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Il bazooka di Mattarella mette sul tavolo super Mario. Due liste di ministri, una più politica e una solo tecnica

Draghi oggi alle 12 al Quirinale. Ci sarà un ministero per il Recovery plan con ministro Cottarelli. In una delle liste anche Giorgetti, Crosetto e Patuanelli

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Il bazooka di Mattarella mette sul tavolo super Mario. Due liste di ministri, una più politica e...
Sergio Mattarella e Mario Draghi (Foto Ansa)

Ha già salvato una volta l’Italia. Proverà a farlo di nuovo. Alla fine, dopo quattro giorni di trattative improbabili e dopo settimane di provocazioni e umiliazioni poco serie per i cittadini e per il Parlamento, il Presidente della Repubblica tira fuori il suo bazooka, custodito e coltivato con gelosia da mesi, e pronuncia il suo whatever it takes: il Conte bis è finito, il Conte ter non ha i numeri, tocca adesso al governo di Mario Draghi.

Un governo istituzionale “di alto profilo e senza formule politiche”. Il governo del Presidente. Al Parlamento e ai partiti, tutti, il Capo dello Stato chiede il più largo sostegno. Da mesi una larga fetta del paese voleva questa soluzione. Sempre tenuta coperta. Protetta. Rassicurante. Non tutti i paesi possono permettersi di avere un piano B di nome Mario Draghi. È una soluzione su cui tutto il Parlamento, se dotato di buon senso, dovrebbe ritrovarsi. Esulta Matteo Renzi che in questi mesi ha condotto la crisi passo dopo passo verso questa direzione. “Se non cambia in fretta qualcosa, andiamo al Conte ter o al governo Draghi, così non possiamo più andare avanti” è stato da metà ottobre il mantra del leader di Iv.

Finisce così

Finisce alle 21e13 minuti del 2 febbraio 2021 l’avventura politica di Giuseppe Conte. O meglio, la sua parentesi alla guida di un governo dove arrivò per caso il primo giugno 2018. “Non si libereranno facilmente di me” avrebbe detto ai suoi più stretti collaboratori dopo giornate di rabbia e stizza passate in doveroso silenzio nel bunker di palazzo Chigi. Le cose si sono messe male eppure Conte era convinto che alla fine, ancora una volta, sarebbe toccato a lui saltare fuori dal cilindro di Mattarella. Conte è caduto per troppa arroganza e sicurezza di sé, due ingredienti che gli hanno impedito di vedere e capire come lo stallo nell’azione di governo da lui stesso tollerata fosse diventata insostenibile. E quanto fosse sbagliato insistere nella ricerca dei numeri e dei responsabili.

Solo l’evidenza di andare a sbattere con la relazione sulla giustizia, lo ha poi indotto alle dimissioni. Il partito di Conte è pronto. Lui stesso ha detto che andrà “casa per casa”, “porta a porta”, a cercare voti e consenso. Questo quando ancora però era convinto che “o Conte o voto”. Ora di elezioni si parla, se ve bene, almeno nella primavera prossima, dopo l’elezione del Presidente della Repubblica. Ma se le cose vanno come devono con superMario, il suo governo potrebbe andare avanti fino alla fine della legislatura.

La scelta

Mattarella, che ha seguito dal Colle passo passo l’evoluzione della crisi, ha voluto spiegare alla Nazione le sue decisioni. Il fallimento dell’esplorazione per cui ha ringraziato il Presidente della Camera Roberto Fico (“permangono distanze tali per cui non ho registrato l'unanime disponibilità di dare vita a una maggioranza”) ha portato la crisi davanti ad un bivio: andare subito al voto; dare vita ad un governo forte in grado di portare il paese fuori dalla crisi sanitaria ed economica. Nel suo discorso Mattarella ha spiegato, rivolto a tutti coloro che in queste settimane hanno invocato le urne, perché non è possibile andare adesso al voto e quindi passare i prossimi 3-4 mesi senza un governo nel pieno delle funzioni.

