[Il retroscena] Il team “Mani di forbice” che non ha niente da tagliare. E la Confindustria tifa per Salvini

Lei giovane pentastellata torinese, lui ex assessore del Bilancio in Lombardia, i due viceministri dell’Economia sono il “team Mani di forbice” ideato da Luigi Di Maio. Ma non possono tagliare sanità ne’ difesa per non rimangiarsi il Contratto e restano solo i tagli lineari. “Ora non si può fare molto, ma tra un anno e mezzo si” ammette il vicepremier. Ecco perché il presidente della Commissione Bilancio del Senato ha avviato un’indagine che metta insieme tutte le proposte fatte dai vecchi commissari alla Spending Review. La Confindustria tifa Lega, Calenda si infuria.

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

Lei ha un volto più noto, è nata a Torino nel 1986 ed è una deputata alla seconda legislatura. Prima la si era vista impegnata nelle battaglie No Tav. Lui, invece, nel 2004 era già sindaco di Marcallo con Casone, un Comune di seimila abitanti in Provincia di Milano e poi è stato assessore al Bilancio della più importante Regione italiana, la Lombardia. Lei pentastellata sin dagli esordi del movimento, lui leghista fin dentro al midollo, si sono ritrovati fianco a fianco nel ministero più complicato del momento, quello dell’Economia. Sono i “cani da guardia” uno dell’altro e insieme di Giovanni Tria, del quale sono viceministri, e da ieri hanno una incombenza non facile in più. A rifilargliela il vicepremier Luigi Di Maio, in diretta tv: “Ora nasce il team “Mani di forbice” per tagliare tutto il possibile. Il 2,4 di deficit si impone perché abbiamo trovato tanti risparmi da fare ma che andranno a regime l’anno prossimo. Come fanno tante famiglie italiane abbiamo chiesto un prestito che restituiremo”, ha spiegato. Il team sono loro due, i viceministri dell’Economia.


L’indicazione non è stata proprio una sorpresa, ma nessuno dei due esponenti politici del Nord Ovest aveva nulla di pronto. “Dovremmo riuscire a tagliare almeno 3 o 4 miliardi già con questa manovra”, ha spiegato uno dei due membri del team a chi gli ha telefonato. Non c’è tempo per i costi standard nella sanità, nè è possibile usare l’accetta sui servizi sanitari che, anzi, i pentastellati avevano promesso di potenziare con nuovi investimenti. C’è in corso un pressing sulla ministra della Difesa Elisabetta Trenta per le spese del comparto, ma anche lì i margini sono molto ristretti. Il Contratto prevedeva addirittura l’aumento dei fondi per assistenza e sicurezza. Restano la rimodulazione di alcuni bonus già attivi e, in mancanza pure di quello, i “tagli lineari” inventati a suo tempo da Giulio Tremonti.

A via XX settembre ragionano di cominciare con il 2%. Alla Ragioneria generale, uno dei - tanti - organi finiti nel mirino dei Cinquestelle hanno già anticipato le loro obiezioni: le spese tagliate in questo modo, di solito consumi intermedi, si ripresentano l’anno successivo raddoppiate nell’importo. Di Maio, per la verità, tenta pure un azzardo: “Tra i tagli previsti, la riduzione dei parlamentari, perché tra un anno ne avremo aboliti 345. Credo che nessuno possa dire di essere contro”. Il vicepremier vuol mettere in bilancio la riduzione del numero dei parlamentari, che, però, richiede una legge costituzionale il cui esito è tutt’altro che scontato: i due tentativi precedenti, quello messo in campo dal primo governo di Silvio Berlusconi come quello fatto da Matteo Renzi, sono entrambi miseramente falliti. I precedenti “Mr Spending”, sempre singoli a mai in team come oggi, hanno portato a casa risultati modesti. La colpa non è stata di Enrico Bondi, Mario Canzio, Giuliano Amato, Francesco Giavazzi, Carlo Cottarelli e Yoram Gutgeld, ma dei governi che li avevano nominati, ma non hanno avuto il coraggio di attuare le misure che questi suggerivano.

