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Caro-benzina, Salvini vuole il “segnale politico”. Governo in testa coda. Può solo promettere più controlli

Mentre i dati ufficiali dicono che gli aumenti sono frutto per lo più del ritorno delle accise. E non c’entra la speculazione dei gestori delle 22 mila pompe di benzina. Spenderemo circa 9 euro in più ogni pieno di carburante. In fondo all’anno, con due pieni al mese, sono circa 200 euro in più

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Rifornitore benzina
Rifornitore di benzina (Foto Ansa)

Ad un certo punto, quasi subito a dire la verità, è stato Matteo Salvini a puntare i piedi nella riunione dei ministri. “Tutto quello che volete però così non va, non possiamo uscire da qui con un nulla di fatto. La benzina sta aumentando e tutte le filiere a cascata minacciano aumenti. Non è possibile. Serve un segnale almeno politico ma sicuramente forte. Non possiamo essere proprio noi, quelli che dicevano che avrebbero tolto le accise, a rimetterle”. E già perchè il segnale quello vero, cioè tornare allo sconto sulle accise pari al 18% del loro valore, costa un miliardo al mese. E il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo ha spiegato in lungo e in largo alla premier Meloni iniziando dalla mattina: “I soldi non ci sono e senza quelli non possiamo tornare indietro”. E poi figurarsi se Meloni vuole tornare indietro. Semmai andare avanti e migliorare quello che, evidentemente, è stato sbagliato. Perchè in tutta questa faccenda dei carburanti schizzati dal primo gennaio anche oltre i 2.50 al litro una cosa è chiara: al netto di qualche speculatore - pochi come vedremo - qualcuno nel governo ha sbagliato i conti e questi aumenti che rischiano di far ripartire l’inflazione invece in fase di stallo (-0,2%) a dicembre sono il momento più basso nel gradimento della breve vita del governo. Sui social impazzano i video si Salvini e Meloni leader dell’opposizione quando promettevano “mai più accise, le toglieremo tutte, sono assurde”. Sono certamente assurde ma ormai costituiscono da decenni un’entrata strutturale nel bilancio dello Stato (circa 40 miliardi l’anno) che deve essere sostituita con altro. Draghi aveva congelato a partire da marzo scorso il 36% delle accise. Il governo Meloni aveva ridotto lo sconto al 18% a inizio dicembre. Con la legge di bilancio lo ho tolto del tutto dal primo gennaio. “Per dare soldi - ha spiegato ieri il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani - alle pensioni minime e alle famiglie più povere”. Anche a dodici mini condoni - aggiungiamo noi - che alla fine misurano un mancato incasso per lo Stato di due-tre miliardi. “Eravamo convinti - ha spiegato ieri una fonte tecnica del governo - che il crollo del prezzo di gas e petrolio potesse assorbire il ritorno delle accise. Che ci potesse essere un meccanismo di compensazione”. Ma così non è stato. E da giorni le varie categorie minacciano aumenti dovuti al caro benzina.

Il decreto Trasparenza

Così in cerca di “un segnale politico” alla fine il Consiglio dei ministri ha partorito il decreto Trasparenza a tre firme: Meloni, Giorgetti, Urso. Erano più o meno le 20 e 30 di ieri sera. Un decreto a parte è già di per se un segnale politico (infatti è stato subito comunicato il decreto benzina) visto che in origine dovevano essere poche norme inserite in un altro decreto in discussione ieri. Dunque da oggi i distributori avranno l'obbligo di esporre il prezzo medio giornaliero nazionale accanto a quello di vendita praticato; ci saranno buoni benzina e sanzioni amministrative per i trasgressori; una nuova Commissione di allerta rapida per la sorveglianza dei prezzi e un potenziamento del collegamento tra il Garante prezzi e l'Antitrust contro le speculazioni. Il prezzo della benzina però non sarà toccato.
Cioè alla fine l’ombra del sospetto della speculazione continua ad allungarsi sui 22 mila gestori delle pompe di benzina in tutta Italia. Anche se - e questa è stata la variabile che ha fatto impazzire la giornata - lo stesso ministero dell’Ambiente (guidato dall’azzurro Pichetto Fratin) ieri ha pubblicato un report che mette nero su bianco che gli aumenti sono frutto esclusivamente del ritorno delle accise.

