Caso Shalabayeva: “Espulsione regolare”. Mezzo governo corregge la sentenza di Perugia

Giustizia senza pace. Tre ministeri rispondono alle interrogazioni parlamentari di deputati 5 Stelle e del senatore Gasparri (Fi). Riscritte le indagini e la sentenza figlia probabilmente di un’ennesima guerra tra procure. Due questori e quattro poliziotti condannati a sei anni per sequestro di persona in attesa di riabilitazione

Alma Shalabayeva (Foto Ansa)

Ci sono fatti che raccontano i cambiamenti assai più di molte dichiarazioni roboanti o testi di legge. Ad esempio l’interrogazione parlamentare dei cosiddetti “manettari” 5 Stelle Caterina Licatini, Francesco D’Uva, Elisabetta Barbuto, Aldo Penna e Davide Aiello. Una analoga interrogazione è a firma del senatore Maurizio Gasparri (Fi). E la risposta del ministero dell’Interno insieme con Giustizia ed Esteri a firma del sottosegretario Nicola Molteni, già braccio di destro di Salvini quando era al Viminale e adesso con la ministra Lamorgese. In un carteggio che forse non caso diventa pubblico in pieno agosto, camere chiuse e governo in vacanza il ministero dell’Interno, della Giustizia e degli Esteri, cioè il governo, smentiscono in modo che ha del clamoroso la sentenza di primo grado del tribunale di Perugia che ha condannato per sequestro di persona due investigatori fuoriclasse del calibro di Renato Cortese, il poliziotto che ha azzerato i vertici di Cosa Nostra e poi questore di Palermo, e Maurizio Improta che ha firmato molte indagini dell’antiterrorismo, all’epoca dei fatti capo dell’Ufficio immigrazione della Capitale. Con loro anche quattro funzionari di polizia e un giudice di pace. E lo fa rispondendo ad una interrogazione di deputati 5 Stelle che per primi mettono in dubbio l’operato della magistratura. Un mondo alla rovescia rispetto a quello che raccontiamo ogni giorno quando mettiamo in fila le liti tra giustizialisti (i 5 Stelle) e garantisti (tutti gli altri seppure con sfumature diverse). Qui infatti sono i 5 Stelle a mettere sotto accusa la loro “intoccabile” magistratura. Ed è il ministero dell’Interno, un leghista doc come Molteni, a dare ragione ai 5 Stelle. Alla fine tutti - cioè tre ministeri ed è difficile immaginare che palazzo Chigi non sia d’accordo - concordano nel dire che sono stati sbagliati i presupposti di quella sentenza. Di quella condanna. E quindi anche della sospensione dall’incarico dei due questori.

L’espulsione

 I fatti risalgono al maggio 2013 (dopo otto anni siamo alla sentenza di primo grado) e riguardano un caso all’epoca clamoroso, l’espulsione di Alma Shalabajeva e della figlia Aula, 6 anni, moglie e figlia del politico dissidente e imprenditore kazako Muktar Ablyazov, ricercato all’epoca da tre paesi (Russia, Kazakstan, Ucraina) per vari reati fiscali e aver sottratto decine di milioni dalla Banca centrale di Astana cui era stato presidente. Nelle motivazioni della sentenza - pronunciata nell’ottobre 2020 - depositate a gennaio 2021 si parla di “rapimento di Stato” e si afferma che “per tre giorni è stata compressa la sovranità nazionale”.E’ necessario tornare su quei giorni. Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2013, in una villetta di Casal Palocco, zona residenziale a sud di Roma, irrompono 50 agenti della Digos e della squadra mobile allertati da un'informativa dell'ambasciata del Kazakistan sulla possibile presenza di Ablyazov sul quale pende il mandato di arresto internazionale. Nella villetta non c’è l’ex oligarca ma solo Alma e Aula, ospiti di Venera, sorella di Alma, e del marito. Gli agenti trasferiscono la donna nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria contestando l'autenticità del documento esibito, un passaporto emesso dalla Repubblica centroafricana intestato ad Alma Ayan. La sera del 31 maggio, alle 22.30, la donna e la figlia vengono imbarcate su un volo con destinazione Astana. Il provvedimento di espulsione per presenza illegale nel territorio italiano è possibile grazie al nulla osta della Procura di Roma. In calce ci sono le firme del procuratore Pignatone e del pm di turno, Albamonte. Ablyazov è un nome nella lista dei ricercati dell’Interpol su richiesta di vari paesi. Nessuna notizia, sul suo conto, circa richieste di asilo e protezione politica.   

