 2018. 

Il rimpasto di Conte

Finora Conte ha gestito questo paradosso, già nell’aria da tempo ma da ieri fotografato con chiarezza nelle urne, rinviando tutto quello che poteva rinviare. Adesso non può più farlo. Almeno, non dovrebbe più farlo. I soldi del Mes di cui c’è bisogno come dell’aria; i progetti per il Recovery fund di cui ancora non c’è traccia; i decreti immigrazione che sono ancora in piedi e impediscono di organizzare un’accoglienza dignitosa; la giustizia che non funziona, la prescrizione e il giustizialismo di marca 5 Stelle; l’assistenzialismo invece che posti di lavoro. Tutto questo è sparito dall’agenda di Conte e ci dovrebbe ritornare. Al più presto. E per farlo è necessario un rimpasto.  

Dal quartier generale Dem assicurano che tra le richieste di Zingaretti il rimpasto non c’è. Ma, fuori taccuino, tra gli esponenti Pd il tema circola eccome. Agli atti resta la richiesta di chi, come Andrea Orlando, alla vigilia del voto auspicava un “tagliando” al governo. “Molti di noi pensano che serva un rimpasto per rafforzare il governo” spiegava un sottosegretario ed esponente Dem. Come, quando e con chi è tutto da vedere. Si tratterebbe,  più che altro di sostituire i ministri 5 Stelle “più deboli”. E anche qualche ministro Pd. “Il rimpasto? Non cado in questo tranello. E comunque ci deve pensare il Presidente del Consiglio” ha glissato ieri Zingaretti cercando di godersi almeno per un giorno il profumo della vittoria. Per il segretario le priorità ora sono gestione dei soldi del Recovery fund, che devono essere “spesi bene”, e poi dai “decreti-sicurezza” al Mes. Ma, ha precisato, “senza ultimatum”, perché “quello che conta sono i risultati”. Una linea paziente, di basso profilo, che fin qui ha pagato ma che non piace alle altre correnti del Pd. E a Italia Viva. All’esordio nelle urne il partito di Renzi ha sfiorato l’8 per cento in Campania, tra il 3 e i 5 nelle altre regioni (Scalfarotto in Puglia si è fermato al 2%). In Toscana si è fermato al 5. Vedremo cosa dirà oggi Matteo Renzi. Di sicuro Italia Viva continuerà nel ruolo di vigilare sull’azione riformista dell’esecutivo. “Per non morire grillini”.   

C’è bisogno quindi di un rimpasto. Ma non sarà semplice, perchè il passo tra un rimpasto e nuove consultazioni al Colle con successiva fiducia è breve. Conte sul cambio di squadra si è mostrato prudente. Il Movimento attende che la richiesta venga formalizzata dal Pd. Un rimpasto, per loro, non sarebbe il peggiore dei mali soprattutto se utile a sostituire esponenti “interni” su cui crescono i malumori nei gruppi. Ma il rischio per Di Maio e soci è che, una volta mossa una casella, quella stessa casella vada al Pd. “Ci fidiamo di Conte” ha detto il sottosegretario Buffagni. E la palla torna nelle mani del premier.