[Il commento] La Consulta boccia, con una sentenza ‘politica’, il referendum della Lega: decisione non priva di effetti

Salvini parla di “vergogna” e di “furto della democrazia”. Calderoli di “Prima Repubblica che ritorna”. Pd e M5S plaudono e dicono che “la strada, ora, è il proporzionale”

[Il commento] La Consulta boccia, con una sentenza ‘politica’, il referendum della Lega: decisione non priva di effetti

La Consulta, ieri sera, dopo una lunga camera di consiglio durata sei ore, a testimonianza che è stata, a lungo, divisa, al suo interno (otto giudici contro sette, dicono i rumors) e che la decisione è stata sofferta, non ha solo bocciato, dal punto di vista tecnico, il referendum maggioritario che la Lega, tramite il quesito referendario avanzato da otto regioni (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria) e ideato dal ‘mago’ dei sistemi elettorali della Lega, Roberto Calderoli, chiedeva di introdurre, in Italia, (un sistema maggioritario secco all’inglese al posto dell’attuale, il Rosatellum), ma ha anche sbarrato la strada, come vedremo più sotto, alla possibilità di introdurre, in qualche modo, in futuro, un elemento maggioritario all’interno dei sistemi elettorali. Una sentenza, dunque, non solo tecnica, ma anche politica. 

Le (per ora stringate) motivazioni della Corte costituzionale

Vediamo prima, però, in attesa di leggere il dispositivo della sentenza, che sarà depositato entro il 10 febbraio, perché è stato dichiarato inammissibile il referendum maggioritario avanzato dalla Lega. Uno stringato comunicato diffuso dall’ufficio stampa della Consulta, oltre a ricordare il titolo del referendum stesso (“Abolizione del metodo proporzionale nell'attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”), i suoi presentatori (gli otto consigli regionali) e l’oggetto della richiesta (l’abolizione delle due leggi elettorali del Senato e della Camera che costituiscono l’impianto dell’attuale sistema, il Rosatellum, abolizione che aveva l'obiettivo di eliminare la quota proporzionale, trasformando così il sistema elettorale in un maggioritario secco con tutti collegi uninominali), si limita a far sapere che “la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l'assorbente ragione dell'eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l'auto-applicatività della ‘normativa di risulta’”.

“Per garantire l'auto-applicatività della ‘normativa di risulta’ – prosegue la Corte costituzionale, richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale, il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Preliminarmente, la Corte ha esaminato, sempre in camera di consiglio, il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha giudicato inammissibile perché, fra l'altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe potuto essere contestata in via incidentale, come in effetti avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum”.

Cercando di tradurre dal ‘costituzionalese’ il comunicato della Corte costituzionale, si può dire così: “mi avete (voi referendari, a me Consulta) chiesto due cose: 1) un'ammissibilità del quesiti usando per i collegi la delega pensata per ridurre i parlamentari ,ma per noi è un balzo troppo ardito passare da una finalità all'altra (di più al momento non si capisce…); 2) un conflitto di attribuzione per consentire, intervenendo sulla legge del referendum, di approvare norme non auto-applicative, ce lo avete già chiesto nella richiesta 1 e ve l'ho già bocciato lì”.

La questione tecnica e l'applicabilità del referendum

La questione, in buona sostanza, dal punto di vista tecnico, si è giocata sul punto della immediata applicabilità del sistema elettorale che sarebbe uscito dall’eventuale referendum che, in merito alle leggi elettorali, deve trovarle sempre operanti. Infatti, si deve sempre poter andare a votare e il Capo dello Stato non può trovarsi nella condizione di non poter sciogliere le Camere se non vi è più una maggioranza parlamentare che sorregge un governo. Calderoli, sapendo che ogni legge elettorale presuppone, dopo il suo varo (in Parlamento o da parte degli elettori), una legge delega al governo per ridisegnare i relativi collegi, proponeva di usare la legge delega contenuta nella legge di accompagnamento della riforma costituzionale (il varo del taglio dei parlamentari).

Essendo stato indetto, sul tema, un referendum confermativo, per Calderoli la delega non si ‘esauriva’, decorrendo dal giorno dell’approvazione del taglio (come sarebbe stato se le firme per il referendum non fossero state raccolte), ma continuava a vivere, seppure ‘in sonno’. Quindi, proponeva di usarla, stiracchiandola, una volta che il suo referendum fosse passato tra gli elettori. La Consulta gli ha risposto di no, che non si può fare, perché non si può prendere una legge delega nata per uno scopo specifico (il taglio dei parlamentari) e usarla per un altro (il referendum elettorale) né si può allungarne i tempi all’infinito dato che la delega deve essere tassativamente esercitata, dal Parlamento, entro 60 giorni dal giorno in cui il referendum sul taglio dei parlamentari sarà effettivo, cioè dal giorno del referendum costituzionale. Il referendum Calderoli, invece, sarebbe potuto arrivare dopo (o prima) e la delega avrebbe dovuto lavorare più del tempo consentito.

