[il punto] Centrodestra senza candidati sindaco. E Salvini ora “vuole” Forza Italia per distanziare Meloni

Dietro il gran rifiuto di Albertini e Bertolaso c’è la scarsa fiducia in una coalizione che sembra essere arrivata al capolinea. Il leader della Lega pensa ad un’opa non ostile, quasi consensuale, nei confronti di Forza Italia

[il punto] Centrodestra senza candidati sindaco. E Salvini ora “vuole” Forza Italia per distanziare Meloni

Non si fidano. Di Matteo Salvini e neppure di Giorgia Meloni. Nulla di personale, ovviamente. La sfiducia ha a che fare con la coalizione in quanto tale. “Come fa il centrodestra - hanno chiesto - a stare unito con Salvini e Meloni in guerra totale, vittime entrambi di un gioco al rialzo pericoloso e senza senso e Forza Italia senza un vero leader?”. Ieri Silvio Berlusconi è stato dimesso dal San Raffaele mettendo a tacere l’ennesima ridda di voci circa le sue condizioni di salute. Il leader di Forza Italia è a casa ma non è più sufficiente per dettare l’agenda politica come è accaduto invece negli ultimi mesi, a cavallo della nascita del governo Draghi. Per Gabriele Albertini e Guido Bertolaso ha prevalso, quindi, un senso di sfiducia, il non sapere bene chi si va a rappresentare e quindi neppure l’anima e la direzione del proprio incarico. La sensazione, sgradevole, di “essere tirati per la giacchetta per risolvere un problema e alzare l’ennesima bandierina” e quindi “il rischio di finire all’improvviso in balia di qualche regolamento di conti”.  

Il predellino di Salvini

C’è tutto questo dietro il gran rifiuto a che ha portato entrambi a dire “no grazie” all’offerta di fare i sindaci di Milano e Roma. Albertini ha addotto “motivi personali” per chiudere definitivamente la porta al progetto lanciato da Salvini (con l’ok di Berlusconi) e su cui Meloni ha nicchiato per oltre un mese. Il via libera giunto mercoledì scorso è stato troppo debole e tardivo.

Soprattutto non risolve e non cura i rapporti tra i due leader che la maggior parte degli osservatori anche interni di entrambi i partiti giudica “troppo logoro per essere ricucito”. Prima il dossier Copasir di cui Fratelli d’Italia pretende la presidenza in quanto unica forza di opposizione ma che invece Raffaele Volpi, l’attuale presidente della Lega, non intende mollare. Ha ragione Meloni ma nessuno - gli unici sono i presidenti di Camera e Senato - vuole e può assumere decisioni tali da mettere la presidenza del Copasir a disposizione di Fdi. E poi c’è la faccenda dei sondaggi. Ormai ogni settimana, chi più chi meno, registra la costante seppur minima decrescita della Lega e, all’opposto, la crescita di Fdi che così, facendo poco o nulla e dicendo dei No quasi a tutto, è arrivata al 18%, due o tre punti dal Pd e dalla Lega. Inebriante per Giorgia Meloni. Un po’ meno per Salvini. Che, sindaci a parte, sta seriamente pensando ad una sorta di “nuovo predellino per lanciare un’opa su Forza Italia”. Un’operazione fatta, spiegano fonti di Forza Italia, “con il consenso del Cavaliere - per cui vengono messe in conto delle perdite, una sorta di scissione - che permetterebbe a Salvini di bilanciarsi più verso il centro lasciando l’estremità a Fratelli d’Italia”. Non è la prima vota che si parla di uno scenario del genere. La differenza, questa volta, è che l’operazione avverrebbe col tacito assenso del Cavaliere e la mediazione sempre più strategica di Giorgetti e Zaia. Salvini ha bisogno come dell’aria di un elettorato più moderato, di assumere i connotati di una destra moderna ed europeista. Per riguadagnare tre-quattro punti rispetto a Fratelli d’Italia. Dare identità certa al suo partito e alla coalizione. E perchè sa che una sua eventuale premiership passerebbe, passa, da un bagno di moderazione e centrismo. 

Il gran rifiuto

Tutto questo, che non è poco, s’intreccia con la durata del governo Draghi (che quindi se arriva al 2023 tutto sommato non è male), con la lotta identitaria con il Pd di Enrico Letta nel governo di unità nazionale (il territorio va comunque e a maggior ragione difeso). Con la campagna elettorale per le amministrative. e, prima ancora con la scelta dei candidati sindaci. Sia Albertini che Bertolaso sono state candidature di Salvini ma le loro storie sono tutte molto legate a Berlusconi. Dunque candidature in accordo con Forza Italia. Contro le quali Fratelli d’Italia ha scatenato la guerra fredda.“Purtroppo - ha spiegato ieri Albertini - devo comunicare che per un insieme di ragioni personali non posso accettare questa generosa opportunità che mi è stata offerta”. Ha ribadito però “la disponibilità nel corso della futura campagna ad accompagnare il candidato sindaco, sia nei contenuti, sia nella definizione e nella partecipazione ad una lista civica". Albertini potrebbe insomma fare il vicesindaco in una giunta guidata da un “giovane che rappresenti le categorie produttive in vista della imminente ripresa”. In realtà l’ex sindaco aveva già detto no in una lettera del 6 maggio (giudicata “strumentale”per far uscire allo scoperto Meloni). Poi un sondaggio che lo dava vincente in un ballottaggio con l’uscente Sala, lo aveva convinto a pensarci ancora un po’ su. Ospite a “Stasera Italia”, ieri sera Albertini ha spiegato che “è vero che i conflitti tra i partiti sul Copasir e per la leadership del centrodestra e le battaglie sul lockdown possono influire sulle candidature” ma in questo caso la decisione “è mia, e solo mia”. Albertini ha promesso di “collaborare” se il nome del candidato sarà di suo gradimento. Per ora ha fatto un nome (Fabio Minoli, ndr). Forza Italia è andata subito in pressing con Maurizio Lupi, l’ex ministro ora deputato a capo di un piccolo partito centrista che si chiama Noi con l’Italia e che abita la coalizione di centrodestra.  

