Quelli che dovranno nominare il successore di Mattarella: chi sono i "grandi elettori" del capo dello Stato

Il presidente è in scadenza di mandato e non farà il bis. Fremono le manovre di palazzo, le trattative, i piani per il futuro. Come funziona l'elezione

I piani per il dopo Mattarella sono in corso (Foto Shutterstock)
I piani per il dopo Mattarella sono in corso (Foto Shutterstock)

Già il nome, Grandi Elettori, è singolare, arcaico, ricorda fasti di un passato medioevale. Viene dai ‘Kurfursten’ che si riunivano per eleggere l’Imperatore del Sacro romano Impero. Il nome, ‘Grandi Elettori’, in età contemporanea, è diventato familiare grazie alla procedura (a sua volta assai complessa) che la Costituzione degli Stati Uniti d’America prevede per eleggere, ogni quattro anni, il proprio Presidente.

Sono chiamati grandi elettori (electors in inglese) i delegati che compongono il collegio elettorale che elegge Presidente e vicepresidente Usa, siamo nel regno degli arcana imperi, con i Grandi elettori, e anche la procedura di elezione, tornando all’Italia, è assai barocca.

Come si arriva al totale di 1009

Il ‘magic number’, ogni volta variabile, per eleggere il Capo dello Stato della Repubblica Italiana è fissato stavolta a 1009 Grandi elettori. Non votano ‘soltanto’ i 945 parlamentari eletti e in carica (630 deputati e 315 senatori), cioè eletti dal popolo alle elezioni politiche (in questo caso, dato che siamo nella XVIII legislatura, si tratta del risultato delle Politiche del 2018) cui già vanno aggiunti, di diritto, i sei senatori a vita.

Un numero, quest’ultimo, variabile di suo: infatti, ogni Capo dello Stato può eleggere fino a cinque, e non oltre, senatori a vita (e tanti ne sono oggi: Segre, Cattaneo, Piano, Rubbia e Mario Monti), ma ogni Capo dello Stato uscente, diventando ‘emerito’, diventa lui stesso senatori a vita. Con Giorgio Napolitano, unico Presidente della Repubblica ancora vivente, il numero sale a sei, ma è evidente che, appena Mattarella lascerà il suo incarico, lo diventerà a sua volta, ‘emerito’, e dunque il numero dei senatori a vita sarà di sette. Il conto, parziale, già fa 951 membri, che poi corrisponde al plenum del Parlamento quando e se si riunisce nei (rari) casi di “seduta comune”.

L'elezione "rafforzata"

Ma a questi 951 parlamentari, tra elettivi e a vita, vanno però aggiunti anche 58 delegati regionali. Una procedura di elezione ‘rafforzata’, voluta dai nostri padri costituenti – e lasciamo perdere che le Regioni a Statuto ordinario diventarono effettive sono a partire dal 1970, quindi fino ad allora i ‘Grandi elettori’ furono i parlamentari, i senatori a vita e i delegati delle uniche due Regioni a Statuto speciale riconosciute già dal 1948, Sicilia e Sardegna - e inserita all’articolo 83 della Costituzione. Articolo che recita così: ogni regione esprime tre delegati, scelti dai consigli regionali, tranne la Valle d’Aosta che ne esprime uno solo. Il totale, se la matematica non è un’opinione – ma scopriremo, tra poco, che, invece, una ‘opinione’ lo è eccome – fa 1009. Tanti dovrebbero essere i Grandi elettori che, a metà gennaio (e anche la data di convocazione segue una procedura complessa, di cui parleremo dopo), eleggeranno il nuovo Capo dello Stato.

