Cantiere Irpef con rimodulazione dell'Iva: l’assicurazione sulla vita del governo Conte

Tutti i partiti sono interessati a intestarsi una riforma che tocca da vicino ogni elettore . Con una semplificazione in materia di deduzioni si possono trovare risparmi per un miliardo di euro.

Governo Conte due (Ansa)
Governo Conte due (Ansa)

L'idea è di partire entro un paio di mesi, con una legge delega e indicazioni sufficientemente generiche da tener buoni tutti i partner di governo e, allo stesso tempo, avere davanti tempo quanto basta per riempire di contenuti concreti il progetto per definizione più difficile che un governo – non solo in Italia – possa affrontare: la riforma dell'imposta sul reddito delle persone, ovvero di tutti i 40 milioni di elettori (esclusi quelli all'estero). In realtà, in una situazione  sempre più difficile, con una economia già in rallentamento, su cui si sta abbattendo – lo indica anche il governatore della Banca d'Italia, Visco - l'incognita del coronavirus, la riforma dell'Irpef non sarebbe l'impegno più urgente. A guardare lo stato dell'economia, la priorità è, piuttosto, un deciso slancio agli investimenti. E, in materia fiscale, una stretta anche più decisa alla emorragia dell'evasione.

L'assicurazione

Paradossalmente, però, quello che non è forse vero sul piano economico, lo è su quello politico: il cantiere della riforma Irpef può diventare, infatti, una sorta di assicurazione sulla vita del governo Conte, dato l'interesse di tutti i partiti in causa a intestarsi una riforma che tocca da vicino ogni elettore. Il rischio, però, è infilarsi in un cantiere senza fine, perché maneggiare le tasse è come maneggiare una bomba con due spolette di innesco. La prima è il costo di ogni riduzione (lo si è già visto con il farraginoso avvio del taglio al cuneo fiscale: dimezzato per quest'anno e in parte ancora senza copertura il prossimo). La seconda è la sua distribuzione: chi vince e chi perde. Disinnescarle richiede una grande capacità acrobatica.

Quanto può valere

Quanto può valere un ritocco significativo dell'Irpef? Una ipotesi  già circolata è il taglio di un punto su ognuna delle prime tre aliquote. Per il reddito di un italiano medio (25 mila euro) significa un risparmio fiscale mensile intorno ai 25 euro al mese, 300 euro l'anno.  Oggi, infatti, si paga il 23 per cento di Irpef sui redditi fra 8 e 15 mila euro (sotto gli 8 mila sono esenti dalle tasse); del 27 per cento sul reddito fra 15 e 28 mila euro; del 38 per cento sui redditi fra 28 e 55 mila euro. Naturalmente, un taglio di queste aliquote beneficia tutti. Anche i ricchi, infatti, pagano il 23 per cento sui primi 15 mila euro di loro reddito annuale e via così, a salire. Tagliare un punto su ognuna delle aliquote, dunque, significa per l'erario rinunciare ad entrate per poco più di 7 miliardi di euro: oltre 4 per il punto in meno sull'aliquota più bassa, quasi 2 per la seconda, 1 miliardo di euro per ridurre l'aliquota sui redditi fra 28 e 55 mila euro. Considerato che, l'anno prossimo, ci sarà nuovamente da scalare la montagna di neutralizzare 20 miliardi di Iva in più, già in bilancio (è lo stesso meccanismo, faticosamente bloccato quest'anno) non si vede all'orizzonte dove si possono trovare 30 miliardi per tappare contemporaneamente il buco di una riforma Irpef e quello di una rinuncia (su cui tutti i partiti sono già impegnati) all'aumento dell'Iva.

Rimodulazione Iva

Ecco perché nel dibattito è rientrata – dopo essere stata bocciata a settembre, al momento della preparazione dell'ultima manovra di bilancio – l'ipotesi di compensare una riduzione dell'Irpef, con una rimodulazione dell'Iva. E' un'idea che circola da un quarto di secolo, da quando l'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, cominciò a parlare di “tassare di più le cose e meno le persone”. In effetti, da anni le grandi istituzioni internazionali – dal Fmi all'Ocse – suggeriscono ai governi italiani di spostare la tassazione dai redditi ai consumi. La sua traduzione attuale in Italia, tuttavia, dicono al governo, deve sostanzialmente rispettare tre condizioni. L'erario non ci deve guadagnare: la pressione fiscale complessiva, cioè, non deve aumentare, ma, semmai, ridursi. Ma l'erario non ci deve neanche rimettere: la riforma deve essere ad impatto zero sul bilancio e non aumentare il deficit. E nessun contribuente ci deve perdere e, piuttosto, qualcuno guadagnare: la riforma, insomma, non si deve finanziare con una patrimoniale o un aumento delle aliquote sui redditi più alti.

La riforma

Trovare il modo di restare dentro questa gabbia – a meno di straordinari risultati nella lotta all'evasione – varando, però, anche una riforma con effetti significativi sui portafogli dei contribuenti è complicatissimo. Alla Banca d'Italia hanno provato a simulare una riforma che contempli un aumento dell'Iva per finanziare la riduzione dell'Irpef. Per semplicità, hanno immaginato un meccanismo politicamente non praticabile: lasciare che l'Iva aumenti effettivamente del 23 per cento l'anno prossimo, rovesciando tutto il maggior gettito su una riduzione dell'Irpef. A prima vista, vengono rispettati due dei tre vincoli autoimposti: quello che l'erario e i cittadini nel loro insieme perdono da una parte, lo guadagnano dall'altra. Ma cambia il parametro più importante: la distribuzione. Ovvero, chi, specificamente, perde e chi, invece, guadagna.