La carta Lupi

L'ex ministro tace ma chi ha avuto modo di sentirlo in queste ore spiega che sarebbe pronto a valutare una sua candidatura ma solo a patto che sia condivisa dalla coalizione, ovvero che ci sia la convergenza di tutti, dalla Lega a Fdi, passando per Forza Italia e i cespugli della coalizione, a cominciare da Cambiamo di Giovanni Toti. “Maurizio può essere un eccellente candidato” lo ha lanciato ieri Tajani. In campo ci sarebbero anche il manager Roberto Rasia dal Polo, gradito alla Lega, e Riccardo Ruggiero. Salvini rimugina, s’arrabbia, non fa nomi e assicura che “troveremo un uomo o una donna all'altezza sia a Milano che a Roma il prima possibile”. A metà settimana ci sarà un nuovo vertice. Perché se Milano “piange”, Roma non ride.  

Anche Bertolaso sempre di più verso il no

Anche nella Capitale la situazione resta bloccata. I partiti della coalizione spingono su Guido Bertolaso e sperano su un suo ripensamento anche se l'ex numero uno della Protezione civile sembra fermo sul no. “Se non accettasse dovremo andare a un personaggio politico: penserei a Maurizio Gasparri. Ma intanto pensiamo a convincere Bertolaso” ha detto Antonio Tajani. Ma il corteggiamento, diventato ormai asfissiante, sembra non portare alcun frutto. L'ex capo della Protezione civile non ha cambiato idea. Dopo il niet di Albertini, il commissario per la campagna vaccinale in Lombardia ha preferito non commentare su Albertini e circa il suo ingaggio su Roma, ha replicato secco: “Cosa farò io? L'ho già detto…”. Niente da fare. E nessun “ripensaci” insomma, da parte di Bertolaso che ribadisce la sua contrarietà a scendere in campo. Adesso la Lega potrebbe aspettare che il nome lo faccia Fratelli d’Italia che parla di un paio di eccellenze, “un uomo e una donna”, nomi tenuti rigorosamente coperti per non bruciarli. Qualcuno avverte che in realtà Fratelli d’Italia è in “grossa difficoltà perchè non avrebbe una classe dirigente affidabile”. Non ci sarebbero insomma nomi spendibili in queste grandi città. La Lega, invece, sarebbe pronta a mettere sul tavolo candidati politici come Giulia Bongiorno, senatrice e avvocato del leader, o Antonio Rinaldi, il prof euroscettico romano, parlamentare Ue del Carroccio, il giudice Simonetta Matone attuale consigliera di fiducia della Sapienza. Nel vertice previsto per mercoledì o giovedì, per ora, l'unica certezza è che, al contrario di quanto chiesto da Fdi, non ci saranno al tavolo nè Albertini, nè Bertolaso, invitati una settimana fa per “parlare del loro programma elettorale”.  

Speranza vuole ancora i 5 Stelle…

Rispetto a queste macerie, la corsa al Campidoglio è molto più delineata per il centrosinistra. Il che la dice lunga sul quadro politico generale.

Comunque: persi per strada i 5 Stelle, la strada è quella delle primarie ( il 20 giugno in tutte le città al voto) a cui partecipa per il Pd l'ex ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri che ieri ha iniziato la sua campagna elettorale e che avrà tra i suoi avversari anche Stefano Fassina, deputato di Liberi e Uguali. Ieri però il ministro della salute Roberto Speranza, segretario di Articolo Uno, ha lanciato un nuovo appello all’unità tra Pd, forze del centrosinistra e Movimento 5 stelle. Ieri c’è stata l’assemblea nazionale del partito. Ospiti Conte e Letta. E davanti a loro il ministro della Salute ha detto: “Sulle amministrative io penso che dovunque c'è ancora un margine per lavorare insieme da subito, noi quel margine dobbiamo andare a vederlo. E bisogna essere chiari: dobbiamo assumere un impegno a scatola vuota, dicendo che dove non riusciremo a fare un accordo al primo turno lavoreremo assieme per sostenere il candidato di chi di questa famiglia è arrivato al secondo turno”. Speranza è stato in questi mesi il più convinto sponsor dell’alleanza strutturale con i 5 Stelle.