[Il retroscena] Il contratto capestro Pd-Azione, Italia viva tagliata fuori. Renzi: “Avanti liberi e con coraggio”

Pur di chiudere l’alleanza, il segretario dem fa molti passi indietro, sul programma e sui seggi. Ben il 30% ad Azione e + Europa. Nel fine settimana quasi chiuso l'accordo Iv-Azione. Il pressing contrario di Bonino. Di Maio accetta il diritto di tribuna nelle liste Pd. Grande attesa oggi per il patto tra Pd e Fratoianni/Bonelli. Alleanze elettorali destinate ad andare in frantumi

Stretta di mano tra Letta e Calenda (Ansa)
Stretta di mano tra Letta e Calenda (Ansa)

“Questa è quindi una coalizione di centro-liberal-progressista- democratica e, proprio in fondo, anche di sinistra”. Benedetto della Vedova fa quasi fatica a pronunciare la parola “sinistra”. La mette in fondo, per contratto appunto, al patto appena siglato con Carlo Calenda e Enrico Letta. Tra Azione, + Europa e Pd è alla fine, dopo 72 ore di piatti in faccia, scoppiato l’amore ed è andato in scena l’happy end. Al di là dei punti politici programmatici - che contano il giusto visto che il 26 settembre, una volta assegnati i collegi, delle due grandi coalizioni resterà bene poco - il cuore dell’accordo è che il 30% dei collegi uninominali andrà ad Azione e + Europa. Il 70% al Pd. Al netto della quota “scomputata” - si legge nel comunicato - riservata cioè agli alleati minori. Ma saranno pochi visto che a loro Letta garantisce il diritto di tribuna: salverà i leader di queste formazioni in una quota proporzionale sicura. La legge elettorale costringe a prendere un bus - la coalizione - per massimizzare i seggi da conquistare. Una volta arrivati a destinazione, si può scendere dal bus coalizione e andare dove meglio si crede. Anche perché la legge elettorale doveva essere cambiata. Ecco perché nulla è quello che sembra.

Sarebbe banale qui, oggi, metterla sul piano di chi ha vinto e chi ha perso. Di sicuro con questo 30% Azione e + Europa sono nettamente sovrastimate. E questa la dice lunga su quanto il segretario dem volesse portare a casa questo accordo per dare forma alla vasta alleanza di centrosinistra che andrà a fronteggiare il centrodestra. 

La stretta di mano a favore di telecamere

Della Vedova parla alle 14 con stretta di mano pubblica a favore di telecamere – caso mai qualcuno se la rimangiasse – nella sala stampa della Camera dei deputati. La pax così siglata è finalmente l’inizio di una campagna elettorale pancia a terra e porta a porta, come immagina il segretario dem, “con due schieramenti ben definiti uno contro l’altro, quello nostro europeista e l’altro delle destre populiste e sovraniste”. Ma la stessa pax è anche la miccia che accende un'altra battaglia, anzi, più d’una: è fatta per estromettere Matteo Renzi e Italia viva da ogni accordo elettorale almeno dignitoso; come effetto collaterale produce subito che Luigi di Maio sarà candidato nelle liste del Pd (quota proporzionale, quindi sicuro). Si chiama diritto di tribuna: Letta lo ha concesso, il ministro degli Esteri lo ha accettato; l’ex premier ed ex segretario del Pd  no. La pax accende anche i territori: aver allargato la coalizione e assegnato il 30 per cento a Calenda e Bonino vuol dire aver meno posti a disposizione e più d’uno invece nelle file del Pd contava in un collegio sicuro o quasi adesso invece messo a disposizione del Di Maio di turno.

Anche il popolo di Calenda non l’ha presa benissimo a giudicare dai social: è un patto politico e pieno di contraddizioni, attaccabile in ogni momento, potremmo dire fragile. Ma così richiede la legge elettorale: “Alleanze tecniche, non programmatiche” ha sempre spiegato il segretario dem. Calenda si è impegnato davanti ai giornalisti: “Basta prepartita, adesso comincia la partita vera e giochiamo tutti nella stessa squadra per vincere”. Tutti con la maglietta di Azione, come aveva provocato qualche giorno fa Andrea Orlando? “Facciamo così – ha sorriso con gli occhi Calenda – d’ora in poi Orlando avrà sempre ragione”.