Irpef, ipotesi riforma (Ansa)

I tre meccanismi di Bankitalia

Bankitalia ha provato ad immaginare tre meccanismi. Il primo abbatte l'aliquota Irpef più bassa dal 23 al 20 per cento. Ma lascerebbe fuori tutti quelli che guadagnano meno di 8 mila euro l'anno. Il secondo ridurrebbe del 40 per cento i contributi sociali a carico del lavoratore, ma non tocca quelli delle imprese. Il terzo aumenta del 40 per cento le detrazioni Irpef sui redditi da lavoro, lasciando fuori i pensionati. Il migliore o – è più esatto dire – il meno peggio è proprio il terzo che, nelle simulazioni dell'ufficio studi di via Nazionale, risulta abbastanza efficiente e meno iniquo degli altri due. Perché, in realtà, anche in questo terzo meccanismo, ci sono più famiglie che ci perdono (il 42 per cento) di quante ci guadagnano (il 29 per cento) e a perderci sono proprio le famiglie meno ricche. Perché? Perché l'Iva è una imposta regressiva, che tassa relativamente di più i redditi bassi di quelli alti, per il semplice motivo che, nel bilancio di una famiglia povera i consumi – sottoposti all'Iva – pesano proporzionalmente di più che in una famiglia ricca. Lo confermano le elaborazioni della stessa Banca d'Italia: in una famiglia povera, l'Iva mangia fino al 12-14 per cento del reddito, in una ricca il 6-7 per cento.

Aliquota alta

D'altra parte, l'aliquota normale dell'Iva (al 22 per cento) è già, in assoluto, abbastanza alta. Aumentarla ancora può avere effetti depressivi sui consumi. Poiché il grosso del gettito viene dall'aliquota massima, intervenire su quelle intermedie produrrebbe poche entrate. Un 1 per cento in più sull'aliquota del 10 per cento (quella che pagano alberghi e ristoranti) comporta un maggior gettito solo di 1,5 miliardi di euro.

Per compensare gli effetti negativi di un aumento dell'Iva sulle famiglie più povere, nonostante uno sconto Irpef, dunque, la ricerca di Bankitalia ipotizza di agire su meccanismi di sussidio, come il reddito di cittadinanza. Questo, tuttavia, renderebbe ancora più intricata quella giungla di deduzioni e detrazioni che caratterizza il sistema fiscale italiano e che è l'altro oggetto del desiderio di chi vuol riformare l'Irpef. L'insieme di sconti e facilitazioni  che offre la dichiarazione dei redditi a varie categorie di contribuenti è, infatti, l'altra strada che viene prospettata per rastrellare le risorse necessarie ad una significativa riforma Irpef. E' un giardino in cui si sono stratificate deduzioni e detrazioni (il termine tecnico è “tax expenditures”, spese fiscali) che vale oltre 130 miliardi di euro. Ma che appare assai meno disboscabile di quanto si possa ritenere a prima vista. Oltre 90 miliardi, infatti, sono riferiti a sconti come le detrazioni per redditi da lavoro (quelli che Bankitalia vorrebbe aumentare),  i familiari a carico, la tassazione agevolata per i redditi da capitale. Anche negli altri 40 miliardi di deduzioni ci sono capitoli (mutui immobiliari, ristrutturazioni edilizie, spese sanitarie, buoni pasti) che appaiono un terreno minato. Deduzioni e detrazioni, d'altra parte, costituiscono, nel loro insieme, un potente alleggerimento della pressione fiscale. I due terzi di queste tax expenditures vanno, infatti, a beneficio dei redditi sotto i 28 mila euro. Ed è grazie ad esse (come quella sui redditi da lavoro) che l'aliquota media effettiva di imposizione sui redditi fino a 15 mila euro non è, in realtà, il 23 per cento, ma il 5,2. E quella sui redditi fra 15 e 28 mila euro non è il 27 per cento, ma, nei fatti, grazie a deduzioni e detrazioni, si riduce al 14,4 per cento. La flat tax di Salvini c'è già.

Lunghi mesi di melina

Intervenire in questa matassa è una operazione taglia e cuci ad altissimo rischio politico e sociale. Vuol dire che, al governo, si preparano a lunghi mesi di melina, rinviando all'infinito ogni scelta decisiva? Non necessariamente. Si tratta, piuttosto, di adeguare le aspettative a quello che è realisticamente possibile.

Una semplificazione in materia di deduzioni e detrazioni (accorpando, ad esempio, in un unico bonus i vari capitoli di sgravi legati alla famiglia) è possibile e nello spolverio di deduzioni che all'erario costano qualche decina o centinaia di milioni (per le attività sportive, ad esempio) si possono trovare risparmi per un miliardo di euro. Altrettanto, o poco più, è possibile rastrellare, impostando un aumento selettivo dell'Iva, limitato ai beni di lusso, o voluttuari. Il totale sarà, dunque, piuttosto lontano dai 7 miliardi di cui si è parlato in questi giorni. Ma anche solo una maggiore trasparenza dei carichi fiscali sarebbe un passo avanti.