[L’inchiesta] La strage di via Fani e la caccia alla ‘ndrangheta e ai servizi segreti. La commissione Moro è finita nel nulla, senza scoprire complotti

E alla fine i Ris e il Dna confermano quel che sappiamo sul sequestro Moro. Non c'è singolo passaggio dei "55 giorni" che non sia stato rivisitato, nel quadro di un'ottica dietrologica e complottista: la commissione ha perlustrato una quantità enorme di piste e ipotesi. Alla resa dei conti, però, tutte le ipotesi investigative scandagliate non hanno prodotto risultati tali da consentire una sintesi coerente. E così la Commissione non trarrà conclusioni

[L’inchiesta] La strage di via Fani e la caccia alla ‘ndrangheta e ai servizi segreti. La commissione Moro è finita nel nulla, senza scoprire complotti

Ancora una volta, una commissione parlamentare d’inchiesta che si è occupata della vicenda Moro finisce i suoi lavori senza giungere a conclusioni. Stamattina, in una conferenza stampa, il presidente Fioroni presenterà il terzo report provvisorio, un volumone di quasi 300 pagine che documenta un lavoro imponente ma impotente. Era già successo sedici anni fa con quella presieduta dal senatore Pellegrino. In quel caso, però, la bozza di relazione proposta dal parlamentare diessino lasciò traccia, orientando saggistica e cronaca giornalistica sul terrorismo italiano verso una maggiore attenzione al contesto internazionale e ai giochi politici e militari delle potenze, più o meno grandi, attive nello scacchiere mediterraneo.

La I Commissione e Leonardo Sciascia

Solo la prima Commissione Moro c’è riuscita, nonostante la chiusura anticipata di un anno della legislatura, nel 1983. Anzi mise capo a due relazioni conclusive contrapposte, una di maggioranza approvata da Dc, Pci, repubblicani e socialdemocratici, l'altra, opera prevalente di Leonardo Sciascia, votata da uno schieramento trasversale che andava dal Msi ai socialisti, cioè le forze che per distinte ragioni dissentivano dalle posizioni e dalla ricostruzione storica di quello che era stato il "partito della fermezza", l'ampia coalizione che rifiutò ogni trattativa con le Brigate rosse durante il sequestro di Aldo Moro.

Tante le piste finite nel nulla

Molte e roboanti le anticipazioni su clamorose svolte investigative annunciate dal presidente Fioroni e dal più attivo dei commissari, Gero Grassi, che si è impegnato in un faticosissimo e meritorio tour in decine di scuole per raccontare a migliaia di studenti una pagina a loro spesso ignota della recente storia italiana. Non c'è singolo passaggio dei "55 giorni" che non sia stato rivistato, nel quadro di un'ottica dietrologica e complottista: dal numero dei brigatisti attivi a via Fani alle "presenze inquinanti" sulla scena del rapimento ('ndranghetisti, uomini dei servizi segreti, terroristi tedeschi, motociclisti di supporto), dalle prigioni di Moro alla visita di un sacerdote nel covo, dalle influenze internazionali alle modalità dell'omicidio del leader dc, la commissione ha perlustrato una quantità enorme di piste e ipotesi. Alla resa dei conti, però, tutte le tracce investigative scandagliate non hanno prodotto risultati tali da consentire una sintesi coerente. In molto casi sono stati inviati gli atti alla magistratura romana delegandole il compito di fare chiarezza e tirare le somme. Un'ammissione di resa per una commissione d’inchiesta dotata di poteri giudiziari.

Le nuove tecnologie confermano le sentenze

Gli accertamenti svolti applicando nuove tecnologie hanno confermato nella sostanza le conclusioni processuali. Non risulta traccia del Dna di Aldo Moro nel covo di via Gradoli, dove abitavano i capi delle Br, Mario Moretti e Barbara Balzerani. L'analisi balistica con tecnica tridimensionale non smentisce la ricostruzione dei brigatisti sulla dinamica della sparatoria di via Fani. Anche la fase drammatica dell'esecuzione del presidente della Dc, confutata da un'agguerrito pool di cultori del "mistero Moro", ha retto alla verifica dei Ris: le prove di ingombro, di sparo e acustiche hanno confermato la compatibilità sostanziale del racconto brigatista. Moro è colpito da una raffica appena si siede nel pianale posteriore della R4 poi si accascia, seguono altre due raffiche e il colpo di pistola. A sparare sono stati in due, con il "quarto uomo" Germano Maccari che subentra a Mario Moretti, emotivamente scosso. Una dinamica che ha qualche evidente contraddizione e che difficilmente potrà essere chiarita in futuro, visto che il primo brigatista, reo confesso, è morto da tempo e il secondo si è sempre rifiutato di fornire precisazioni sui particolari.

Quelle strane presenze in Via Fani

In qualche caso sono stati gli stessi supertestimoni a venire meno: l'ingegnere Marini, presente sulla scena del rapimento, dopo aver alimentato un appassionato dibattito sulla presenza di una moto Honda a supporto del commando brigatista, alla fine, ha ammesso che nessuno aveva sparato contro il suo parabrezza ma che questo si era rotto nei giorni precedenti il 16 marzo. E questa, paradossalmente, è una delle poche smentite delle sentenze passate in giudicato: perché tra le condanne per reati "minori" dei brigatisti presenti a via Fani c'è anche il tentato omicidio dello stesso Marini.
Della testimonianza di tale Nirta, nipote di un boss nella 'ndrangheta e identificato tra i presenti sulla scena del crimine in un giovane riccioluto assai somigliante a Ninetto Davoli, la Commissione ha deciso di fare a meno così come di altre tracce investigative sui collegamenti tra Brigate rosse e terrorismo internazionale. Tracce e materiali che sicuramente arricchiranno il dibattito e le inchieste giornalistiche nei prossimi mesi.