La circolare sul Green pass salva capra e cavoli: obbligo di controllo da parte dei gestori in alcuni casi

Ma è il pasticcio è evidente. E il danno pure.  Doppio guaio per Lamorgese: sullo ius soli ha scontentato la Lega; sul pass il Pd, Leu e lo stesso Draghi. Il ministro dell’Interno è un tecnico che non si muove secondo logiche politiche. Troppe volte sono state limitate le libertà personale senza coinvolgere prima il Viminale

La ministra dell'Interno Lamorgese (Ansa)

La pezza serale, la circolare del ministero dell’Interno, non spenge l’incendio che da 48 ore ha messo sulla graticola il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.  “Colpevole” due volte: per aver messo sul tavolo il dossier sulla cittadinanza per gli stranieri; per aver detto che il controllo del green pass nei ristoranti non può essere a carico dei gestori e neppure dei poliziotti che hanno altro e di più importante da fare. “Scriveremo tutto in modo chiaro nella circolare di attuazione del provvedimento” ha annunciato lunedì il ministro. Un lavoro non facile per il capo di gabinetto Bruno Frattasi perché oltre a dover dire una volta per tutte chi deve fare cosa nelle varie fasi del controllo del green pass, ha dovuto anche fare molta attenzione a non “smentire” il governo che ha approvato la misura del green pass assicurandone l’efficacia e la stessa ministra dell’Interno che invece lunedì aveva detto, in pratica che i controlli non ci potevano essere. Sottotitolo, se quando decidono queste cose nella cabina di regia ci fosse anche il ministro dell’Interno e i suoi tecnici, forse molti pasticci potrebbero essere evitati. Succedeva nel Conte 2, quando Lamorgese veniva costantemente bypassata nei vari Dpcm che pure avevano le forze dell’ordine come protagoniste. E succede ancora adesso.

Quattro pagine

La circolare conta quattro pagine e il punto dirimente è a pagina 3 quando in sostanza Frattasi spiega, con linguaggio non sempre cristallino ma possiamo comprenderne il motivo, che gli esercenti non devono sempre e per forza chiedere i documenti ma possono farlo in caso. Devono farlo in caso di dubbio. Chi vinca tra le due versioni - quella di Draghi che ha investito gli esercenti dell’onere della verifica o quella del ministro che invece le ha negate entrambe - è faccenda secondaria. Non c’è dubbio però che “vinca” la versione del premier perché la circolare non impedisce di chiedere il documento (come qualche ristoratore aveva teorizzato trovando lunedì il consenso della ministra). Chiedendolo, inoltre, il ristoratore evita anche l’eventuale sanzione a suo carico. Si potrà, però, ad esempio sostenere che un ristoratore che conosce il cliente abituale può non chiederlo.  Così come può non chiederlo in mancanza di dubbi.  I ristoratori, si legge, non devono chiedere i documenti di identità ai clienti per verificare la validità del green pass. Ma devono farlo “necessariamente nei casi di abuso o di elusione delle norme”, ad esempio in caso di “manifesta incongruenza” della certificazione verde con i dati anagrafici in essa contenuti. La verifica del gran pass è invece “un vero e proprio obbligo”. Poche ore prima, il Garante della Privacy, rispondendo a un quesito rivolto dalla Regione Piemonte, aveva fatto sapere che anche gli esercenti di ristoranti e bar possono verificare l'identità dei loro avventori chiedendo di esibire il green pass dove richiesto. La circolare precisa anche che l’obbligo delle verifica incombe anzitutto sui pubblici ufficiali nell'esercizio delle relative funzioni, “notoriamente muniti del potere di identificazione delle persone per fini di controllo stabiliti a vario titolo dalla legge”. Il dpcm (17 giugno 2021) a cui la circolare fa costante riferimento, indica altre tre categorie di “controllori”': il personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, i cosiddetti steward; i soggetti titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi dove si accede con green pass; il proprietario di luoghi o locali presso i quali si svolgono eventi e attività con green pass. Camminando sul filo di lana, Frattasi è riuscito a non smentire il ministro che aveva ammesso in sostanza l’impossibilità di fare controlli (“né gli esercenti che non sono pubblici ufficiali; né le forze dell’ordine che hanno altro da fare”) e a non smentire il governo che ha voluto il green pass per restare liberi e aperti e limitare il contagio.  Non a caso Frattasi conclude la circolare ribadendo che “rappresenta uno strumento di salvaguardia e di tutela della salute pubblica per scongiurare condizioni epidemiologiche che dovessero imporre il ripristino di misure restrittive a fini di contenimento del contagio”. Un concetto “politico” e ridondante rispetto ad una circolare che dovrebbe spiegare solo cosa si deve fare.