La variabile che ha fatto impazzire la giornata

La verità è che ieri è andata in scena una tragicommedia degli equivoci in tre tempi: il terrore che possa ripartire l’inflazione a catena sulle varie filiere; la convocazione a palazzo Chigi del generale comandante della Guardia di Finanza per trovare il buco e punire chi specula alle spalle dei cittadini; la pubblicazione proprio ieri in mattinata da parte del ministero dell’Ambiente, quindi lo stesso governo, del report ufficiale in cui si spiega che in realtà gli aumenti dei carburanti sono fisiologici e che non è in atto alcuna speculazione. E ‘ questo report la variabile che ha fatto impazzire la giornata. Ma come - sono stati i commenti tra Montecitorio e palazzo Chigi - sono i ministri di Forza Italia e Lega che lanciano allarmi da quattro giorni seguendo le denunce delle varie categorie, puntano il dito sulla speculazione, arrivano a convocare a palazzo Chigi il generale capo della Finanza e oggi all’improvviso dicono che non c’è speculazione. Sempre Lega e Forza Italia chiedono anche di tornare indietro e introdurre di nuovo lo sconto sulle accise. Ma come si fa a tornare indietro se non c’è un vero allarme? I più azzardosi ipotizzano una manovra a tenaglia di Lega e Forza Italia per mettere in minoranza la premier Meloni. Di sicuro Salvini, che guida il ministero degli aumenti, dai carburanti ai pedaggi, non ci sta a beccarsi in solitudine la mole degli insulti. E infatti girano vorticosamente sui social i video di Giorgia Meloni fiera leader dell’opposizione che bucava la telecamera al grido: “Aboliremo le accise”. Draghi le aveva dimezzate. Lei le ha rimesse in vigore al 100 per cento. Se non ci avete capito nulla e avete perso il filo della storia, è comprensibile. Il Codacons, altre associazioni di categoria e l’Antitrust intanto presentano esposti alla Guardia di Finanza per il diesel a 2.50 al litro in autostrada. E in qualche isola. Ieri mattina il ministero dell’Ambiente ha pubblicato un report in cui si spiega che gli aumenti sono in linea con il ritorno delle accise. Nessuna speculazione, insomma. Tutto nella norma. “Il governo contraddice se stesso e ha scatenato la tempesta perfetta” accusa Confcommercio, “gli speculatori non ci sono e adesso si chieda scusa.”

“Nessuna speculazione, tutta colpa delle accuse”

Fino a ieri, a metà mattinata, tutto sembrava “chiaro”: le accise non hanno colpe degli aumenti, sono i 22 mila gestori delle pompe di benzina che stanno speculando sul portafoglio degli italiani. All’improvviso però la facile narrazione è andata in tilt. Con buona pace del ministro Salvini che sempre a metà mattinata rassicurava: “Ho parlato con Giorgetti, interverremo sui prezzi”. Poi è arrivato il report del Mite e i conti non sono più tornati. Sul sito del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica sono comparsi le tabelle e la comparazione dei prezzi. Il ritorno delle accise, dal primo gennaio 2023, ha prodotto un aumento dei prezzi (Iva inclusa) pari a 18,3 centesimi al litro per la benzina e il diesel, e a 3,4 centesimi al litro sul Gpl. E’ il costo esatto delle accise. In base ai calcoli fare un pieno costerà in media oltre 9 euro in più; e - ipotizzando due pieni al mese - si arriverà a una maggiore spesa di circa 220 euro all'anno. Insomma, gli aumenti sono quelli previsti in conseguenza della decisione del governo alle accise piene, senza più sconti. Il titolare del Mite, Gilberto Pichetto Fratin, ammette: “Non possiamo dire che la colpa è degli speculatori. Certo, ci sono dei picchi di prezzo dove non c’è concorrenza, isole e autostrade (dove sale anche a 2.50 al litro, ndr) e qui dobbiamo monitorare e vigilare”. E ora chi glielo spiega alle associazioni dei consumatori e delle varie categorie – autotrasportatori in primis – che da giorni minacciano aumenti sui beni alimentari? Banalmente il governo ha deciso di fare cassa tagliando lo sconto sulle accise. Quel 18% di sconto vale circa un miliardo al mese che è servito per coprire altre spese. Il minicondono per le squadre di calcio, ad esempio, vale più o meno la stessa cifra. Era convinto, il governo, che grazie alla diminuzione di gas e petrolio, i prezzi potessero diminuire tanto da far pari con il ritorno delle accise. Hanno sbagliato i conti.

Lega e Forza Italia insistono sul passo indietro

Solo che adesso Lega e Forza Italia vogliono il passo indietro. Fratelli d’Italia no. Ieri per fortuna la premier Meloni ha potuto trovare consolazione nel faccia a faccia con papa Francesco. “Che grande emozione e responsabilità” ha detto la premier. Poi ha avuto l’importante bilaterale con il premier giapponese Kishida per rinforzare i rapporti commerciali e geopolitici tra Roma e Tokyo, tra l’Europa e l’area dell’indo-pacifico. E’ durato più di tre ore. Infine è arrivato il generale Zafarana. E la tempesta perfetta sul dossier carburanti. Sperando, come ha detto il ministro Pichetto Fratin, che la diminuzione del prezzo del gas ci porti verso la stabilizzazione dei prezzi delle bollette (visto che a gennaio aumenteranno anche queste nonostante il crollo delle materie prime). Peccato che il 5 febbraio si dovrà fare i conti anche con l’embargo al petrolio russo. Ma, dicono fonti di governo, “di petrolio ce n’è tanto e infatti il prezzo continua a scendere”. Incrociamo le dita.

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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