La maggioranza punta al proporzionale

Queste sono le motivazioni tecniche della Consulta, poi però ci sono le motivazioni politiche. Le forze di maggioranza, depositando la proposta di legge Germanicum (un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5%) prima del giudizio alla Consulta hanno detto ai giudici: il Parlamento sta lavorando, sul tema della legge elettorale (anche se in senso del tutto opposto a quello referendario che puntava al maggioritario), non è inerte, lasciateci fare. La Consulta, dunque, ha dato fiducia al lavoro delle Camere e, in particolare, della maggioranza di governo. Facendo così, però, e dato che il nuovo sistema elettorale sarà basato tutto su collegi plurinominali proporzionali (tranne uno, quello della Valle d’Aosta, per tutelare la minoranza linguistica francese), di fatto la Consulta impedirà, anche in futuro, che possano essere chiesti altri referendum elettorali che introducono il maggioritario perché, dovendo una richiesta referendaria ‘attaccarsi’ sempre a una legge vigente, resterà in piedi un solo collegio maggioritario. Troppo poco, e troppo ardito, chiedere di farli diventare ‘tutti’ collegi maggioritari. Il sistema proporzionale, dunque, diventa, anche per il futuro, quasi inamovibile, almeno per via referendaria. Per via parlamentare, invece, ovviamente, una nuova maggioranza può cancellare una legge e farne un’altra, se ne avrà i numeri e le capacità.

Dal punto di vista sistemico, dunque, l’Italia procede spedita verso l’adozione di un sistema proporzionale, per quanto corretto da soglia di sbarramento e diritto di tribuna. A nulla varranno le minacce del centrodestra, oggi minoranza nelle Camere, di “fare le barricate” contro il Germanicum e, a maggior ragione, le profferte leghiste – avanzate da Salvini come da Giorgetti – di proporre di tornare al Mattarellum, sistema a forte base maggioritaria. I partiti oggi al governo non ci sentono, da quell’orecchio.

In arrivo ci sono anche nuove riforme costituzionali

Entro pochi mesi, dunque, il nostro Paese avrà una nuova legge elettorale e, forse, anche altre riforme costituzionali (l’abbassamento dell’elettorato attivo e passivo al Senato, la modifica delle modalità di elezione del Capo dello Stato, il superamento della ripartizione dei seggi su base regionale al Senato), le quali, però, abbisognano – a differenza della legge elettorale, che viene votata a maggioranza semplice – di una quadruplice lettura da parte delle Camere e della loro approvazione a maggioranza assoluta da parte di queste.

Il proporzionale, un modo utile per ‘fermare’ Salvini

Infine, quando la nuova legge elettorale sarà varata e, prima o poi (più poi che prima, a questo punto…) si tornerà a votare, forse l’attuale maggioranza non riuscirà ad evitare che il centrodestra vinca le prossime elezioni. La proiezione di You trend assegna al centrodestra la maggioranza delle Camere anche con un sistema proporzionale, in base agli attuali sondaggi e anche con il taglio dei parlamentari a regime (222 seggi alla Camera su 391, al netto dell’Estero e 112 seggi al Senato su 195, al netto dell’Estero), ma di certo, per governare, da un lato sarà indispensabile, alla Lega, l’apporto di Forza Italia, in funzione ‘temperante’, dall’altro potrebbe risultare, per la Lega, se il centrosinistra si unisse all’M5S, altri movimenti centristi e a Forza Italia, difficile anche poter governare. Di certo risulterebbe impossibile, per Salvini e la Meloni, cambiare la Costituzione (cioè fare nuove riforme costituzionali) a colpi di maggioranza ed eleggere, da soli, il capo dello Stato.

Come si vede, dunque, dalla sentenza della Consulta di oggi derivano conseguenze non solo tecniche (l’inammissibilità del referendum maggioritario avanzato da Calderoli), ma anche politiche e, in generale, sistemiche. La coalizione che regge il governo ne esce più forte e speranzosa di portare a termine l’azione dell’esecutivo e concludere la legislatura, sapendo che, alle prossime elezioni, si voterà con un sistema elettorale proporzionale che può ‘tagliare le unghie’ a Salvini. Nei prossimi mesi, oltre che per le elezioni regionali, si voterà, dunque, di sicuro per confermare o meno il taglio dei parlamentari, ma non per cambiare la legge elettorale e, tantomeno, per un referendum abrogativo elettorale. Le elezioni politiche anticipate sembrano, a questo punto, allontanarsi. Sempre che, si capisce, Bonaccini e il Pd riescano a tenere a loro l’Emilia-Romagna il prossimo 26 gennaio. In caso di una (rovinosa) sconfitta, infatti, tutte le certezze di oggi tornerebbero in discussione.