Un Parlamento ‘in maschera’. Montecitorio riapre i battenti. Guanti e mascherine per (quasi) tutti e poca voglia di scherzare

Riunione alla Camera dopo la crisi per l'emergenza coronavirus. Il ‘voto a distanza’ torna a farsi largo

Un Parlamento ‘in maschera’. Montecitorio riapre i battenti. Guanti e mascherine per (quasi) tutti e poca voglia di scherzare

 

Antefatto. Deputati ‘a caccia di generi alimentari’…

Tanto per far capire che l’emergenza sanitaria, sociale,    economica e anche politica che sta vivendo il Paese è proprio come la pandemia da coronavirus, cioè globale, riportiamo – a inizio articolo – un dialogo surreale, e anche a tratti ironico (se non ci fosse da piangere, oggi, in Italia, ci sarebbe da ridere…), che abbiamo colto con le nostre orecchie nel bel mezzo del cortile di Montecitorio e che riguarda un particolare non di poco conto, per i nostri ‘poveri’ deputati: dato che l’intera città è una ‘zona rossa’ e molti di loro vengono da fuori Roma, oltre al problema di ‘come votare’ e del rischio del Covid19 dietro l’angolo, c’è pure un eterno problema della gens italica: come mangiare.

Deputato 1: “Ma stasera dove andiamo a mangiare?!”. Deputato 2: “Boh. La Buvette è chiusa, il ristorante è chiuso, tutti i nostri ristoranti della zona sono chiusi. A te a casa è rimasto qualcosa, ci facciamo ‘du’ spaghi’?!”. Deputato 1: “Seee, figurati! Per quelle poche volte che vengo a Roma, ti pare che riempio il frigo o la dispensa?! Sono entrambi vuoti. Siamo ridotti all’accattonaggio…”. Deputato 3: “Ho visto uno di Deliveroo ieri, mi sono fatto dare il numero, dice che ci portano a casa dei cibi precotti”. Deputato 1: “Mi giunge voce e notizia che la presidenza della Camera abbia pensato a noi. Ci arriveranno dei panini. Come a scuola o in colonia. Ci danno la ‘schiscietta’ (termine di dialetto milanese che indica il panino, ndr.). Deputato 2: “Fermi tutti, ragazzi! Ho parlato con Verdini!”. Deputato 1: “E mo’ che c. c’entra Verdini?!”. Deputato 2: “Ma che, non lo sai? Il figlio di Verdini, Tommaso, c’ha un ristorante qui dietro, il ‘Pa’ Station’! Il padre mi ha detto che consegnano cibi caldi e a domicilio! E’ fatta! Avemo svoltato. Stasera se magna’. E meno male che c’è Verdini e famiglia…”.

I severi e occhiuti controlli agli ingressi di Montecitorio

Facezie a parte, è davvero l’immagine di un “parlamentare accattone” – la definizione è del dem Enrico Borghi – e soprattutto molto disperato quella che ci si para davanti. Del resto, quando si arriva alla Camera, la scena è questa. Guanti e mascherine per (quasi) tutti. Bottigliette d’acqua e confezioni di Amuchina come se piovessero, a ogni angolo. Controllo della temperatura a ogni ingresso (i pochi ingressi aperti, peraltro, cioè il Portone principale e l’ingresso ‘8’). Lunghe file di deputati che fanno fatica persino loro, a entrare, a causa degli occhiuti controlli, e se ne lamentano.

“L’odio profondo” del deputato peone per i funzionari

Inoltre, pure i commessi sono presenti in numero limitato, mentre i funzionari – alcuni dagli stipendi faraonici (“Quelli guadagnano dieci volte quello che prendo io – sbotta un deputato dem – ma alla berlina finisco io, come Casta che non vuole lavorare, mai loro…” ed ha davvero ragione) – sono quasi tutti assenti come i dipendenti dei gruppi parlamentari che di solito animano il Transatlantico. Insomma, il concetto del parlamentare peone è: “Perché loro possono stare nelle loro comode case e io devo venire qui a prendermi qualche malattia e non posso votare da casa in modalità smartworking come fanno tutti i lavoratori?!” sbotta un deputato dem di lungo corso con i pochi cronisti.

