[L'analisi] La cena "ancien régime” che spacca Lega e 5 Stelle in nome della giustizia

Folla di telecamere ieri sera in centro a Roma per l’incontro a porte chiuse tra imprenditori, politici e magistrati per trovare la ricetta di una giustizia efficiente. Esclusi a priori vicepremier e ministri 5 Stelle compreso il Guardasigilli che della giustizia è il titolare. Ospite d’onore Salvini, a tavola con i procurator Lovoi e Gratteri che attacca la riforma Bonafede. Non un buon viatico per l’arrivo oggi in aula della legittima difesa. Pd e leghisti a distanza di sicurezza

Matteo Salvini a margine della cena di beneficenza organizzata dall'associazione 'Fino a prova contraria'
Matteo Salvini durante la cena di beneficenza organizzata dall'associazione "Fino a prova contraria"

Poi magari un giorno scopriremo che la vera riforma della giustizia italiana - la cui inefficienza ci costa un punto di pil ogni anno - prese forma in quella “cena degli equivoci” che fu la serata di raccolta fondi per l’associazione garantista “Fino a prova contraria” organizzata il 15 gennaio 2019 a Roma, sulla terrazza coperta de la Lanterna che l’architetto Fuksas ha ricavato nel bel palazzo della Ex Unione militare a due passi da piazza di Spagna. Nell’immediato possiamo  dire che si è trattato di un evento para mondano, a cui hanno partecipato molti imprenditori, eleganti signore, qualche politico e pochi magistrati, assai meno del previsto. Comunque circa 200 persone paganti, tavoli placè da nove posti (“a partire da 6 mila euro”, spiegava l’iscrizione), ospite d’onore Matteo Salvini seduto fianco a fianco tra la padrona di casa, la giornalista turboreziana Annalisa Chirico,  e l’ex ministro Guardasigilli Paola Severino.

Una Bilderberg nostrana

Una specie di Bilderberg de noarltri  che ha messo insieme selezionatissimi ospiti: alcuni inimmaginabili in un contesto che si definisce “garantista” come il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, uno che usa con frequenza le manette; altri incompatibili - i renzianissimi  Maria Elena Boschi e Francesco Bonifazi e i ministri leghisti Salvini, Fontana, Buongiorno e il capogruppo Molinari -;  altri ancora gli immancabili evergreen che in una cena così a Roma non possono mancare come Briatore e Lotito per finire con imprenditori di razza come Luca Cordero di Montezemolo, Tronchetti Provera, l’editore Urbano Cairo, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia  e il presidente del Coni Giovanni Malagò. Amici di vecchia data come Edward Luttwak. Qualche selezionato giornalista  e direttore anche loro vicini alla causa del “garantismo”. Tutti sinceramente interessanti, così da programma,  a come far funzionare meglio il sistema giustizia in questo Paese.

Salvini: “Noi riformeremo la giustizia”

Ora di questo però si parlerà più avanti, tra qualche mese, verso maggio, quando sarà pronta un’indagine che dirà “con tre proposte concrete come fare per avere una giustizia efficace e mettere da parte il rischio del giustizialismo e uno dei suoi aspetti peggiori, l’uso politico della giustizia”. Nel frattempo ieri sera sul palco “centrale” rispetto ai tavoli, gli ospiti hanno spiegato quale sarebbe la propria ricetta. Salvini, invitato, ha declinato. “Non parlo, sono qui per ascoltare. Il 90% di giudici, avvocati, magistrati fa bene il proprio lavoro e vedrete che noi riusciremo in quello in cui ha fallito chi ci ha preceduto” aveva detto entrando alla cena molto attento “a non sciupare la mia camicia bianca”.   

Sarebbe riduttivo dire che la giornata politica è passata da questo incontro molto conviviale dove alla fine il succo è che, come sempre, potere e politica s’incontrano a tavola.  Di sicuro la serata è assai utile per misurare lo stato di salute della maggioranza: i 5 Stelle non c’erano perchè non invitati. In blocco. E loro hanno bollato la serata come “perdite di tempo da ancien regime”. La Lega era invece presente, tre ministri e un capogruppo. Tutti invitati e seduti ai tavoli. Con entusiasmo.

Bonafede chi?

Non è casuale l’assenza del ministro Guardasigilli che dovrebbe essere l’interlocutore numero 1 se il tema è  “l’impresa giustizia” ma non è neppure contemplato nella lista degli invitati.  L’associazione “Fino a prova contraria” non riconosce come interlocutore politico chi grida ogni giorno “onestà-onestà”, auspica le manette ogni piè sospinto e ha preteso una legge contro la corruzione che prevede agenti provocatori/infiltrati e immagina che un processo debba durare per sempre bloccando la  prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Assai più funzionale un avvocato come Giulia Bongiorno, ora ministro della Funzione Pubblica e tra le prime ad arrivare della pattuglia leghista. L’incomunicabilità con Bonafede fa il paio con quella con Piercamillo Davigo, membro togato del Csm e anche lui fuori dalla lista dei partecipanti. Incuriosisce la presenza di uno come Gratteri, procuratore che mette a segno numerosi e copiosi arresti, non proprio un garantista. Si capisce quando, tra i primi,  prende la parola dal palco: “La riforma Bonafede non basta. bisognava avere il coraggio di fare una rivoluzione. Io avrei informatizzato il processo penale, così ci sarebbe stato risparmio di denaro pubblico”.