Il caso più clamoroso fu quello di Cottarelli, che tre mesi fa è stato premier per qualche ora, rimasto in carica soltanto un anno all’epoca dell’esecutivo di Enrico Letta. Proponeva di chiudere 2 mila società partecipate, accorpare i centri di spesa, tagliare sanità, pensioni, Province, corpi di polizia, bonus per le imprese e di spegnere addirittura un pezzo di illuminazione pubblica e stimava di riuscire così a far risparmiare allo Stato 7 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015 e 33 miliardi nel 2016. Del Piano Cottarelli è stata applicata solo una piccola parte, che ha consentito di risparmiare circa 8 miliardi. Il team piemontese-lombardo dei due viceministri si potrà appoggiare tra qualche mese su un testo scritto. Pochi se ne sono accorti, ma qualche giorno prima che il governo scrivesse la nota del Def, la commissione Bilancio del Senato, presieduta dal grillino Daniele Pesco, ha votato una “Indagine conoscitiva sullo stato e sulle prospettive del processo di revisione della spesa pubblica”. Di cosa si tratti lo si scopre nella relazione nella quale si citano “i nuovi meccanismi di definizione degli obiettivi di spesa previsti dalla legge 196/2009 di contabilità e finanza pubblica”, “la definizione delle priorità di spesa”, “le linee di intervento individuate e perseguite al fine di migliorare l’efficienza, la produttività e l’economicità delle strutture amministrative”.

Insomma, il Senato farà una spremuta dei “documenti predisposti dai precedenti commissari alla spending review” per capire quali suggerimenti siano ancora validi e quali no e segnaleranno altri possibili interventi. Non appena la presidente del Senato Elisabetta Casellati autorizzerà quell’impegno - che gli è stato richiesto con una lettera - la commissione comincerà ad audire rappresentanti di Corte dei conti, Istat, Ocse, società pubbliche come la Consip, ordini professionali, associazioni di categoria e pure Università come il Politecnico di Milano con esperienze specifiche. “In sei mesi non puoi fare tagli, ma in un anno e mezzo dovranno andare a regime tutti i tagli di spesa improduttiva”, mette le mani avanti il vicepremier. Senza tagli, non saranno sostenibili le misure che cinquestelle e leghisti hanno annunciato ai loro elettori. L’extra indebitamento per circa 27 miliardi sarà assorbito per il prossimo anno in larghissima parte da impegni inevitabili: o stop agli aumenti Iva che vale 12,5 miliardi, le cosiddette spese indifferibili di circa 3,6 miliardi e l’aumento degli interessi sul debito che potrebbe aggirarsi sui 3-4 miliardi. Proprio gli interessi sul debito aumentati negli ultimi giorni a causa delle perplessità dei mercati rispetto agli annunci dell’esecutivo si è scatenato ieri uno scontro che fino a qualche mese fa sembrava impensabile.

“In pratica ci siamo già mangiati un pezzo di manovra col rialzo dei tassi”, ha accusato ieri pomeriggio il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Prima, aveva provato a fare sponda sul partito di Matteo Salvini. “Di questo Governo crediamo fortemente nella Lega, è una componente importante, qui non si tratta di regionalità ma di risposte vere ai cittadini”, ha detto il leader degli imprenditori. “Confindustria è ufficialmente leghista. Chissà se le imprese credono anche nel piano B, nel trasformare l'Italia in una democrazia illiberale, nello spread fuori controllo etc. Mai un presidente aveva fatto un endorsement così a un partito politico”, gli ha risposto a muso duro Carlo Calenda, ministro uscente dello Sviluppo economico, iscritto critico al Pd. Confindustria, per la verità, si era schierata palesemente per il sì al referendum costituzionale promosso proprio dal segretario del suo partito. Ma come ha fatto il ministro dell’Interno a incassare un appoggio così palese? Ha annunciato che con il prossimo decreto fiscale ci saranno tre interventi a favore proprio delle aziende: la riforma del Codice degli appalti per “eliminare un terzo delle norme”, la riforma del codice civile “per portare da sette a tre anni” i tempi del contenzioso e un pacchetto di sburocratizzazione