[L'analisi] Caos a Cinque Stelle. Paragone sbatte la porta, Di Battista lo difende e i governisti sono sempre più preoccupati

Le convulsioni interne al M5S hanno raggiunto un tale zenit di scontro e di veleni tali che i partner di governo, Pd in testa, sono seriamente preoccupati.

Gianluigi Paragone (Ansa)
Gianluigi Paragone (Ansa)

"La prescrizione? Le concessioni autostradali? La riforma fiscale? Ma non scherziamo. Qua se crolla tutto è perché i 5Stelle sono una barca che fa acqua da tutte le parti. Non si può governare e far passare qualsiasi provvedimento se il principale partito di maggioranza non esiste più". La considerazione dell’esponente dem di rango è, insieme, sconfortata e preoccupata. Le convulsioni interne all’M5S hanno raggiunto, e siamo solo ai primi due giorni del nuovo anno, un tale zenit di scontro e di veleni tali che i partner di governo (Pd in testa, appunto) sono seriamente preoccupati.

Il Movimento perde pezzi verso destra e verso sinistra

Il Movimento perde – già ora, di fatto e politicamente, presto anche formalmente, con diversi cambi di casacca che asciugheranno i gruppi parlamentari di Camera e Senato – truppe sia a destra, al Senato, verso la Lega (prima tre senatori, da ieri, di fatto, anche Gianluigi Paragone e presto altri lo seguiranno), sia a sinistra, verso il Pd, con il gruppo ‘Eco’ che nascerà presto, alla Camera, guidato dall’ormai ex ministro all’Istruzione Lorenzo Fioramonti, che ha già preso contatti con il Pd e LeU per dare vita, almeno per ora, a una sotto-componente del gruppo Misto (bastano dieci deputati) ma presto a un vero e proprio gruppo autonomo. Inoltre, lo scontro interno al partito guidato da Di Maio rischia di travolgere anche le due giunte simbolo del Movimento, quella di Torino, dove la sindaca Appendino resta appesa, da ieri, a un solo voto di maggioranza (il suo), e quella di Roma, dove la sindaca Raggi, aprendo una nuova discarica, si è inimicata per sempre il suo partito e potrebbe ripresentarsi sì, alle elezioni, ma a capo di una lista autonoma. Infine, lo schierarsi di Di Battista al fianco di Paragone crea una nuova linea di frattura interna al M5S. Con Di Maio sono rimasti in pochissimi (Bonafede tra questi), il grosso della truppa pentastellata non risponde più a lui ma a gruppi e sottogruppi interni pronti a nuove scissioni, non si intravedono nuovi leader in erba (Patuanelli ha rinunciato a farlo), deputati e senatori sono, per lo più, in crisi per la storia delle mancate restituzioni di parte dello stipendio (e del contributo-obolo a Rosseau), Grillo è sempre più defilato (ma anche sempre più filo-Pd e, persino, filo-Mattarella), Davide Casaleggio sempre più disamorato e distante, i pochi capaci di ‘fare politica’ si dividono in tre tronconi: chi vuole andare con la Lega, come hanno già fatto tre senatori e come si appresta a fare Paragone, chi vuole andare direttamente in area Pd, come farà Fioramonti con il suo neonato movimento ‘Eco’ (partitello ecologista e progressista che si collocherà tra il Pd e LeU con la collaborazione attiva di personaggi della sinistra in cerca d’autore come Pippo Civati e lo storico dell’arte Tomaso Montanari: tante idee e zero voti, i loro) e chi, invece, vuole andare a ingrossare le fila del futuro ‘partito di Conte’. Il premier, infatti, un giorno (alla conferenza di Capodanno) dice che non farà un partito e il giorno dopo che “non farà il Cincinnato” e resterà in politica. Il che vuol dire, appunto, scendere in politica, fondare un partito (ragionevolmente alleato al Pd) e presentarsi alle elezioni. Ergo, una massa di manovra serve. Ma torniamo alle convulsioni interne all’M5S per descriverle nel dettaglio in quanto, dopo l’annuncio di Paragone di essere stato ‘cacciato’ dai probiviri del gruppo parlamentare al Senato, la giornata è stata molto convulsa.

