Ballottaggi alle comunali: il centrodestra è rassegnato e si prepara alla sconfitta

Il centrosinistra si prepara ad esultare, ma scoppia la ‘ribellione’ dei sindaci dem: “Vinciamo noi, non il Pd”. I comizi finali dei candidati e l’ombra dell’antifascismo che è gravato sulle elezioni

Tajani, Meloni, Michetti e Salvini (Ansa)
Tajani, Meloni, Michetti e Salvini (Ansa)

Il centrodestra, ormai, si è rassegnato. I suoi leader anche. “Michetti perderà e anche male. A Torino nutriamo speranze, ma sarà dura” dicono, sconsolati, dagli staff di Salvini e della Meloni. E, così, molto probabilmente, lunedì prossimo, il centrodestra – quello che, in formazione ‘classica’ (Lega-FdI-FI-Udc-Noi con l’Italia) nei sondaggi di livello ‘nazionale’ primeggia, e di diverse lunghezze, sul centrosinistra (47-50% contro 30-35%) dovrà sottoporsi all’ennesima, cruda, e disarmante, ‘analisi del voto’ che, ormai, regala solo dolori, e non più gioie, a uno schieramento che, fino a ieri, sembrava dovesse avere la strada spianata verso la vittoria, a prescindere da quando si andrà a votare per le prossime elezioni politiche (in teoria nel 2023, se non si voterà prima, nel 2022, ma questo dipende tutto dal ‘gioco del Colle’….).

Al netto, però, delle Regioni: lì lo score recita sempre 16 governatori a 4 per il centrodestra, dopo la vittoria di Roberto Occhiuto in Calabria. La verità è il centrodestra (Lega-FdI-FI) potrebbe perdere quasi tutti i ballottaggi, tranne, molto probabilmente, Trieste, tra le grandi città. Solo che, a Trieste, il centrodestra gioca ‘in casa’: il sindaco uscente, Roberto Dipiazza, si ripresenta (quarto mandato, il suo) e sembra che avrà gioco facile sul candidato del Pd, Francesco Russo.

Le piazze più importante appaiono già perse…

Ma le piazze più importanti (Roma e Torino) sono date già per perse. E così, dopo aver subito le sonore sconfitte, al primo turno, a Milano come a Bologna, a Napoli come altrove, consolarsi con la litania delle vittorie nei piccoli e medi comuni (vanno al ballottaggio, tra gli altri, oltre Trieste, Roma e Torino, anche Savona, Varese, Caserta, Isernia, tra i capoluoghi di provincia), al di là del fatto che potrebbe perdere pure quelle,  è dura, per un centrodestra diviso e scosso, ormai da settimane, da durissime polemiche interne, oltre che da scandali e problemi non da poco.

Il ‘vittimismo’ dei leader del centrodestra…

Certo, Salvini come la Meloni danno la colpa, da una settimana, al clima politico che sarebbe scaturito dal revanscismo dell’antifascismo ‘militante’ che, dopo gli assalti alla sede della Cgil di Forza Nuova e affini (No Pass, No vax), avrebbe dato linfa e spago a un clima da ‘caccia alle streghe contro il centrodestra ‘costituzionale’.

Stelle a cinque punte sotto la sede di Michetti, ma anche una campagna elettorale mai partita

Prova ne sarebbero, tra le tante, le scritte che hanno imbrattato la sede del comitato di Michetti e che riportavano la ‘stella a cinque punte’ che, purtroppo, era il simbolo delle Br. Ovviamente, il centrodestra ha chiesto immediata solidarietà a “tutte le forze politiche”, solidarietà che, va detto, è subito arrivata, anche da parte di tutti i partiti di centrosinistra, ma – alla destra italiana, assai nervosa – non è bastato. Insomma, se il centrodestra perderà le elezioni (comunali) sarà colpa del “clima ‘d’odio” fomentato da altrui, come se l’antifascismo – oggi si terrà, a piazza San Giovanni, il comizio di solidarietà alla Cgil cui aderiscono molti partiti, ma non il centrodestra e, tantomeno, Michetti (in prima battuta, voleva andarci, poi gli hanno ‘consigliato’ di recedere dal proposito…) – fosse un ‘orpello’ o, peggio, un’ideologia che ‘qualcuno’ usa come un oggetto contundente, e non la base minima della democrazia e, già che ci siamo, della Costituzione della Repubblica, nata, fino a prova contraria, dalla Resistenza.