La ‘novità’ lanciata dal governatore Bonaccini

Ma già sui delegati regionali siamo di fronte alla prima novità ‘spettinata’ e figlia dei tempi nuovi. Di solito i consigli regionali mandano, a farsi un ‘viaggetto’ nella Capitale e a scorrazzare per il Transatlantico di Montecitorio (il Parlamento in seduta comune si riunisce solo e sempre alla Camera, ben più grande, e mai al Senato e inoltre, per tutte le procedure da seguire, fa fede, come vedremo dopo, il Regolamento della Camera), il presidente della Giunta (detto, sbagliando, Governatore), il presidente del Consiglio regionale, che è sempre espressione della maggioranza che regge il governo regionale, e un consigliere regionale che viene scelto, di solito, per buona creanza, nelle fila dell’opposizione. La proporzione ‘politica’, cioè, è sempre di 2 a 1, tanto che, per la prossima elezione del Capo dello Stato, i conti, pur a tavolino (le votazioni, nelle varie Regioni, sono in corso in questi giorni), sono già state fatte e lo score recita: 32 delegati regionali per il centrodestra, 24 delegati per il centrodestra e due ‘centristi’ e/o di liste civiche, per un totale, appunto, di 58 delegati regionali.

Ma il governatore ‘rosso’ dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, raccogliendo il ‘grido di dolore’ del presidente dell’Anci, Antonio Decaro, del presidente di Ali (la Lega delle Autonomie), e sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, e di altri sindaci di città importanti (Nardella di Firenze, Gori di Bergamo, tutti del Pd, cioè), ha fatto un gesto cavalleresco che nasconde una precisa proposta politica (far contare di più i sindaci in generale e, in particolare, dentro il Pd): “cederò il mio posto al sindaco (nel caso di Bonaccini vuole cederlo al sindaco di Bologna, il neo eletto Matteo Lepore, pure lui del Pd, ndr.), le altre regioni seguano il mio esempio, anche i sindaci devono eleggere il Capo dello Stato”.

Ora, al di là delle buone intenzioni – delle quali, come si sa, è lastricata la strada per l’Inferno – e al netto del fatto che Bonaccini avrebbe potuto proporre un sindaco ‘minore’ (per dire, perché non il sindaco di San Lazzaro, Isabella Conti, che è pure una donna? Ci faceva più bella figura), i consigli regionali votano a scrutinio segreto chi mandare a Roma: potrebbero, cioè, non essere in nulla o in parte d’accordo con Bonaccini e, con due preferenze in mano, eleggersi chi vogliono, tra i loro colleghi, e dunque fare di testa loro...

Il Transatlantico sarà pieno come un uovo

Ma superiamo, in qualche modo, tale problema, e cioè scoprire se davvero un sindaco entrerà nel novero dei Grandi Elettori (a naso, il beau geste, se lo farà, lo farà solo Bonaccini, rinunciando al posto che pure gli spetta di diritto) e si farà una bella ‘passeggiatina’ nel pieno del Transatlantico della Camera dei Deputati, da poche settimane riaperto al suo uso abituale, comprensivo della mitica Buvette e altri piaceri.

Transatlantico che, con 1009 ‘cristiani’ in giro (più i commessi, più i funzionari, più i giornalisti, i cineoperatori, i fotografi, e pure più gli ex parlamentari: diciamo un centinaio di persone) sarà pieno come un uovo o come la più – e disastrata, una suburra - metropolitana della periferia di Roma di mattina, all’ora di punta, il che – dato che siamo pur sempre in epoca Covid – rappresenterà un bel problema, per chi dovrà, cioè il presidente Fico e i suoi alti funzionari, ‘dirigere il traffico’, in quelle fatidiche giornate. E qui, sia detto per inciso, i giornalisti, che ci rimettono sempre, già temono ‘contingentamenti’ che andranno a loro unico, e solo, scapito e dolo.

In ogni caso, Fico è già corso ai ripari. Infatti, di solito, per consolidata e storica tradizione, si tengono sempre due votazioni al giorno, quando si elegge il nuovo Capo dello Stato. Per l’occasione che avanza, invece, di votazioni, al giorno, ce ne sarà una e solo una. Bisognerà, nel frattempo, ‘sanificare’ l’aula, oltre che rispettare, ovviamente, tutte le norme anti-Covid che la Camera ha già preso (Green Pass e, presto, Super Green Pass, per poter accedere, mascherine, igiene delle mani, etc etc etc). Resta che, però, il Transatlantico e il cortile d’onore – l’unico luogo dove ancora è possibile fumare (parlamentari e giornalisti, si sa, fumano molto…) ma anche dove vengono approntate, a ogni elezione, le postazioni radio e tv delle testate accreditate (che sono e saranno tante, as usual) saranno come via del Corso durante lo shopping di Natale: una bolgia infernale di sapore dantesco.