Persino i giornalisti latitano (per fortuna che c’è l’Asp)

Infatti, persino i giornalisti sono presenti in pochissimi: innazitutto, entrano solo i soci Asp, cioè i membri dell’Associazione stampa parlamentare (i cui presidente, Marco Di Fonzo, e segretario, Adalberto Signore, vanno sempre eternamente ringraziati perché mettono in condizione ogni giorno noi tutti di lavorare), ma sono pochissimi quelli che, pur autorizzati, sono ‘fisicamente’ presenti: su 300 membri Asp, ne abbiamo visti due o tre tra cui gli impavidi Alfonso Raimo della Dire e Francesco Bongarrà dell’Ansa, Claudia Fusani (Tiscali) e Andrea Fabozzi (il manifesto), più pochi altri di agenzie e giornali. Tutti gli altri avranno seguito i lavori dell’Aula ‘da casa’, in smartworking anche perché così pretendono le loro aziende. Certo, c’è un discreto nugolo di video e cineoperatori che però vengono spediti tutti in Tribuna, a seguire i lavori dall’alto, ma senza poter entrare di sotto, nei locali abituali adibiti per le conferenze stampa e per le dichiarazioni, mentre fuori ne stazionano alcuni, ma pochi e dimessi, privi del consueto atteggiamento spavaldo e assai menefreghista, specie quando si accalcano tutti intorno al politico di turno.

I commessi, invece, sono nella abituale livrea ma tutti con mascherina e guanti: non perché l’occasione è speciale, ma perché questi sono gli obblighi, ai tempi del coronavirus, e commessi che, agli ingressi, fanno storie un po’ a tutti – deputati e giornalisti – severissimi nel controllare gli ingressi “perché queste sono le disposizioni dei Questori”.

Il collegio dei Questori ha fatto ‘terrorismo psicologico’

Il collegio dei Questori, infatti, ha predisposto norme rigide e invalicabili per chiunque entri dentro la Camera: guanti, mascherina, distanza di 1,80 in Aula e fuori dall’Aula. Inoltre, dentro l’Aula, ingressi scaglionati e che devono rispettare un sesto della composizione di ogni gruppo. Buvette chiusa, ristorante chiuso, servizi utili chiusi, Barberia e guardaroba, Emeroteca (la sala lettura) e ‘Corea’ (il luogo dove i parlamentari incontrano gli ospiti esterni: si chiama così perché è al riparo da occhi indiscreti) closed.

Buvette, ristorante, emeroteca, Corea: tutto chiuso…

A Montecitorio per i deputati ci sono bottigliette d'acqua e bicchieri monouso posti lungo su enormi due tavoli. A Palazzo Madama, invece, la sacralità del Transatlantico è rotta da due distributori automatici di bevande calde e (sic) merendine. A Montecitorio, unico palazzo della Camera rimasto aperto in questa fase di emergenza, la Posta e la Banca interna fanno orario ridotto, con tanto di protezioni in plexiglass agli sportelli postali. Spente tutte le postazioni informatiche dei deputati nel corridoio della ‘Corea’ come pure quelle dell’Emeroteca. In pratica, il deserto dei Tartari.

Closed: la Camera ricorda il ‘Deserto dei Tartari’

Oltre all’Aula e al giardino interno – il solo posto dove si può fumare perché anche il corridoio fumatori è chiuso - giusto i bagni della Camera sono ancora aperti - e per fortuna, dato che nel pieno centro di Roma, tranne che alla Camera, è impossibile fare i propri ‘bisogni’, se serve – come pure funzionano i servizi di vigilanza interna (nessun membro di forze di polizia può entrare nelle Camere) che esterna (assicurata da Carabinieri, Polizia, Esercito, etc.).

In compenso, tra aula e cortile fa un freddo cane…

Peraltro, considerando che anche a Roma fa un freddo cane, in Transatlantico fa più che ‘fresco’: le finestre sul Cortile d'onore restano tutte rigorosamente aperte per far circolare l'aria. E sarà anche “la prima misura di igiene che mi hanno insegnato all'Università”, come spiega Paolo Russo, medico e deputato di Forza Italia, ma la verità è che si gela e solo pochi temerari hanno il coraggio di uscire in cortile per fumarsi la sigaretta (o il sigaro, a volte) ‘del carcerato’…

Ieri il quorum non serviva, ma quando servirà che si fa?

Risultato, appena un centinaio i deputati – di ogni partito – presenti su un plenum che, in teoria, ne vorrebbe ben 630. Certo, il Parlamento torna in campo, ma a ranghi ridotti, troppo ridotti. Certo, non ci sono votazioni e dunque non serve il plenum (630 deputati e, al Senato, 320 senatori) e neppure il quorum (316 deputati e 161 senatori, la metà esatta dei componenti l’assemblea, altrimenti ogni voto e decisione presa non vale perché manca il ‘numero legale’), ma quando – cioè molto presto, dato che le Camere devono convertire i decreti legge come pure i dpcm che il governo sforna a getto continuo – il quorum servirà, cosa si farà? Lo vedremo più avanti, scorrendo le varie soluzioni in campo, ma certo è che i presidenti delle Camere, Fico e Casellati, ‘confortati’ dai pareri degli alti funzionari interni, vogliono andare avanti a lavorare come se non stia accadendo nulla.