Serve un esecutivo invece che prenda subito in mano la situazione. Prima di tutto per la pandemia: la vaccinazione non va come dovrebbe; il rischio contagio sarebbe evidente durante le campagne elettorali dove sarebbe impossibile per gli staff e i cittadini rispettare le misure di sicurezza. Poi per la grave crisi sociale: il paese è in ginocchio, il 31 marzo scade il blocco dei licenziamenti, servono misure urgenti per il lavoro e l’impresa privata. Infine, serve un governo nel pieno dei suoi poteri perchè le scadenze europee sul Recovery plan non consentono più di perdere neppure un giorno. Non resta quindi che il Governo del Presidente. Mario Draghi salirà al Quirinale oggi a mezzogiorno. Era il jolly che Mattarella ha sempre tenuto nella manica. È anche, è bene dirlo, l’ultima occasione per l’Italia. Di meglio non poteva capitare. Dopo c’è il baratro.

I voti del governo Draghi

L’ex presidente della Bce arriva - contrariamente a Monti nel 2011 quando si poteva fare una cosa sola: tagliare - in un momento in cui il Paese avrà a disposizione una cassa con dentro 209 miliardi da spendere, come ha sempre detto, facendo “debito buono”. Soldi che suonano come il presupposto di una mission di successo. Il governo Draghi parte con i voti assicurati di Pd, Iv, Forza Italia, Autonomie, i Responsabili di Male e Centro democratico. Poco dopo la mezzanotte il responsabile politico Vito Crimi ha comunicato che il Movimento non darà il suo appoggio ad un governo tecnico. Sempre nella notte l’ex ministra della Difesa Daniela Trenta ha fatto un appello scritto via Facebook per dire “no al governo tecnico, siamo ancora in tempo per uno politico: portate al Presidente della Repubblica i numeri necessari”.

Il Movimento è destinato a spaccarsi in due o anche tre diversi tronconi. Ci sono stati movimenti evidenti in questa direzione. Uno su tutto l’addio di Emilio Carelli che ha dato vita ad una componente di centrodestra che si chiama Centro Popolare. Sul nome vediamo, perchè Pierluigi Castagnetti ha detto “popolari è mio, giù le mani”. Comunque un gruppo di deputati e senatori 5 Stelle o del Misto potrebbe muoversi qua. Altri voteranno per il governo Draghi. Altri seguiranno le sirene di Di Battista. Il Quirinale ha messo in conto il no di Fratelli d’Italia e di un pezzo di 5 Stelle. Confida però di non avere contro la Lega, punta, almeno in partenza, sull’astensione perchè diversamente avrebbe problemi con i numeri. È bene chiarire, a chi avesse in mente il boicottaggio di SuperMario, che ad ogni modo, anche se sfiduciato, sarà il suo governo a gestire i prossimi mesi. Prima di un ipotetico voto a luglio. Prima che scatti il semestre bianco.

Le squadre possibili

Decisiva sarà, in termini di consenso, la squadra. Mattarella, nel suo discorso, ha specificato che il governo del Presidente, nato dal fallimento “dell’unica e ultima maggioranza possibile nell’ambito di questa legislatura”, prescinderà dalle singole forze politiche e quindi dalle aree politiche. Non avrà colore, né di destra né di sinistra. Un classico governo tecnico. Affidato, però, ad un signore che in teoria a febbraio 2022 dovrebbe essere candidato al Quirinale. E che quindi avrebbe bisogno di un alto gradimento per ottenere i voti del Parlamento. Può darsi invece che il governo Draghi faccia così bene da rinunciare al Colle e andare avanti per tutta la legislatura. Vedremo, gli scenari possono essere molti.

Squadra 1

Intanto c’è da fare una squadra. Ieri sera, tardi, sono girate alcune ipotesi. Una ha una chiara coloritura politica e cerca di tenere dentro un po’ tutte le forze presenti in Parlamento.

Recovery Fund: Carlo Cottarelli

Interni: Giancarlo Giorgetti

Esteri: Emma Bonino

Mef: Irene Tinagli o Guido Crosetto

Mise: Marco Bentivogli

Lavoro e previdenza: Tito Boeri

Infrastrutture: Stefano Patuanelli

Giustizia: Paola Severino

Ambiente: Enrico Giovannini

Salute: Mara Carfagna

Istruzione: Patrizio Bianchi

Università: Antonella Polimeni

In questo schema sono ancora assenti i vicepremier (sarebbero due ed entrambi politici) ed è chiaro il tentativo di dialogare con tutte le forze politiche. A cui sarebbe data l’opportunità di un riscatto dopo le figuracce di questa legislatura. Giorgetti al Viminale potrebbe essere l’occasione per la Lega per dimostrare di non essere né forcaiola né razzista. Crosetto al Mef l’occasione per dimostrare che non è vero che Fratelli d’Italia pensa che l’Europa sia “un club di strozzini” ma solo un club necessario che pure talvolta ha sbagliato. Entrambi, Lega e Fdi, hanno bisogno di tempo e di opportunità per dimostrare che non sono nazionalisti, sovranisti, anti Europei. È una narrazione che la pandemia ha relegato negli angoli della Storia.