I seggi ‘vacanti’ e la lotta per quello di Roma 1

Inoltre, resta intatto il problema dei numeri. Sono davvero 1009, i Grandi elettori, nel loro perfetto plenum (l’endiadi il quorum del plenum sembra uno scioglilingua, ma è solo latinorum)? No o, almeno, non in data odierna. Fino a ieri, infatti, i Grandi Elettori erano soltanto 1007. Ne mancavano, cioè, due, ma per ragioni diverse.

Alla Camera, manca il plenum (630 deputati, quindi oggi il fixing è fermo a 629 deputati) perché un seggio è vacante. Trattasi di quello di Roberto Gualtieri, diventato a metà ottobre sindaco di Roma, e per di più di un seggio uninominale, quello di Roma 1, mitica zona ‘delle ztl’ e, per ciò stesso, ‘regno’ di messe di voti per il Pd, che, come si sa, è ormai da tempo il partito delle ztl. Ergo, tocca rivotare, perché così prescrive la legge elettorale vigente, meglio nota come Rosatellum (da Ettore Rosato, presidente di Iv), quando un deputato, o un senatore, eletto in un collegio uninominale decade (come nel caso di Gualtieri) perché incompatibile, o si dimette di sua volontà (fu il caso di un M5s…) o muore.

La data, scelta con oculatezza, per completare il plenum del Senato e rimpiazzare il seggio vacante è il 16 gennaio, così ha deciso Montecitorio, cioè giusto in tempo per aprire il Ballo del Quirinale. Peraltro, si affastellano già i candidati, per conquistarsi un ‘posto al sole’, a Roma 1: il dem Enrico Gasbarra (diccì e poi popolare di lungo corso, ex eurodeputato, ora rifluito nel privato, ma anche uno che i voti li ha, se vuole, e tanti, ma in ogni caso i potenti ras romani vogliono lui) o la presidente delle donne dem, Cecilia D’Elia (e Letta quella vorrebbe eleggere, una donna), o Nicola Zingaretti, attuale governatore del Lazio.

L’alternativa sarebbe candidare Giuseppe Conte. Giusto per fargli provare l’ebbrezza di partecipare al Gran ballo del Colle, al neopresidente del Movimento, che – sempre più ammaccato, il Movimento e pure lo stesso Conte – ancora guida. E anche perché Conte, altrimenti, rischia concretamente di risultare il solo leader politico ‘nazionale’ fuori dalla porta, quando si tratterà di eleggere il Capo di Stato. Infatti, Meloni, Salvini, Renzi, etc. lo sono, parlamentari, ed Enrico Letta lo è diventato, anche se da poco, grazie all’elezione nel collegio Camera di Siena (manca, all’appello, Silvio Berlusconi, e pure Antonio Tajani, ma il Cavaliere, come si sa, fa da sé e fa per tre…).

Come si arriva al plenum

Ma tornando alla questione principale, quella del plenum, anche al Senato mancava un seggio, quello di Paolo Saviane, senatore leghista eletto in Veneto, ma nel listino proporzionale (liste bloccate) e deceduto a luglio: i senatori eletti, dunque, erano, fino all’altro ieri, 314 e non 315.

Il Senato, però, nei giorni scorsi, ha provveduto a rimpiazzarlo, il povero Saviane, ma il suo posto lo prenderà Clotilde Miniasi, prima eletta della Lega sì, ma non in Veneto, bensì in… Calabria perché, in Veneto, la Lega aveva esaurito i nomi degli eletti, nel senso che aveva già fatto il pieno. Il che ha provocato dure polemiche tra la Lega, che chiedeva, ed ha ottenuto, quel seggio per sé, e FdI che reclamava, a sua volta, quel seggio a sé. Alla fine, l’aula del Senato ha votato e il seggio lo ha vinto la Lega. E così la Miniasi si farà il suo scorcio di legislatura, con stipendio incorporato, tra i severi busti di palazzo Madama.

