[Il caso] Il governo cerca di riemergere dal caos. Salvini “vince” sempre e si frega comunque le mani

Con un mese di ritardo arrivano le ordinanze che stabiliscono priorità e direttive uguali in tutte le regioni. Un coordinamento che doveva essere fatto prima. Ora è più debole. La Marche, infatti, rompono subito il patto. Salvini telefona a Conte e gli offre il “pacchetto Italia”. Pronto il decreto del governo

Salvini con il governatore della Lombardia, Fontana. A destra, il premier Conte
Salvini con il governatore della Lombardia, Fontana. A destra, il premier Conte

La “collaborazione” infine è arrivata. Il “coordinamento” quasi, un mese di ritardo rispetto ai primi due contagi italiani (i due turisti cinesi a Roma) la sera del 30 gennaio. Cinque giorni dopo il caos e la psicosi in cui è sprofondato il Paese da quando, venerdì scorso, è iniziata la triste contabilità dei morti. Che però, cominciano adesso a distinguere medici e il commissario per l’emergenza Angelo Borrelli, “sono persone con un quadro clinico già difficile e compromesso su cui si è aggiunto il coronavirus”. Non si può dire che Covid-19 è stato la causa del loro decesso. Sono undici, a fronte di 322 contagiati di cui una trentina in condizioni più gravi.

Gestione improvvisata

Dopo giorni di polemiche, rivendicazioni, accuse spesso strumentali, ieri è stato il giorno della “responsabilità” della politica e delle decisioni. Il Consiglio dei ministri ha approvato l’ordinanza messa a punto dopo quattro ore di riunione con i governatori di tutte le regioni, i ministri e il presidente dell’Anci Antonio De Caro e dell’Unione delle province, tutti intorno al grande tavolo della sala emergenze della Protezione civile per definire una volta per tutte i comportamenti nelle regioni senza cluster, senza cioè focolai di contagio. Uno strumento indispensabile per evitare le scene di isteria collettiva viste in questi giorni: scuole chiuse senza motivo, supermercati vuoti, gente chiusa in casa senza un perché, uffici semichiusi, treni bloccati e intere linee ferroviarie interrotte per un banale malore, l’Italia bloccata e divisa in due. Le cronache di questi giorni sono state ricche di comportamenti assurdi, figli della comprensibile angoscia per un’emergenza sanitaria sconosciuta (pur avendo vissuto in anni recenti l’allarme per ebola e quello per la sars) ma anche di una gestione molto improvvisata. Perfetta per chi ha deciso di speculare anche su questa che è una calamità naturale.

Cambio di lessico

Ieri il premier ha provato a chiudere questa pagina. A mettere un punto per iniziare un’altra narrazione dell’emergenza “che non è una catastrofe” e che passa anche dalla scelta di un lessico più congruo e da informazioni meno allarmistiche. Da ieri Walter Ricciardi, componente del Comitato esecutivo dell’Oms e appena nominato consigliere del ministro ha chiesto che “il grande allarme” che “comunque non va sottovalutato” sia però “ridimensionato”. “Su cento persone malate – ha spiegato rilanciando i numeri che l’Oms pubblica da giorni - 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, il 5 % è gravissimo e il 3% muore”. Difficile convincere i cittadini “drogati” da un mese di pareri degli esperti più divisi ancora dei politici. In questo quadro non c’è dubbio che Matteo Salvini, che non ha perso occasione per attaccare e dileggiare la gestione dell’emergenza, sta approfittando anche di Covid-19 per logorare il governo Conte 2. Da venerdì scorso ha chiesto ogni giorno le dimissioni o le scuse di chi “non ha tutelato come avrebbe dovuto la salute pubblica del paese”. “Prove tecniche di strage” è stato uno dei titoli più sciacalli comparsi in questi giorni.

Le misure

Tra le misure decise e condivise, l’ordinanza prevede che tutti coloro che “negli ultimi 14 giorni sono stati nelle zone 'focolaio' italiane - quindi nei 10 comuni lombardi e a Vo' Euganeo –devono comunicarlo alla Asl che dispone la sorveglianza sanitaria e l'isolamento fiduciario nella propria abitazione” . La stretta sanitaria è stata prevista anche per chi è stato, sempre negli ultimi 14 giorni, in una delle regioni dove c’è stato “anche un solo caso di contagio”. Si tratta della misura più forte contenuta nell’ordinanza oltre allo stop per le gite scolastiche “fino al 15 marzo”, l’obbligo di disinfettare i mezzi pubblici e di mettere a disposizione disinfettanti negli uffici pubblici. E’ poi “obbligatorio per chi proviene dalle zone rosse di Cina, Lombardia o Veneto manifestarsi”. Chi non lo fa “commette una violazione penale così come chi esce dalle zone di focolaio”.