L’urlo di Paragone: “Mi dovete cacciare con la forza"

Lui, Paragone, ieri ha dissotterrato l’ascia di guerra, dicendo, in diverse interviste, che è stato espulso “dal nulla” che secondo lui è diventato il Movimento 5 stelle, e che è pronto a dare battaglia, anche in tribunale. “Farò ricorso e se mi gira, mi rivolgerò anche alla giustizia ordinaria per far capire l'arbitrarietà delle regole”, annuncia il senatore in un video accorato e urlato su Facebook a meno di 24 ore dalla decisione dei probiviri del Movimento, aggiungendo che “dovranno cacciarmi con la forza” e cioè che non accetta il giudizio dei probiviri, ma anche smentendo, per ora, di voler passare con la Lega.
E così il Movimento torna a dividersi in modo dirompente. In particolare, pesa l'endorsement di Alessandro Di Battista che non solo difende Paragone, cui è legato da antica amicizia, ma lo incorona “infinitamente più grillino di tanti altri”. Al di là della forma curiosa (il commento di Dibba è apparso sul profilo Facebook di una militante 5 Stelle), le parole di Di Battista hanno creato lo stato di massima allerta a causa dell’eterna conflittualità con Di Maio, delle linee antitetiche che i due portano avanti sul piano politico e della possibilità che il dissenso di parlamentari che seguano le orme di Paragone, diretto verso la Lega, si allarghino pericolosamente. Non a caso, a favore del senatore espulso si schiera anche l'altra ‘dissidente’, ormai, per antonomasia, ed ex ministra, Barbara Lezzi, che apprezza l'autonomia di pensiero del ‘collega’ e attacca il Movimento che “espelle gli anticorpi”. Poche ore e il post di Paragone viene condiviso dal senatore Mario Giarrusso.

I lealisti e governisti attaccano il senatore-giornalista

Naturalmente, non mancano i contrari alla scelta di Paragone e che all'ex conduttore tv non perdonano soprattutto il giudizio tranchant sul ‘nulla’ che sarebbe diventato il ‘sogno’ di Casaleggio e Grillo. A esporsi sono i più ortodossi, nel senso dei pochi rimasti fedeli a Di Maio: dal presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, che gli ribatte (“Se ci definisci il ‘nulla’, perché rimanevi nel 'nulla' prima di essere espulso?”) al sarcasmo di Paola Taverna su Facebook (“Ehi Gianluigi, a quando il nuovo libro con tutte le rivelazioni?”). Toni duri anche dal vicepresidente del Parlamento Ue Fabio Castaldo: “Criticare le scelte operate a livello nazionale è un conto ma dare del ‘nulla’ a chi ha lottato, a chi si è sacrificato per un sogno è per me inaccettabile”. Luigi Gallo, altro M5s tra i più fedeli a Di Maio e presidente della commissione Cultura della Camera, rilancia con lo stesso ‘nulla’: “Sarebbe bello interrogarsi su quello che ha fatto in 2 anni da parlamentare: il nulla cosmico”. Infine, indirettamente, gli risponde pure il capo politico, che pare sia furibondo ma più che con Paragone con Di Battista che lo difende: “In appena 20 mesi abbiamo già approvato 40 provvedimenti. Niente male per un Movimento per la prima volta al Governo, no?”, ricorda Luigi Di Maio sempre sui social.

Di Maio si vanta di chi ha cacciato: ben 17 in due anni

Ma di cosa c’è da vantarsi? Infatti, con l'ultima ‘cacciata’ di Paragone sono 17 i parlamentari che il M5s ha perso per strada dall'inizio della legislatura, ossia dal 23 marzo 2018. Tra loro, 11 gli espulsi mentre tre senatori sono passati da un giorno all’altro al ‘nemico0 leghista (Francesco Urraro, Stefano Lucidi e Ugo Grassi), oltre al recentissimo addio di Lorenzo Fioramonti dal ministero dell'Istruzione.
L'obiettivo del capo politico M5s è quello di fare ‘pulizia’ interna: pensiamo a governare, nessuno ci fermerà, non importa - la sua tesi - se si lasciano per strada coloro che a suo dire pensano solo agli interessi personali e non condividono le battaglie M5s. L’altra mission sarà quella di fare chiarezza sui rimborsi. Il direttivo si riunirà alla ripresa dei lavori parlamentari e si sta pensando a delle sospensioni per chi non è in regola e, in ogni caso, a dei provvedimenti contro i 'morosi'. E non si escludono nuove espulsioni.