L’accordo

L’appuntamento era alle 11 ieri mattina. Fino a poco prima di mezzogiorno però il tavolo non inizia. Ci sono Enrico Letta, il plenipotenziario Marco Meloni, lettiano doc, raccontano che abbia ancora il dente avvelenato per essere stato escluso dalla competizione nel 2018, quella lunga notte in cui si chiusero le liste Pd, segretario era Renzi. Ha voglia di dire il fronte nazionale repubblicano contro le destre: certi torti o presunti tali si cancellano solo con la vendetta: E’ bene dire le cose come stanno. Fanno parte della delegazione Pd anche le capogruppo Malpezzi e Serracchiani che Letta volle alla guida dei gruppi parlamentari appena arrivato. Sono state fedeli ad ogni segretario di questa incredibile legislatura. Poco dopo arrivano Carlo Calenda, Benedetto della Vedova e Riccardo Magi. Non c’è Emma Bonino ma è come se: in questi giorni è lei che non ha mai avuto dubbi sull’alleanza con Letta e nel respingere l’accordo sul terzo polo con Matteo Renzi che tra domenica e lunedì era sembrato invece prevalere. Almeno a giudicare dalle parole e dai tweet di Calenda molto critici con l’alleanza arlecchino e le palesi contraddizioni programmatiche dal campo largo di Letta.

La fumata bianca arriva poco dopo le 13 e 30. La filosofia, anticipa lo staff di Letta, “è che tutti abbiamo fatto un passo indietro nell’interesse comune di costruire un’alleanza in grado di contrastare le destre”. E’ la polarizzazione dello scontro: Letta contro Meloni; agenda Draghi contro agenda delle destre; europeismo contro “nazionalismi alleati con Orban e Putin”. Si dà per scontato, e Calenda ha accettato lo schema, che in mezzo non ci sia nulla. Ma in mezzo restano Italia viva e Renzi. Devono fare il 3% per entrare in Parlamento. Lo possono fare. E’ un diritto di tribuna chiesto agli elettori. La battaglia più bella. La più vera. Se ce la faranno, entreranno in Parlamento con 12 deputati e 8 senatori. Circa. Che sono il nucleo di renziani che arrivò in Parlamento nel 2013.   

Un accordo in due parti

Il testo del patto elettorale è diviso in due parti: “La visione, il programma”; “Le candidature, il Patto elettorale”. Tra i punti programmatici di questo patto “tra Pd e Azione” sottolinea più volte Letta, è chiaro che “le prossime elezioni sono uno spartiacque che determinerà la storia prossima del nostro Paese e dell'Europa. E’ nostro dovere dunque costruire una proposta vincente di governo”. Si parla di “solido ancoraggio all'Europa nel rispetto degli impegni internazionali dell'Italia e del sistema di alleanze così come si è determinato a partire dal secondo dopoguerra”. Avanti su tutta la linea con l’agenda Draghi con riferimento in particolare “alla crisi ucraina e al contrasto al regime di Putin”. E avanti senza incertezze sul piano energetico, dai rigassificatori al price cap con incremento delle rinnovabili, così come spiegato dal ministro Cingolani. La promessa di nessun aumento delle tasse, basta bonus, correggere in modo radicale il Reddito di cittadinanza. L’ala sinistra del Pd avrà probabilmente qualcosa da dire.

La divisione dei seggi

Il paragrafo successivo è dedicato a “candidature e patto elettorale”. Sta qui il passo indietro più evidente. Del Pd, si direbbe. Calenda aveva chiesto di non candidare nei collegi sicuri uninominali leader divisivi e indigesti come Fratoianni, Bonelli, Di Maio e altri. Così come lui non avrebbe candidato nomi di peso e ugualmente divisivi come Gelmini e Carfagna. “Le parti – si legge nell’accordo - si impegnano a non candidare personalità che possano risultare divisive per i rispettivi elettorati nei collegi  uninominali, per aumentare le possibilità di vittoria dell'alleanza. Conseguentemente, nei collegi uninominali non saranno candidati i leader delle forze politiche che costituiranno l'alleanza, gli ex parlamentari del M5S (usciti nell'ultima legislatura), gli ex  parlamentari di Forza Italia (usciti nell'ultima legislatura)”. Ma neppure Letta o Calenda. O altri se sarà necessario. Ora, siccome i colleghi uninominali sicuri sono molto pochi e visto anche i risultati delle passate elezioni, diciamo che non ci sono big che possono dire di andare a cuore leggero nell’uninominale. Il proporzionale è un ombrello di protezione per chiunque. Pur con tutti i punti interrogativi del mix legge elettorale e taglio dei parlamentari, è più sicuro essere candidati nel proporzionale che nel maggioritario, un duello senza prigionieri, chi vince prende tutto.

