[Il retroscena] Toninelli e Salvini vanno in contropiede e chiudono i porti. Contromisure “per evitare casi Sea Watch”

Riunione tecnica dei due ministeri per cambiare le regole nelle operazioni di ricerca e soccorso. Potrebbe scattare l’obbligo di fermare le imbarcazioni con migranti “sospetti” a molte miglia dalla costa.

[Il retroscena] Toninelli e Salvini vanno in contropiede e chiudono i porti. Contromisure “per evitare casi Sea Watch”

Porti  chiusi rischia di non essere più solo un hastag sui social. Il ministro dell’Interno va alla guerra. Da solo e in compagnia. Per “evitare che ogni due settimane siamo alle prese con un nuovo caso Sea Watch, situazione non più sostenibile e per cui va trovata una soluzione”. E per screditare l’azione del Tribunale di Trapani gettando nell’agone del caso Diciotti il sospetto della “inaffidabilità” di magistrati. A occhio e croce il ministro deve avere dei sondaggi che gli dicono che così come le battaglie sui migranti regalano ampie fette di consenso, altrettanto potrebbe garantire ingaggiare una battaglia contro la magistratura e una giustizia che lascia scontenti 7 italiani su 10.

In tandem con Toninelli

Nel primo caso Salvini si sceglie come compagno di avventura il ministro Danilo Toninelli. Domani infatti è prevista una riunione tecnica tra Interno, responsabile degli sbarchi intesi come mettere-piede-a-terra, e Ministero delle Infrastrutture responsabile invece, tramite Guardia Costiera, di ciò che avviene nelle acque di stretta competenza italiana, dal rispetto delle norme che regolamentano la navigazione al controllo delle frontiere marittime passando per la vigilanza nelle acque territoriali. Obiettivo della riunione, spiegano fonti tecniche del Mit, è “creare le condizioni normative e giuridiche per evitare che ogni 15 giorni siamo alla prese con un nuovo caso Sea Watch”. Nuove regole, quindi,  che blindano la politica dei porti chiusi vagheggiata dal ministro e al tempo stesso evitano di mandare ministro e collaboratori sotto processo per sequestro di persona. Come nel caso della Diciotti. Ma anche della Sea Watch se e quando le denunce di questi giorni dovessero andare avanti. “Dobbiamo chiudere i nostri porti, dobbiamo farlo veramente, non possiamo più restare in balia delle navi delle ong che decidono di mettere in difficoltà l’Italia” è l’imput politico arrivato ai tecnici.

Intervento difficile

L’intervento non è semplice. Anzi. Qualsiasi iniziativa, anche lavorare sui regolamenti interni, deve comunque tenere presenti le linee guida delle convenzioni internazionali e i loro fondamentali: obbligo di soccorso di chi rischia la vita in mare e poi messa in sicurezza da parte di qualunque imbarcazione si trovi per prima e più vicina al punto di crisi. Le Convenzioni di riferimento (Sar, Amburgo 1979, Ucos, Montego bay 1982 e Solas) che l’Italia ha sempre recepito sono la legislazione primaria. L’unico margine di azione dei due ministri sono le cosiddette SOP (Standard operation procedure), atti amministrativi  che raccolgono e mettono insieme i passaggi tecnici per assegnare alle imbarcazioni in arrivo il POS, cioè il place of safety. “L’unico modo per ottenere il risultato desiderato – spiega una fonte esperta di diritto della navigazione – è elevare il livello delle Sop a livello di decreto interministeriale in cui, ad esempio, Interno e Infrastrutture decidono che una nave con a bordo migranti deve stare a tot miglia dalla costa, per motivi di sicurezza e per negare la visibilità avuta in questi giorni dalla Sea Watch. Le nuove Sop potrebbero anche decidere non più solo ‘dove’ far sbarcare una nave ma anche ‘se’ farla attraccare…”. Le ultime Sop risalgono al 28 luglio 2015, portano la firma dell’ammiraglio Carlone e vengono decise nel momento in cui fu chiusa l’operazione Mare Nostrum. Si tratta delle regole d’ingaggio in mare per gestire il flusso dei migranti. Cambiarle, un atto che può avvenire in autonomia tramite i due ministeri,  può essere quella svolta che Salvini insegue da tempo. Di sicuro il Viminale è alla ricerca di contromisure per evitare il ripetersi di accuse e procedimenti giudiziari annessi. “L’obiettivo – si spiega - è individuare, sulla base della normativa esistente (in particolare l’Articolo 83 del codice della navigazione) una procedura standard per bloccare alcune navi non inoffensive dirette in Italia che, favorendo invece l’immigrazione clandestina, potrebbero rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale”.