Sarebbe, finalmente, il governo dei migliori. Marco Bentivogli al Mise, dall’altra parte del tavolo dopo anni passati, come sindacalista, da questa parte. Paola Severino per completare, finalmente, la riforma della giustizia. L’ex Presidente dell’Istat Giovannini all’Ambiente, Emma Bonino alla Farnesina.

La squadra/2

Dopo qualche ora è girata anche un’altra variante. Per cui:

Recovery Fund: Cottarelli

Interni: Lamorgese

Esteri: Massolo

Mef: Panetta

Mise: Bentivogli

Lavoro e previdenza: Boeri

Infrastrutture: Cantone

Giustizia: Cartabia

Ambiente: Giovannini

Salute: Viola o Capua

Istruzione: Patrizio Bianchi

Università: Antonella Polimeni

Si tratta, come si vede, di una squadra dove la componente politica è stata nei fatti cancellata. Al Mef, al posto di Gualtieri, arriva un amico di Draghi e un numero uno come Fabio Panetta, ex dg della Banca d’Italia e ora membro del board della Bce. Alle Infrastrutture il procuratore di Perugia Raffaele Cantone, papà dell’Anac e del Codice degli Appalti. Un modo per far partire, nella legalità, tutti i cantieri che dovremo aprire nei prossimi mesi.

La trattativa

È utile riavvolgere almeno un po’ il film della giornata per capire come si arriva a Draghi. E immaginare cosa potrà succedere sulle macerie lasciate a terra in questi mesi di crisi politica sempre negata e sempre rinviata. In mattinata il Conte ter era dato per spacciato. All’ora di pranzo in risalita nelle quotazioni. Nel primo pomeriggio di nuovo in discesa e poi di nuovo in ascesa. Un saliscendi parallelo alle notizie che filtravano dai due tavoli della trattativa. Quello sul programma nella sala della Lupa a Montecitorio. E quello “telefonico” che ha proceduto parallelo negli ultimi giorni con Franceschini nei panni di mediatore tra i leader, Renzi, Zingaretti, Roberto Speranza a Giuseppe Conte, interpellato – anche lui come leader e parte - quasi più di Vito Crimi. Alle sette di sera il tavolo del programma ha sciolto la seduta con una fumata più nera che grigia. Dietro il paravento di una discussione inutile su cronoprogramma e verbale della seduta firmato o meno, si sono materializzati, anche per i più critici, i motivi della crisi. I 5 Stelle hanno alzato muri di No su tutto: non si trova il reddito di cittadinanza, avanti con la statalizzazione delle banche e delle imprese in difficoltà, avanti con i sussidi e il lavoro poi arriverà (ma sappiamo che Grillo aveva teorizzato l’obbligo del reddito di cittadinanza perchè tanto non ci sarà lavoro per tutti). I cantieri e le grandi opere, poi, non se ne parla. Sulla giustizia è arrivato un lodo Orlando (Pd) che dava ancora nove mesi di tempi alla prescrizione di Bonafede intanto che il Parlamento conclude la riforma del processo penale. Di cui si sono perse le tracce già da un anno. In una parola al tavolo in sala della Lupa sono stati chiari tutti i motivi per cui l’azione di governo era ferma. E perchè non sarebbe mai veramente ripresa. Per lo meno non nei modi e nella direzione auspicate da alcune delle forze di maggioranza. Sicuramente Iv e almeno un pezzo di Pd.

Perchè Iv ha detto No

Dal tavolo e dal serrato confronto con i capigruppo Crippa e Licheri, non è emersa insomma quella “discontinuità” nei temi e nei nomi della squadra che Matteo Renzi aveva chiesto come segno di una vera svolta nell’azione del nuovo governo. “Sarebbe inutile e inspiegabile aver fatto tutto questo senza una evidente discontinuità tra Conte due e Conte ter” spiegava ieri sera una fonte di Italia viva.