Il parere del Garante

Qualche ora prima era stato il Garante per la privacy a dare una mano al governo e anche al gabinetto del ministro Lamorgese. Per chi al Viminale sosteneva che la richiesta di documenti da parte di un non pubblico ufficiale (il titolare di un esercizio pubblico) “necessita di una norma primaria” (concetto alla base dell’intervento del ministro) si è dovuto ricredere. Il Garante della Privacy, citando il Dpcm dello scorso 17 giugno, ha fatto notare che anche “i titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi” possono richiedere agli intestatari della certificazione verde di esibire un documento d’identità. Nei fatti una smentita del ministro e la conferma di quello che ha sempre chiesto il governo: controlli e sanzioni sono necessari per non vanificare la misura del pass. Forze dell’ordine ed esercenti lavoreranno insieme. In nome di quella sicurezza partecipata che da anni è alla base del nostro sistema dei sicurezza.  Dice Enrico Borghi, deputato Pd e responsabile della sicurezza nella segreteria Letta: “Il Green Pass ci fa sentire più sicuri e liberi. Quaranta milioni di italiani che lo hanno scaricato lo hanno capito perfettamente. Ora, perché funzioni serve il concetto della sicurezza collettiva perché non possiamo certo immaginare di piantonare con la forza pubblica ogni ristorante. Ognuno può e deve fare la propria parte, senza isterie o furbizie”. Come il Garante, Borghi fa l’esempio di tutte le volte che già adesso consegniamo un documento di identità ad un esercente: sigarette, alcolici, cinema, quando acquistiamo un cellulare. Lo facciamo volentieri, responsabilmente, per questioni di sicurezza.  “Ora - chiede polemico Borghi - improvvisamente, per correre dietro ad una minoranza urlante, vogliamo fare passi indietro, anche sotto il profilo della responsabilizzazione collettiva che come tale è la migliore forma di deterrenza e di sicurezza, oltre che di senso civico?”.

Doppio guaio per la ministra Lamorgese

Difficile che le polemiche svaniscano con la circolare. Il pasticcio e il danno purtroppo sono stati fatti. E il ministro dell’Interno si è ritrovata ad essere in poche ore nel mirino due volte.  Sullo ius soli la proposta del ministro Lamorgese (“la politica deve trovare una sintesi in fretta per dare risposte a situazioni di fatto, come dimostrano le medaglie olimpiche”) è di buon senso ma ha alzato prevedibili muraglie con Lega e partiti di centrodestra: “Non se ne parla, le priorità sono altre: salute, lavoro e sicurezza”. Anche sui controlli del Green pass nei ristoranti il ministro ha detto cose di buon senso che sottintendono il senso di responsabilità di ciascuno di noi ma è andata a toccare l’argomento più divisivo in questa calda estate alle prese ancora con la pandemia. Di conseguenza ha armato le tifoserie di favorevoli e contrari. Con tutto quello che ne consegue di polemiche, attacchi, ironie e sarcasmi. Un inciampo che il premier Draghi avrebbe volentieri evitato visto che ci sono già altri dossier divisivi sul tavolo al rientro dalle brevi vacanze: il terzo decreto sul green pass, quello su lavoro e trasporti; i decreti sulla riforma del fisco e sulla concorrenza; la riforma della giustizia in Senato; i provvedimenti sul lavoro, dalla riforma del reddito di cittadinanza a quella degli ammortizzatori che è ancora in alto mare per via soprattutto delle coperture.