La più succulenta è la parte dei numeri. Così come aveva già fatto il centrodestra, anche Letta e Calenda fissano due percentuali. “La totalità dei candidati nei collegi uninominali della coalizione – si legge - verrà suddivisa tra Democratici e Progressisti e Azione/+Europa nella misura del 70% (Pd) e 30% (+Europa/Azione)”. Sarà “scomputata” da queste cifre la quota riservata “alle altre liste dell'alleanza elettorale”. Accordo anche sulle presenze in tv diviso nelle stesse percentuali. E sui front runner, che restano due: Letta per il Pd e Calenda per Azione, +Europa e Liberali”.

Dal punto di vista di Calenda è un ottimo accordo. Ma i territori si scatenano sui social: contro Letta perché ha dato troppo quando già c’è poco (rapporto candidati e seggi decisamente sproporzionato); contro Calenda perché “hai perso l’occasione di fare un vero polo di centro”.

Italia viva: “Non siamo soli, siamo coraggiosi”

Non c’è dubbio che a questo punto tra le due coalizioni arlecchino tenute insieme solo “contro” e non “per” qualcosa, Italia viva resta l’unica forza coerente con un percorso e una storia. Destinata ad essere travolta dal voto utile? Si vedrà. E’ vero che Renzi e calende aveva trovato un accordo nel fine settimana. Il terzo polo sembrava cosa fatta. L’ex segretario Pd aveva chiarito di non voler avere ruoli di front runner o cose simili. Aveva chiesto pari dignità per i suoi candidati. Calenda ha scelto il 30% dei seggi.  

L’accordo Letta-Calenda ha anche scontentato molti. Sui territori. Dove si voterà. Forza Italia ieri camminava un metro da terra “perché averci tolto di mezzo Calenda è un grande regalo”. Sarà in grado Iv di attirare il voto moderato di centro che non riesce a seguire le destre? Tra le poche domande scappate nell’improvvisata conferenza stampa, c’è stata quella che riguarda ora il destino di Italia viva e Matteo Renzi. “Noi teniamo la porta aperta…” ha detto Calenda. “Spero arriverete anche voi” ha ripetuto poco dopo in uno cambio di tweet con la ministra Elena Bonetti (Iv) che rifletteva: “Caro Carlo. Hai sprecato un’occasione storica, peccato. Buon vento anche a te”.

Il tema ora è proprio questo: che succede all’unica vera forza politica che nel 2021 andando contro tutti fece la crisi di governo e ritirò i ministri per accompagnare alla porta Conte e investire Draghi? Tutto questo mentre il Pd, a guida Zingaretti, lavorava intensamente per il Conte-ter offrendo anche a Renzi un incarico da ministro. Il paradosso - per qualcuno il rischio, per altri un’ottima notizia – è che Italia viva non sia più rappresentata in Parlamento se non raggiungerà il 3%.

La risposta del leader di Iv non si è fatta aspettare: andranno da soli. “Siamo soli? No, siamo coraggiosi. Siamo a un passo dal 3% e a volte anche sopra il 3%. È una partita secca. Io sono convinto che si possa arrivare al 5%”.

Ma Fratoianni e Bonelli dettano condizioni

Nel pomeriggio Letta ha annunciato di garantire il diritto di tribuna ai leader delle formazioni politiche collegate. Si tratta di un posto sicuro nella quota proporzionale visto che “Impegno civico” potrebbe non raggiungere il 3% e non far scattare il quorum per far eleggere qualcuno. Insomma, correrà la lista (simbolo appena presentato ieri) ma intanto il leader si protegge anche altrove. Matteo Renzi la vede così: “Con oggi - aggiunge - si fa definitivamente chiarezza, nel senso che Pd-Azione-Fratoianni-Di Maio hanno messo insieme un'alleanza, la rispettiamo, offrono il diritto di tribuna alle liste che si collegano, che è di gentilezza squisita ma in politica si sta insieme sulle cose”. Quella di Italia viva sarà “una battaglia controcorrente con entusiasmo, pronti a dire che siamo noi il voto utile se gli italiani vorranno mandare in parlamento persone competenti votando queste persone direttamente”.

Oggi un analogo patto politico sarà sottoscritto tra il Pd e i rossoverdi. Fratoianni e Bonelli hanno detto di non accettare il diritto di tribuna: “Ce la facciamo da soli, andiamo sopra il 3%”. Più difficile trovare la quadra su politica estera, economica ed energetica. “Non ci sentiamo vincolati” hanno messo le mani avanti. Vedremo oggi cosa chiederanno di scrivere nel patto che andranno a siglare con il segretario dem. E comunque anche Fratoianni e Bonelli sono destinati a scendere subito dal “tram coalizione” una volta eletti. La santa alleanza del federatore Letta non è ancora chiusa. E i prossimi due mesi saranno un percorso impervio.