L’accordo però non si trova. I 5 Stelle non arretrano su nulla. “Bonafede, Mes, Scuola, Arcuri, vaccini, Alta velocità, Anpal, Reddito di cittadinanza, su tutto questo abbiano registrato la rottura. Non su altro. Prendiamo atto del niet dei colleghi della ex maggioranza” ha twittato Matteo Renzi mentre dalla sala della Lupa saliva la fumata più nera che grigia. Certe partite invece si portano a casa se tutti possono andare in goal. “Era prevedibile che avremmo detto no a questi temi, avevano detto no questioni divisive” spiega Licheri. Ma la vita è piena di questioni divisive. E non si può sperare di metterla sempre da parte pur di andare avanti. Che poi è quello che ha fatto in questi anni Conte: mettere da parte, provare ad andare avanti.

Ora però, con il Recovery plan alle porte, non è più possibile temporeggiare e galleggiare tra debolezze e difficoltà. Davide Faraone, capogruppo di IV, la metteva così quando lasciava il Tavolo: “Con questi presupposti si rischia la moviola di un film già visto. Ora la strada si fa più stretta”. E Loredana De Petris in delegazione con Federico Fornaro per Leu. “Se non ci sono notizie da altri tavoli – e al momento non mi pare ci siano - il Conte ter non ha i numeri per andare avanti”. La situazione ora è “difficile” e il voto sarebbe “l’unico sbocco alla crisi”. Tabacci, che tanto ha lavorato per arrivare fin qua, ha capito subito l’aria e non si è fermato neppure con i cronisti.

Il Movimento si spacca

Comunque vada i 5 Stelle escono malconci da questo ennesimo giro di giostra. La rigidità miope ha diviso i gruppi parlamentari. Emilio Carelli ha motivato la sua uscita con parole dure: un Movimento che “ha perso la sua anima”; costretto a vedere “troppe volte scelte e persone sbagliate e incompetenti” rispetto alle quali è “rimasto inascoltato”; per non parlare del “triste spettacolo di queste ultime settimane con il tentativo di compravendita di singoli parlamentari delle opposizioni o dei gruppi minori per garantire la maggioranza risicata ad un governo che i voti non aveva più”. E per finire anche “l'inadeguatezza del piano di attuazione del Recovery fund”.

Non è un mistero che nell’ultimo mese Carelli avesse indicato la via del governissimo e del dialogo con Italia viva e Renzi come l’unica soluzione possibile per dare al Paese un governo in grado di gestire crisi economica e sanitaria. Adesso ha creato la componete del Centro-Popolari italiani, più o meno dalle parti del centrodestra, e spera che molti scontenti del Movimento facciano il passo che meditano da tempo.

Dopo l’addio di Carelli (intorno alle 15), le chat del Movimento sono impazzite. Polemiche per i capigruppo al tavolo della Lupa che trattavano “in nome e per conto di non si sa bene chi”, la denuncia di “scarsa collegialità nelle decisioni”. E polemiche anche per la miope rigidità. “Dovevamo, potevamo mollare su qualcosa” ha scritto la deputata Dieni. Carelli era anche in pole per un posto nel Conte ter. Nel primo pomeriggio ha scommesso, prima di altri, sul fallimento della terza edizione del governo del Professore e se n’è andato.

Pare che Salvini abbia brindato alla notizia. Fonti di centrodestra confermano che da tempo la Lega sta lavorando alla creazione di un gruppo centrista che possa diventare la nuova casa di chi non vuole più stare in Forza Italia. Un gruppo che copra il “centro” della Lega. Un gruppo con funzioni di “cuscinetto”. Il quadro politico in Parlamento è scomposto e molto fluido. Anche il Pd deve con urgenza fare i conti con questa stagione. Matteo Renzi ha giocato una partita difficilissima. E l’ha vinta. Ha fatto pulizia di ipocrisia e incapacità. Avrà comunque tutti contro. Quegli stessi che ogni mattina da giornali e tivù dicevano che il governo Conte 2 non poteva più andare avanti. E che avrebbero continuato a dirlo con il Conte ter.

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