Solo a Torino si viaggia con il fiato sospeso…

Ma, tornando alle maggiori città in gioco, la verità è che solo a Torino la campagna non si è mai accesa veramente, in una città ormai assopita e piegata da decenni di de-industrializzazione. I due candidati, pur contrapposti, si sono affrontati con un discreto fair play (Damilano è l’unico candidato civico ‘azzeccato’ dal centrodestra), ma anche qui è più facile pronosticare la vittoria del candidato del centrosinistra, Lorusso, che pure partiva, al primo turno, in condizioni di svantaggio (cioè senza l’appoggio del M5s, per dire, tranne che di alcuni suoi elementi locali), ma che dovrebbe farcela pure lui, al ballottaggio, anche se, fino all’ultimo, il centrodestra qui spera.

Il problema per il centrodestra resta Roma…

Ma il problema, per il centrodestra, è Roma, una città che, naturaliter, di solito vota ‘a destra’. Eppure, le elezioni comunali di Roma – spiegano gli staff – “sono ormai una causa persa”. Il ‘tribuno del Popolo”, Enrico Michetti, perderà e, a stare ai sondaggi, “anche male” smadonnano. Il candidato del centrodestra – scelto male, comportatosi peggio – continua con le sue gaffes e continuano pure le sue ‘sparate’ che sollazzano i media e lasciano, però, del tutto basiti i romani, peraltro abituati a vedere tutto, da due millenni. Dopo le battute sulla Roma dei Cesari e dei Papi, dopo gli imbarazzanti audio sulla Shoah, gli ebrei e le SS, e chi più ne ha ne metta, due giorni fa Michetti si è paragonato a De Gasperi, suscitando l’ilarità generale degli astanti. Poi, ha perso, rovinosamente, tutti i confronti televisivi con il suo sfidante, un Gualtieri che, di suo, è legnoso quanto tignoso, antipatico ma preparato. Infine, ieri - sempre in radio (ma era Radio Uno, non la confort zone della sua ‘Radio Radio’…) – ha detto che è pronto a “fare il bagno nel Tevere se divento sindaco, ma prima voglio renderlo salubre. Con le procedure, ci vorranno due anni”.

Le piazze dei due comizi finali dicono tutto

Difficile che a Michetti riesca, il sogno del bagno nel Tevere che sarà anche “insalubre”, ma che è, dai suoi albori, la culla di Roma e della romanità (i romani non lo vivono, di fatto, ma lo amano) perché le elezioni le vincerà Gualtieri. Anche le chiusure delle due campagne elettorali – Michetti nella ‘rossa’ e ‘atea’ Campo de’ Fiori, dove c’è la statua di Giordano Bruno, arso al rogo dalla Chiesa cattolica, ma che è piccola, angusta, a dimensione di sit-in, come piazza, e Gualtieri nella ben più larga piazza del Popolo, cuore della Roma bene, ma anche bella ‘larga’ e, non a caso, circondato dall’affetto di migliaia di militanti e simpatizzanti, dove si respirava già, peraltro, ‘l’odore della vittoria’, mentre la destra, a Campo de’ Fiori, dava ‘al rogo’ la sua rabbia, pur se, almeno ieri, discretamente ‘contenuta’.