“Terroristi a bordo”: mistero, incidente o bugia?

La seconda battaglia è condotta da Salvini in solitaria. O comunque con la collaborazione di qualche fedelissimo della complessa macchina del Viminale. Ancora ieri fonti del ministero hanno insistito nel ripetere che “sulla nave  Diciotti c’era la possibilità che ci fossero infiltrazioni terroristiche”, condizione che quindi ha fatto scattare contromisure di sicurezza come tenere il pattugliatore e il suo carico fermi in banchina in attea di verifiche. Sarebbe un alibi perfetto per il ministro, un ottimo asset per la difesa. Peccato però che a pagina 40 della richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri di Catania, i giudici scrivano esplicitamente che “nessuno dei soggetti ascoltati da questo Tribunale ha riferito, come avvento invece per altri sbarchi, della possibile  presenza, tra i soggetti soccorsi, di persone pericolose per la sicurezza e l’ordine pubblico nazionale”. I funzionari del Viminale – e non agenti dei servizi segreti - che avrebbero spiegato il pericolo ai magistrati, ieri hanno fatto sapere di considerare “gravissimo il fatto che le loro deposizioni siano state dimenticate”.  E’ chiaro a tutti che quando un potere dello stato, la Magistratura, e un’articolazione importante dello stato come lo è un funzionario del ministero dell’Interno sono al centro di sospetti e bugie, il livello dello scontro è pericolosamente alto.

Che ci sia qualcosa di “opaco” circa le informazioni sulle navi, sia sugli equipaggi che sui naufraghi salvati, è emerso ieri in modo chiaro anche nell’interrogazione di Erasmo Palazzotto (Leu) a Salvini.  Il deputato di Liberi e Uguali ha chiesto al ministro di sapere dove abbia assunto le informazioni circa” l’esistenza di contatti tra le ong e i trafficanti” di cui ha promesso che avrebbe informato l’autorità giudiziaria. Il ministro non ha, nei fatti, risposto.  Il ministro dell’Interno è il depositario primo di informazioni riservate. Ma se sono riservate, e quindi preziose, tali devono restare. Non si annunciano in conferenza stampa. E se agenti sotto copertura, tenuti alla riservatezza, hanno raccolto elementi circa la pericolosità dei naufraghi della Diciotti, perché una volta a terra quei naufraghi sono stati lasciati andare in giro per l’Italia e per l’Europa? Con la sicurezza non si scherza. E non si fa propaganda.

Le memorie degli altri

Ieri il presidente della Giunta del Senato Maurizio Gasparri ha avviato i lavori sulla richiesta di autorizzazione a processare il ministro dell’Interno. Entro una settimana il ministro sarà ascoltato, se lo ritiene. Potrà, in alternativa, presentare una memoria. Così come potrebbero arrivare memorie aggiuntive, sempre nell’ambito della difesa del ministro,  del premier e di altri ministri (Di Maio e Toninelli) a supporto della tesi che quella sulla Diciotti fu una scelta politica e collegiale. I 5 Stelle sembrano sempre più convinti che questo processo va negato. Il voto della giunta è atteso entro il 23 febbraio. Quello dell’aula entro il 23 marzo. Entrambi i voti saranno palesi.