E infatti sarebbe stato il premier ieri a parlare al telefono con la ministra Lamorgese invitandola - qualcuno al Viminale parla anche di “toni seccati” - a chiarire quanto aveva detto qualche ora prima. E a scrivere una circolare che non smentisse lo spirito del strumento green pass e al tempo stesso ne tutelasse la funzione e l’efficacia: garantire standard di vita “normali” seppur conviventi con la pandemia. Detta meglio: non chiudere più le attività, tutelare la salute e invitare il più possibile i cittadini a vaccinarsi.

Scontentare tutti

Il fatto è che la ministra - un tecnico senza cappelli politici al netto di una stima particolare da parte del Quirinale - quando ha parlato è riuscita nell’impresa di scontentare un po’ tutti: governo, maggioranza e persino le sue truppe, gli uomini e le donne della Polizia di Stato. E ha fornito materia prima alle opposizioni che non vogliono il green pass. E a quei pezzi di Lega - si parla di una ventina di parlamentari - che hanno già detto che non lo voteranno. Claudio Borghi in testa. Hanno gioito Confcommercio e Confesercenti. “Resa del governo sul green pass: impossibile fare controlli” ha potuto titolare il quotidiano La Verità che non aspettava altro che questo autogol.

Da qui l’imbarazzo di palazzo Chigi che avrebbe volentieri evitato questa grana per un “ministro che non ha coordinato con gli altri uffici le dichiarazioni su una materia tanto delicata”. Probabilmente questo aspetto non secondario della faccenda green pass - chi fa cosa - doveva essere chiarito bene all’interno dell’esecutivo e della maggioranza assai prima di arrivare a questo punto.

Le “perplessità” anche al Viminale

 “A dir poco perplessi” sono rimasti i funzionari di polizia, coloro che devono dare applicazione alla norma. “I gestori possono controllare i documenti degli avventori. L’esperienza comune - spiegano fonti dell’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp) - dimostra come non si debba essere poliziotti per chiedere un documento. Non lo sono i tabaccai che devono evitare di vendere le sigarette ai minori, i cassieri del supermercati o i baristi che non possono vendere alcolici ai minori. E anche al cinema se il film è vietato o se si vuole aderire a prezzi scontati per gli over 65 il documento viene chiesto e mostrato serenamente. E potremmo continuare con tanti altri esempi come per gli stadi con il biglietto nominativo, gli alberghi ecc”.

E’ chiaro quindi che il problema non è giuridico ma “politico e di opportunità”. Il che provoca “sconcerto” dopo la perplessità iniziale.  “Escludere i gestori dei locali dalle verifiche dei clienti - spiega ancora l’Anfp -  va in direzione opposta e contraria a quel principio di sicurezza partecipata che ormai da anni è alla base del sistema sicurezza e per cui ciascuno fa la propria parte per costruire un sistema più sicuro”. Vedi gli steward negli stadi o negli eventi con grande afflusso di pubblico o la sicurezza negli aeroporti. “Questa inversione di tendenza anche culturale - aggiungono -  è ancora più pericolosa in un periodo di conflittualità sociale come quello che stiamo vivendo. E’ evidente a tutti come la pandemia ed i provvedimenti connessi al suo contenimento siano diventati elementi fortemente divisivi tra le forze politiche e soprattutto tra le persone. In un contesto del genere, in un periodo in cui sono quotidiani gli interventi delle forze dell’ordine per far rispettare le regole anti assembramento e altrettanto quotidiani sono gli attacchi alle forze di polizia, scaricare i controlli nei ristoranti solo sulle forze dell’ordine ci appare francamente inopportuno”.

Il timore adesso è che questo pasticcio di parole “vanifichi gli effetti del Green pass almeno sui ristoranti”. Chi fa cosa? E che reazioni ci saranno visto che non c’è chiarezza neppure nel decisore politico? “Perché delle due l’una - conclude l’Anfp - o i controlli saranno così sporadici da essere una farsa, oppure saranno fonte di ulteriori tensioni e di riduzione nel contrasto alle diverse forme di criminalità per cui è necessario essere poliziotti C’è una terza via: che i cittadini siano più responsabili di quello che si voglia far sembrare. E che quindi non ci sia bisogno di fare controlli serrati. Da parte del gestore. E delle forze di polizia.