Ma non basta

E’ difficile tornare all’ordine dopo il caos. Complicato coordinare quando regna l’anarchia. Specie se c’è di mezzo la salute pubblica. E, anche, il consenso necessario per competere in una campagna elettorale per la guida della Regione. Il governatore delle Marche Luca Ceriscioli (Pd), al voto a fine maggio, è andato avanti nel fare quello che aveva annunciato: ha ordinato la chiusura di scuole, università, musei, biblioteche e manifestazioni pubbliche fino al 4 marzo. In tutta la regione che pure non risulta essere focolaio di contagio. Una decisione assunta nonostante due giorni fa il premier avesse spiegato, in una curiosa diretta telefonica con il governatore, che la misura non era necessaria. Nonostante le quattro ore di riunione e l’ordinanza che, appunto, non prevede le misure da “zona rossa” nelle regioni senza cluster. Il caso Marche ha occupato buona parte della riunione del cdm sospesa più volte per trovare una sintesi. Ceriscioli, contattato anche dai vertici del partito, è stato irremovibile. Palazzo Chigi ha già detto che “valuterà il ricorso”: “Siamo pronti ad impugnare l’ordinanza delle Marche” hanno spiegato fonti di governo. La pubblica istruzione è, dopo la riforma, una delle funzioni concorrenti tra Stato e Regioni. Ma il punto vero è un altro. Al tavolo, si racconta, ci sono stati momenti di “scoramento”, grande delusione e preoccupazione. “E’ chiaro – spiega una fonte di governo – che se non riusciamo a tenere su questo punto, non diamo prova di autorevolezza, si crea un precedente e ogni regione potrà fare come vuole”. Il fallimento insomma di quel “collaborare, collaborare, collaborare” ripetuto ieri da Conte, dopo la lunga riunione, come “imperativo etico” per affrontare l’emergenza. “Il pieno coordinamento – aveva detto in uno dei tanti punti stampa di giornata, forse persin troppi – è il metodo più efficace per prevenire la diffusione del contagio. Con le Regioni stiamo lavorando molto positivamente”. Parole che avevano chiuso, al di là delle varie fake news disseminate nelle 24 ore, la polemica nata la sera precedente quando Conte aveva vagheggiato “il commissariamento dei governatori che si rifiutano di collaborare e procedono con iniziative individuali senza lavorare in squadra”. Il premier ce l’aveva appunto con Marche, Calabria e tutti coloro che in assenze di linee guida chiare, dicevano di voler assumere decisioni autonome. I governatori Fontana e Zaia, in realtà molto collaborativi, hanno frainteso. Fontana ne ha fatto una questione personale quando il premier ha aggiunto che “c’è stata una falla nel sistema sanitario lombardo” alludendo al fatto che l’ospedale di Codogno è stato il focolaio di Covid-19. Tutte tensioni rientrate durante la riunione allargata grazie alle scuse “per il fraintendimento” messe sul tavolo dal presidente Conte.