L’antifascismo, per la Destra, è una ‘ideologia’

Certo, Salvini ci ha provato, a lanciarlo, l’appello alla “pacificazione nazionale”, come ha detto anche e direttamente al premier Draghi, ma l’ha fatto fuori tempo massimo e, sostanzialmente, nessuno lo ha raccolto, l’appello di Salvini, tantomeno il centrosinistra (e pure Draghi), ecco. La Meloni, invece, ha preferito mettersi a fare la ‘vittima’ contro “il complotto dei media e della politica” che vuole colpire “l’unica forma di opposizione presente nel Paese, la nostra”, ma i risultati scarseggiano ugualmente. Certo, nel Pd, c’è chi – come il vicesegretario Provenzano – ci ha provato, a farle un favore, parlando di FdI “fuori dall’arco costituzionale”, per poi dire che “non sono stato capito” (la teoria, in voga per tutta la I Repubblica, dell’arco ‘costituzionale’, prevedeva che, pur non sciogliendo mai l’Msi, nessun partito o governo potesse mai allearsi con esso o accettarne i voti) o dicendo “poi la Meloni ha riconosciuto la matrice fascista delle violenze di piazza”, ha offerto il destro alla Meloni e ai suoi per dire che “il Pd vuol sciogliere FdI”. Il che, ovviamente, non è, ma pure quello è servito, per intorbidare le acque e discutere ‘come se’ FdI fosse un partito assimilabile alla destra radicale.

Lo scontro in Aula tra Meloni e Lamorgese dice quanta strada la destra deve ancora fare

Resta che, davanti all’informativa portata da una – assai imbarazzata – ministra, la Lamorgese, in Parlamento, la Meloni si è scagliata, in Aula, contro quella che ha definito “un complotto” e una “nuova ‘strategia della tensione’ (sic)”. Ora, al netto del paragone improprio (come si sa, la strategia della tensione prevedeva che elementi dell’estrema destra venissero usati, negli anni ’70, al fine di ‘destabilizzare per stabilizzare’ il Potere e le Istituzioni, con tanto di ‘stragi di Stato’….), resta in piedi il ‘vittimismo’ di una destra – che si dice e propone come Destra ‘di governo’, pur se oggi, come FdI, siede in banchi di opposizione – che si rifiuta, in buona sostanza, di accettare l’antifascismo come architrave della Repubblica. A tal punto che l’intero centrodestra, nel proporre le mozioni parlamentari che chiedono lo scioglimento di Forza Nuova, chiede anche di ‘sciogliere’ organizzazioni di ‘estrema sinistra’ (anarco-insurrezionalisti, no-Tav, neo-brigatisti). Il che, però, piccolo particolare, in base alla legge Scelba del 1952, deputata a sciogliere movimenti o organizzazioni neofasciste, ‘non’ si può fare perché quella legge mette solo quelle, nel mirino. Insomma, la destra italiana – soprattutto FdI, ma anche la Lega – ‘non ci vuole stare’ a ‘venire a patti’, e farsene una ragione, con l’antifascismo. Ma non sarà certo questo il motivo per cui, quasi sicuramente, ha perso molte elezioni comunali già al primo turno e ora perderà pure i ballottaggi. Il problema, molto più semplicemente, sono stati i candidati, quasi tutti ‘sbagliati’, ancorché ‘civici’, e una campagna elettorale condotta in modo disastroso, pressapochista, scollacciato e insano.

Sarà il Pd il trionfatore delle amministrative?

Resta che, dunque, molto probabilmente, sarà il Pd il trionfatore del voto, ballottaggi compresi. Potrà vantarsi, il Pd, da lunedì, di amministrare tutte le più importanti città d’Italia, comprese, a partire da domani, anche Roma e Torino. Già ieri, del resto, vedere i sindaci già eletti, da Manfredi (Napoli) a Sala (Milano) a Lepore (Bologna) schierarsi al fianco dei loro – forse – futuri colleghi, Gualtieri a Roma e Lorusso a Torino, sui palchi dei comizi elettorali di chiusura, faceva il suo bell’effetto scenografico.