Le indagini 

Le indagini sulla vicenda restano alla Procura di Roma fino al 2016, poi vengono trasferite a Perugia perché tra gli indagati c’è un giudice di pace della Capitale che ha “attratto” la competenza in Umbria. Sempre a Perugia vive Madina Shalabayeva, sorella maggiore di Alma nonchè moglie di un altro oligarca riparato in Svizzera, Ilias Krupanov, che nel 2014, poco dopo i fatti, aveva già presentato a Perugia una denuncia per sequestro di persona. Il pm che riceve la denuncia di Madina Shalabayeva e che poi nel 2016 attrae da Roma l’indagine sui poliziotti si chiama Antonella Duchini, successivamente indagata a Firenze e trasferita dal Csm. Tutti dettagli che poi troveranno spazio e una loro “lettura” nel libro di Luca Palamara “Il Sistema”. In sostanza dietro la condanna dei poliziotti ci sarebbe, anche, una delle tante guerre tra toghe per gelosie e la conquista di ruoli apicali. I dettagli sono sostanza in questa storia complicata. Eccone altri, utili a fissare il contesto. La Procura di Perugia all’epoca è guidata da Luigi De Ficchy, “rivale” di Pignatone che non lo sceglie come aggiunto nella Capitale. De Ficchy è anche il procuratore che nel 2017 indaga il magistrato Luca Palamara per corruzione e che autorizza l’uso del trojan per intercettarlo. Le chat e le conversazioni captate dal trojan (fiore all’occhiello del ministro Bonafede) saranno poi all’origine dello tsunami che ha travolto il Csm, Palamara e tutta la magistratura, mettendo allo scoperto gli scontri tra le correnti della magistratura e gli accordi spartitori per le  nomine apicali di procure e tribunali. De Ficchy ha lascia la Procura di Perugia due giorni prima che, a fine maggio 2019, i giornali comincino a pubblicare le intercettazioni del trojan di Palamara.

La condanna

A sette anni da quei fatti, il tribunale di Perugia è convinto di aver raggiunto la verità circa la “frettolosa espulsione dall’Italia della moglie del dissidente kazako”. Nell’ottobre 2020 condanna i due investigatori di razza nell’antimafia e nell’antiterrorismo, i questori Cortese e Improta appunto, altri quattro funzionari di polizia e un giudice di pace per sequestro di persona e falso documentale. Accuse gravi che macchiano per sempre l’onore di chi invece ha scelto di servire lo Stato, da poliziotto o da giudice. La donna, hanno scritto i giudici, non doveva essere espulsa e meno che mai con la figlia di sei anni, perchè era noto che il marito fosse un dissidente, ricercato in patria per motivi politici oltre che protetto dallo status di rifugiato politico. Peccato che nulla di tutto questo sia emerso nelle indagini che anzi hanno portato in evidenza una nota ufficiale dell’Interpol e del direttore Noble, in cui si spiegava che Ablyazov nel 2013 era un ricercato che non godeva di alcuno status nè protezione internazionale. Una vicenda strana, per fortuna senza conseguenze su mamma e figlia. Che lascia aperte molte domande. La prima: come funzionò davvero la catena di comando che innescò l’irruzione a Casal Palocco? La seconda: dalla relazione del capo della polizia prefetto Pansa si desume che il capo della Squadra Mobile (Renato Cortese) e il capo dell’ufficio immigrazione (Maurizio Improta) deliberò l’operazione sulla base dell’input ricevuto dall’ambasciatore kazako. E’ tuttavia evidente che né Cortese né Improta avrebbero potuto decidere autonomamente quella espulsione. Perché, poi, la Procura di Perugia e il tribunale non sentì tra i testimoni anche il procuratore Pignatone e il pm Albamonte?

 Le interrogazioni

A molte di queste domande ha cercato di rispondere l’interrogazione parlamentare a tre ministri - Interno, Giustizia ed Esteri - dei deputati 5 Stelle depositate ormai a marzo scorso. E quella del senatore Gasparri. La risposta, scritta, è arrivata venerdì scorso. Cinque dettagliate pagine firmate dal sottosegretario Nicola Molteni da cui emerge che “Ablyazov non fu mai rifugiato politico” e di conseguenza non potevano esserlo nè la moglie nè la figlia e che “era invece un criminale ricercato per gravi reati finanziari commessi in diversi paesi” .Non solo Ablyazov non possedeva alcun permesso valido per stare in Italia. La  sua presenza sul territorio nazionale risultava da una nota pervenuta dall'Interpol di Astana con cui si comunicavano le ricerche in atto per i reati di truffa e appropriazione indebita di grosse somme di denaro. Ablyazov, quindi, non è mai stato un richiedente asilo come sostengono i giudici di Perugia. E quell’espulsione non può essere stato nè un sequestro di persone e meno che mai una grave sospensione  dei diritti. Non solo: salta fuori solo adesso che già dal 2009 esiste un accordo di cooperazione giudiziaria tra l’Italia e il Kazakstan per contrastare la criminalità organizzata, il traffico di stupefacenti e altre forme di criminalità. Anche i reati finanziari.  L’accordo è del 2009 ed è stato ratificato dal Parlamento nel 2015. Nel pieno delle indagini. E ben prima che fosse emessa la sentenza di condanna. 

Vicenda grottesca 

I deputati 5 Stelle non hanno dubbi. “Tutto questo rende ancora più grottesca la sentenza nei confronti di Cortese, Improta e altri eccellenti servitori dello Stato per l'espulsione della Shalabayeva, ritrovata dalle autorità in possesso di passaporto con evidenti segni di contraffazione”. Parlano di accusa “incresciosa” rivolta a uomini che “hanno dedicato la vita alla lotta contro la criminalità”. I deputati D’Uva e Livatini si augurano che i dati emersi “contribuiscano a riabilitare in fretta non solo Cortese e Improta ma anche tutti coloro che hanno dovuto subire un'ingiusta condanna per i compiti svolti con decoro nell'esercizio delle proprie funzioni”. Ben due capi della polizia, prima il prefetto Gabrielli e poi il prefetto Giannini, hanno subìto la sentenza e sono stati costretti a sospendere in via precauzionale i due questori e gli altri poliziotti. Entrambi hanno criticato la sentenza del Tribunale di Perugia. Si attende ora l’Appello (ancora non è stato fissato) dove questa nuova documentazione dovrebbe contribuire a scrivere una storia diversa.