La telefonata

Dopo giornate difficili, ieri si è dunque rivisto quel “tavolo di unità nazionale” auspicato venerdì scorso ma subito saltato per le accuse della Lega al governo, “Conte e Speranza sono incapaci”, “si devono dimettere”, “sono inadeguati”, “Gianni e Pinotto” e via di questo passo. Salvini ha fatto il primo passo (“io so trovare il numero giusto”) e ha telefonato a Conte provando a mettere da parte “le parole sgradevoli di un premier che anziché cercare gli errori in casa propria cerca i nemici in casa altrui”. L’ultimo contatto tra i due era stato ad agosto scorso. “Ma è tempo di voltare pagina - ha concesso Salvini - perchè oltre all’emergenza sanitaria c’è un’emergenza economica e noi vogliamo fare proposte concrete al governo per aiutare questo Paese”. Un leader, insomma, statista, responsabile, che sa guardare oltre il consenso personale e prova a fare “gioco di squadra”. Salvini si è messo tra i nove “economisti” di casa - Durigon, Garavaglia, Bitonci, Siri, Borghi, Bagnai, Gusmeroli e ha fatto declinare ad ognuno una proposta. “Lanciamo un piano di proposte adesso per evitare che la sottovalutazione che già c’è stata sul piano sanitario si possa ripetere anche sul fronte economico. E speriamo che le nostre proposte vengano recepite e non messe in quarantena” ha chiosato. Si va dall’esonero ed esenzione di contributi, versamenti e adempimenti fiscali alla free tax zone “per riprendere in mano il mercato”; dal fondo diretto di compensazione per il commercio e il piccolo artigianato al la cedolare secca per gli immobili in affitto; dalla ciò in deroga allo snellimento delle norme sugli appalti per far partire i cantieri. Molto di quello che era uscito dalla legge di bilancio, dovrebbe - per la Lega - rientrare per l’emergenza sanitaria. Misure speciali per il turismo e per rilanciare Milano come “market place” (ieri è stata rinviato di due mesi, a giugno, Il salone del mobile). Lo chiamano “pacchetto Italia” e servono “almeno 10 miliardi”, è sicuro Salvini: “Solo il turismo ha il 90 per cento delle disdette”. Le cancellazioni arrivano fino a Pasqua. Un disastro, in effetti. Che il ministro Gualtieri non è ancora in grado di quantificare. Ma che preoccupa il governo tanto quanto il virus. La Borsa soffre e lo spread sale.

Il decreto del governo

Oggi la Camera discuterà il decreto del 23 febbraio, quello che ha istituito zone rosse e gialle. Ci saranno modifiche per rendere i provvedimenti più in chiave preventiva che da fine-del-mondo come sono stati in questi primi giorni. Gli ordini del giorno del decreto intercettazioni sono stati rinviati, come chiedeva la Lega, a domani. Nel frattempo il Mef ha firmato un decreto ministeriale per stanziare i primi fondi (20 milioni) e le prime detrazioni per famiglie e imprese. Ma il grosso del pacchetto economico arriverà nei prossimi giorni. Ieri sera ministri Patuanelli e Cataldo hanno fatto un primo incontro che le associazioni di categoria e hanno fatto i conti con previsioni catastrofiche: se la crisi dovesse arrivare fino a maggio-giugno si parla di una perdita tra i 5 e i 7 miliardi di pil (Confcommercio), di circa 4 miliardi nei consumi (Confesercenti), 15 mila le piccole-medie imprese chiuse, circa 60 mila i posti di lavoro a rischio e 500 le aziende agricole a rischio paralisi. Il decreto del governo avrà “provvedimenti a sostegno dei settori più colpiti, turismo, fiere, trasporti logistici e attività culturali”. E i soldi dovranno essere in buona parte assicurati dall’Europa, al di fuori del patto di stabilità e con l’obiettivo della stabilità e della crescita.

Perchè Salvini vince sempre

Detto tutto ciò, va spiegato perchè alla fine di questo mese di emergenza virus Salvini ha sistemato le cose per andare sempre all’incasso. E’ una storia di inseguiti e inseguitori. All’inizio dell’emergenza - intorno al 20 di gennaio, nel pieno della campagna per le regionali - il leader della Lega aveva già la ricetta pronta: quarantena per tutti i cinesi e per chi tornava dalla Cina; chiusura delle frontiere. Le notizie sul virus erano ancora molto scarse. Quando il 30 gennaio vennero fuori i primi contagiati, i due turisti cinesi arrivati una settimana prima, il canovaccio era già pronto: “Il governo non sa tutelare la salute pubblica”. Il governo, per non “inseguire” Salvini ha provato a “farsi inseguire” chiudendo i voli diretti con la Cina e nominando il Commissario per l’emergenza (Borrelli). La misura non sembrò delle migliori visto che i cinesi sono comunque arrivati dopo scali tecnici a Francoforte o Dubai. Per tre settimane l’emergenza occupa le prime pagine ma le accuse della Lega e delle opposizioni sembrano per lo più strumentali. Della serie: “i soliti sovranisti anche un po’ razzisti”.

Venerdì cambia tutto. E la Lega può andare all’incasso. Due volte: per il passato perchè “noi l’avevamo detto”; per il presente perchè “la catena di comando non funziona. Il coordinamento neppure e siamo nel caos”. E una disgrazia che dovrebbe unire e non dividere, diventa l’arma perfetta per logorare il governo in carica.