Ma non è che, nel Pd, vada proprio tutto bene. I sindaci protestano: “abbiamo vinto noi”…

Certo che, però, pure qui, non tutto va bene. Molti, tra i dem, hanno storto il naso davanti agli schermi tv, quando il segretario, Enrico Letta, si è ‘appropriato’ della vittoria dei sindaci, dopo il primo turno. E pur riconoscendo che “Enrico, a Siena, ci ha messo la faccia e ha vinto lui, da solo, contro tutti”, hanno voluto ricordargli che “la vittoria è stata dei sindaci, non del partito”, come ha scritto, sull’Huffington Post, il sindaco di Pesaro, e presidente di Ali, Matteo Ricci. Non è certo un ‘nemico’ interno di Letta, Ricci, tanto che è stato messo in segreteria a seguire proprio i rapporti con i sindaci e i territori, ma scrivere, come ha fatto, che “il centrosinistra vince innanzitutto per i suoi sindaci che sono radicati, competenti, popolari, che interpretano il riformismo pragmatico ogni giorno allargando il consenso pure nelle periferie urbane (dove il Pd, invece, perde, o dove vince l’astensione, ndr.) e che “Letta deve diventare il coach di una squadra di sindaci” ha visto storcere il naso a molti, dentro il Nazareno. Per non dire della proposta, sempre di Ricci, di scrivere una legge elettorale di tipo proporzionale, con il fine di ‘staccare’ FI e, chissà, magari pure Giorgetti, da un centrodestra a trazione sovranista, dato che Letta è (e resta) bipolarista maggioritario ante litteram.

La minaccia del presidente dell’Anci Decaro: “O la musica cambia o nasce il nostro partito”

Ancora più duro di Ricci, peraltro, è stato, ieri, il sindaco di Bari, nonché presidente dell’Anci, Antonio Decaro, che, in un’intervista concessa ieri a Repubblica, ha detto che “O la musica cambia o faremo nascere un nostro partito dentro il Pd”. Questo il ragionamento di Decaro: “Fanno sempre lo stesso errore, non riescono a comprendere quanto siamo decisivi noi sindaci". Per Decaro, “dopo il presidente della Repubblica, i sindaci sono le figure istituzionali in cui i cittadini hanno più fiducia. Rappresentano l'ossatura del Paese. Ma il Pd non li valorizza, se ne ricorda solo a ridosso delle comunali, che il centrosinistra di solito vince, per poi soccombere alle elezioni generali (il che, peraltro, è vero, ndr). Negli ultimi 20 anni, le politiche le abbiamo sempre perse, abbiamo governato con i voti degli altri”. Cosa significa? “Significa - risponde Decaro - che se il 4 ottobre avessimo votato anche per il Parlamento, forse non avremmo avuto il medesimo esito delle amministrative. È qui lo sbaglio: pensare che il successo di dieci giorni fa dipenda da strategie nazionali replicabili tout court”. Un ragionamento che non fa una grinza, proprio come quello di Ricci, il quale lo ha solo detto con più ‘cortesia’.

La ‘ininfluenza’ dei 5Stelle nei ballottaggi…

Resterebbe da dire dei 5Stelle, ma c’è assai poco da dire. Ininfluenti già al primo turno, tranne che a Roma, con la Raggi, lo zoccolo duro del M5s punta all’astensione, stile vinca il ‘meno peggio’, oppure tuona contro “la dittatura sanitaria” del governo Draghi, alla stregua dei no-vax, come va ripetendo, come un Paragone qualsiasi, l’ex di lusso del Movimento, Alessandro Di Battista. Invece, il leader, Giuseppe Conte, si è schierato, e apertamente, per Gualtieri a Roma (ma non per Lorusso a Torino, ballottaggio su cui tace), dicendo che, domani, andrà a votare per il dem. Certo, i voti del M5s, come la serva di Totò, ‘servono’, al Pd, per espugnare la Capitale, ma servono di più, forse, i voti di Carlo Calenda, più simili e affini al Pd e pure al suo candidato. Quell’incolore e insapore Gualtieri che, però, ‘rischia’ di essere, da lunedì, sindaco della città più grande d’Italia, oltre che Capitale del Paese, il che peserà non poco, nei futuri equilibri politici.