I due quorum utili per eleggere un Presidente e come si vota

Ma perché il numero dei Grandi elettori – che, dunque, da 1007, come era fino all’altro ieri, entro il 16 gennaio sarà ristabilito a 1009 - è così importante? Perché serve a stabilire il quorum. Quorum che sempre la Costituzione prescrive così: il Capo dello Stato necessita, per essere eletto, di una maggioranza qualificata dei 2/3 nei primi tre scrutini e di una maggioranza assoluta (50+1 dei voti) dal IV scrutinio in poi. Tradotto in numeri, con il plenum fissato a 1009, l’asticella da superare dice questo: servono 675 voti nei primi tre scrutini e 506 dal quarto in poi. Questi i numeri, e le ‘asticelle’, che i tanti pretendenti al ‘trono’ (Draghi, Berlusconi, Casini, Amato, Cartabia, o altri) dovrà, necessariamente, superare se vuole andare ad ‘abitare’ al Quirinale.

E qui entrano ed entreranno sicuramente in gioco i famosi ‘franchi tiratori’, bau bau di ogni elezione per il Colle che si rispetti, oltre che di ogni governo, e di ogni legge, quando e se – come nel caso dell’elezione per il Quirinale – si vota in modo segreto. Per la precisione, le schede saranno poste nell’apposita ‘insalatiera’ e ogni grande elettore entrerà, per votare, nell’apposita cabina elettorale, meglio nota come ‘catafalco’ in quanto trattasi di cabina ermeticamente coperta.

Il momento dello scrutinio

Durante la seduta comune non sono ammessi interventi volti a proporre candidature o a esprimere dichiarazioni di voto. Lo scrutinio avviene in seduta pubblica. Allo spoglio procede sempre il presidente della Camera che da lettura di tutte le schede, tranne di quelle identificabili come nulle. Per prassi si dicono “dispersi” i voti ai quei candidati che raccolgano un numero di preferenze inferiore a due.

La seduta per l’elezione del presidente della Repubblica è ‘unica’. Significa che, finché non viene eletto il successore al Quirinale l’assemblea non si scioglie, ma tra una votazione e l’altra sono previste delle interruzioni, anche per favorire il dialogo tra i partecipanti al voto e trovare un accordo su un possibile candidato. La durata media di ciascuno scrutinio è pari a quattro ore e mezzo, secondo i dati della Camera. Ma i ‘conti’ su chi ha, o potrebbe avere, la giusta maggioranza (qualificata, nei primi tre scrutini, e assoluta, dal IV in poi) non è oggetto di articolo.

L’ultimo tassello: la data di convocazione dei grandi elettori

Resta da stabilire quando si aprono le danze, cioè quando si vota. La ‘letterina’ di convocazione la invia il presidente della Camera, Roberto Fico, che sempre in base alla Costituzione (art. 63) presiede l’Ufficio di Presidenza del Parlamento, quando questi si riunisce in seduta comune. In pratica, il presidente del Senato, che pure è il Capo di Stato supplente, quando il Presidente della Repubblica è all’estero, malato o impedito, svolge, in questo caso, il ruolo di comprimario, quindi Maria Elisabetta Alberti Casellati dovrà, per forza di cose, limitarsi a sedere accanto Fico.

La Costituzione prescrive che arrivi 30 giorni (diventano 15 giorni solo se le Camere sono sciolte o mancano tre mesi al loro termine) prima della scadenza del mandato dell’inquilino uscente (Mattarella scade il 3 febbraio 2022). Ma difficilmente Fico invierà la ‘letterina’ prima della Befana, cioè del 6 gennaio 2022, anche se potrebbe, volendo, convocare il Parlamento in seduta comune anche prima, entro il 15 gennaio, spedendo, cioè, la ‘letterina’ già sotto Natale. E Fico farà così, cioè ritarderà la convocazione, in modo da convocare i Grandi Elettori per il 20/25 gennaio, non prima, ed evitare che Mattarella si debba dimettere con troppo anticipo. Sarebbe uno sgarbo all’inquilino uscente, non è proprio il caso.