Il malessere di Paragone covava, in realtà, da tempo

In realtà, la mossa di Paragone non rappresenta una sorpresa: l'ex direttore della Padania e di molte trasmissioni tv sovraniste non ha mai digerito l'alleanza con il Pd e mai l'ha nascosto. A parole, con toni sempre più accesi, e nei fatti, con il voto. Da sempre contrario allo scudo penale ad Arcelor Mittal sull'ex Ilva, a dicembre ha votato ‘no’ alla risoluzione di maggioranza sul fondo salva Stati (“E' una risoluzione ridicola”) fino al colpo di grazia del niet alla manovra economica. Lui si difende appellandosi alla forza rivoluzionaria del Movimento che rischia di sparire, poi passa al contrattacco con chi l'ha cacciato: “Voi probiviri del nulla assoluto, andatevene voi, perché io vi verrò a cercare nelle aule di giustizia e sarete condannati a dirmi ‘Scusa, rientra’”. Intanto incassa il sostegno di Di Battista: “Non c'è mai stata una volta che non fossi d'accordo con lui - scrive l'ex deputato - Vi esorto a leggere quel che dice e a trovare differenze con quel che dicevo io nell'ultima campagna elettorale che ho fatto”. Una difesa a tutto tondo.

Di Battista si schiera a difesa di Paragone e irrita Di Maio

Paragone ovviamente non perde l’occasione per rigirare il coltello nella piaga della divaricazione di giudizi tra Di Battista e Di Maio, ringrazia e amplifica l'asse con Dibba: “Ale rappresenta quell'idea di azione e di intransigenza che mi hanno portato a conoscere il Movimento: stop allo strapotere finanziario, stop con l'Europa di Bruxelles”. Poi aggiunge: “Io quel programma lo difendo perché con quel programma sono stato eletto”. Parole che starebbero bene in bocca a un leghista qualsiasi. Salvini, sotto i baffi, se la ride mentre i pentastellati temono per la saldezza del governo che, al Senato, continua a perdere unità dietro unità mentre Di Maio preferisce non replicare direttamente, ma è ‘nero’ per la difesa “di Paragone che Ale poteva risparmiarsi”. La vecchia rivalità tra i due leader così diversi riemerge forte.

Una raccolta firme contro il verticismo del Movimento è pronta

La cacciata di Paragone, infine, crea nuove fibrillazioni a palazzo Madama. Molti ‘governisti’ si dicono preoccupati perché Paragone ora giocherà ancora di più a fare il bastian contrario, altri invece osservano che in questo modo si è chiusa definitivamente la fase giallo-verde. Ma proprio al Senato l'8 gennaio comincerà una raccolta firme su un documento in cui si chiederà la gestione collegiale in assemblea delle decisioni politiche del Movimento e soprattutto si attaccherà la gestione di Rousseau in mano alla Casaleggio Associati. “La piattaforma - questa la tesi - deve essere gestita dal Movimento attraverso la nomina di alcuni garanti”. E' un attacco al sistema M5s e - spiega un altro malpancista - al sistema delle decisioni calate dall'alto. Qualora non venissero accolte le istanze portate avanti da un gruppo per ora - composto da una decina di senatori, non si esclude la nascita di un gruppo autonomo, ma lo strappo non dovrebbe arrivare prima delle elezioni in Emilia.

Alla Camera il gruppo ‘Eco’ di Fioramonti è già pronto

Alla Camera, invece, ci saranno presto altri addii, oltre quello di Fioramonti. I primi ad uscire dovrebbero essere Angiola e Rospi, ma si preparano ad approdare nel Misto una decina di deputati in totale e già a metà mese potrebbe nascere una componente dal nome “Eco”, il cui nome riprenderebbe ecologia ed economia. Tra i nomi che potrebbero seguirlo ci sono Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Andrea Vallascas, Rachele Silvestri, Massimiliano De Toma. A loro potrebbero unirsi i tre ex 5Stelle che già hanno abbandonato il gruppo: Cunial, Cecconi e Vizzini. Paradossalmente i vertici M5s bollano come “scissione degli attivisti” quella che Paragone potrebbe portare avanti, facendo capire che non ne hanno paura, e come invece “qualcosa di serio e preoccupante per le sorti del Movimento e del governo” quella di Fioramonti. Perché, nel momento in cui nascerà un nuovo gruppo parlamentare – anche se, paradossalmente, pro-governo e pro-Conte, oltre che pro-alleanza con il Pd – si dimostrerà che l’M5S, politicamente e numericamente, conta sempre meno. Come nei sondaggi, in pratica: buon terzo, dopo tutti gli altri.