Il quasi-imbarazzo di Salvini

Un momentaccio per Salvini. Lui è qui. Il socio di governo no, ma è presente sulla bocca di tutti nella sala. Gioco sporco tra alleati? Facile che sia inteso così. Al di là delle novità della legge anticorruzione, il problema è che ieri Bonafede si è tirato dietro le critiche, molto pesanti degli addetti ai lavori, ironiche e sarcastiche nel pubblico social, per via del docufilm pubblicato su Fb dal titolo “una giornata memorabile” in cui fissa fotogramma dopo fotogramma e colonna sonora l’arrivo e l’arresto di Battisti. Il terrorista è messo sul patibolo della pubblica scena dei social, umiliato e piegato mentre intinge i polpastrelli nell’inchiostro e finisce al muro per il fotosegnalamento. Mai vista una cosa del genere. Mai successo che un ministro alzasse a mo’ di feticcio un detenuto in una pericolosa confusione di poteri dove il governo si sostituisce allo Stato, unico garante dei detenuti di qualunque reato si siano macchiati. “Totale sdegno per una sguaiata manifestazione di cinismo politico” dicono le Camere penali. In sala è presente Randazzo, ex presidente: “A Ciampino abbiamo visto una pagina tra le più vergognose delle nostra storia”. Salvini mostra un quasi imbarazzo per gli attacchi al Guardasigilli.  Può solo tacere e parlare d’altro visto che il primo a mostrare lo “scalpo” di Battisti è stato lui. “A me interessa che marcisca in galera” aveva detto glissando sul video di Bonafede entrando alla cena.

La giustizia divide da sempre. Ieri sera ha fatto scattare il cortocircuito. Come gliela spiega questa oggi, il Capitano,  a Di Maio e Bonafede? Oggi va in aula la legittima difesa, totem di Salvini che non piace ai magistrati, neppure ai 5 Stelle ma piace agli avvocati. Creare divisioni e alimentare diffidenze alla vigilia non è una buona idea. 

Molti forfait

Tra giudici e magistrati molti sono i forfait. Erano dati per certi e presenti, nell’ordine: il giudice costituzionale Giuliano Amato; il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio; il vicepresidente del Csm David Ermini; il procuratore antimafia Cafiero de Raho; il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo. Assente anche il Presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi. Sono i vertici della magistratura. Ma hanno tutti declinato l’invito. “Sopravvissuti” Carlo Nordio, Nicola Gratteri, il procuratore Francesco Lovoi, arrivato a Palermo dopo le polemiche sul processo trattativa, e qualche altro sostituto. Senza Guardasigilli e con pochi magistrati, è chiaro che da questo punto di vista la cena non è stata un successo. Lovoi è quello che Salvini in estate burlò aprendone in diretta Facebook la missiva con cui gli comunicava che era indagato per la nave Diciotti. A pensarci bene potrebbe essere una provocazione. Diventa acqua passata per entrambi in una serata come questa.

Nessun inciucio

L’articolo di Repubblica ieri mattina ha certamente “pesato” sul successo della serata.  “Salvini a cena con il Giglio Magico e i fan del patto contro i 5 Stelle” è stato un titolo con cui tutti hanno dovuti fare i conti ieri tra comunicati (l’imprenditore fiorentino Carrai per dire che “non faccio politica ma impresa e sto alla larga dalle ricostruzioni in  malafade”) e precisazioni (Boschi e Salvini) , video messaggi (dell’imbarazzata presidente Chirico) e disdette.  Di sicuro, se non si fossero presentate 200 telecamere all’ingresso, le cose sarebbero magari andate diversamente. Accesi i riflettori, ognuno ha recitato la sua parte in commedia. Per Forza Italia era presente il deputato/portavoce  Giorgio Mulè mentre Gianni Letta aveva altri impegni. I turborenziani sono rimasti lontani dal tavolo dei leghisti, che poi era quello d’onore e della presidenza. Boschi e Bonifazi sono arrivati insieme e l’ex ministro ha chiarito: “Noi siamo agli antipodi rispetto alla Lega. Noi siamo quelli che dicono no all'accordo con Salvini e no all'accordo con Di Maio. Noi, poi, siamo garantisti da sempre, Salvini poi si scopre solo adesso. Forse per i 49 milioni?”. Salvini ha spiegato e rispiegato: “Perché dovrei stare lontano da Nordio, dalla Severino, da Cairo? Il mio dovere è ascoltare e incontrare tutti. Quindi è mio dovere esserci. Da persona educata se mi invitano vado, non per incontrare Boschi ma qualcuno di più interessante. Processi più veloci e tribunali più efficienti sono il nostro obiettivo. E ce la faremo”.

Il convitato di pietra

Il risultato è stato che tra i due non c’è stata neppure una stretta di mano (vigorosa, invece, con Bonifazi) e sono state tenute distanze di sicurezza. L’ex ministro Paola Severino è stata vista andare spesso da un tavolo all’altro perchè nessuno si sentisse secondo. 

Come tutte le cene, anche questa ha avuto il suo convitato di pietra: gli strali di Ale Di Battista in nome e in conto del Movimento. “Salvini torna in te - ha postato il Dibba su Facebook poco prima di cena -  che ci vai a fare a queste serate da ancien regime. Chi parla di cambiamento dovrebbe stare lontano da quel mondo”. Ecco, alla fine la presunta “cena dell’inciucio” diventa l’ennesima occasione di frattura di una maggioranza che non si sopporta più.