La convocazione della Camera è stata un fallimento

Eppure, la prima convocazione ‘normale’ della Camera sulla base delle nuove regole di restrizione imposte dall’emergenza da Covid19 è stata un vero fallimento. Non a caso, come vedremo, si torna a parlare di ‘voto a distanza’ e altre modalità – alcune davvero originali ed estemporanee – per poter condurre i lavori parlamentari ‘in sicurezza’. Se ne è parlato, sempre ieri, anche al Senato, durante la conferenza dei capigruppo convocata dalla Presidenza.

Il diverbio nella capigruppo del Senato su come votare

Ma la conferenza dei capigruppo del Senato ieri si è conclusa con l'indisponibilità della Lega a rivedere la sua posizione sul calendario dei lavori per esaminare il dl Cura Italia (la Lega chiede che Conte riferisca ‘anche’ sul Mes, con voto sulle risoluzioni, proposta bocciata dalla maggioranza di governo, che riferirà domani solo sul Covid19). Quindi oggi l'Aula di palazzo Madama si riunirà in assemblea plenaria per la votazione come sempre avviene quando ‘non’ si è d’accordo sul calendario. Già, ma come farli votare, i senatori, dato che serve il numero legale? L’idea, escogitata dal solito genio del Male, Roberto Calderoli, prevede che i senatori saranno distribuiti in Aula, anche nella parte delle tribune riservate al pubblico, per mantenere le distanze previste dalla legge. 

“Voto in tribuna!”. Passa l’idea del ‘solito’ Calderoli… 

Insomma, per la prima volta nella loro storia, i senatori voteranno ‘dalla tribuna’ (“Voto in tribuna!” sarà lo slogan per parafrasare quello calcistico della “palla in tribuna!”). La cosa inizia a diventare ridicola, se non ne andasse di mezzo la dignità del Parlamento in un frangente così drammatico per il Paese come per le sue Istituzioni.

Ma c’è chi applaude alla decisione come Andrea Cangini (FI) che sostiene che “Far lavorare a pieno ritmo il Parlamento era una priorità non solo per ragioni simboliche, ma per rispetto di prerogative costituzionali non comprimibili. Qualcuno aveva ipotizzato una sorta di smart working, idea discutibile. Il senatore Quagliariello e il sottoscritto hanno proposto di spostare temporaneamente le Camere in locali consoni a prevenire il rischio di contagio (Cangini aveva proposto la Nuvola di Fuksas…, ndr.). La conferenza dei capigruppo Senato ha deciso di preservare la funzione di palazzo Madama dislocando i senatori anche nelle tribune. Va bene. l’importante è difendere la nostra funzione ed essere messi nelle condizioni di esercitare con ‘disciplina e onore’ il mandato ricevuto dai cittadini” spiega Cangini, ma è chiaro che, in quanto a soluzioni innovative, ormai si sta superando il limite del lecito e del consentito.   

La proposta del ‘voto a distanza’ di Ceccanti fa breccia dentro i 5Stelle: Brescia e Baldino (M5S) l’appoggiano

L’idea del ‘voto a distanza’, invece, battaglia personale che il deputato e costituzionalista dem, insieme ad altri del Pd (Fiano, Raciti, Borghi), sta portando avanti da settimane – con il parere favorevole di illustri costituzionalisti (Cassese, Clementi) e quello contrario di altri (Pertici) - è quella di ‘lavorare da casa’ come fanno, ogni giorno, tanti italiani.

L’idea, ora, ha preso piede anche dentro i 5Stelle, storici fan della democrazia diretta e del voto on-line su Rousseau. Ieri ne ha parlato in Aula il presidente della I commissione, Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, chiedendo così di “poter permettere a tutti i deputati di partecipare ai lavori”.

Baldino: “Il Parlamento Ue e le Cortes spagnole lo usano. In Estonia persino i cittadini votano da casa!”

Vittoria Baldino, pugnace deputata pentastellata e relatrice dello scorso dl MilleProroghe, la mette così, con Tiscali.it: “Capisco le resistenze di Fico e della struttura interna, ma già in manovra abbiamo stanziato un milione di euro per il ‘voto a distanza’ dei cittadini e, come I commissione, siamo andati fino in Estonia a studiarlo perché là già si fa così. Il Parlamento europeo oggi si riunirà e voterà ‘a distanza’. Le Cortes spagnole lo fanno e lo usano anche molti altri Stati. Non capisco perché solo da noi non si possa consentire. Segnalo anche che molti atti ufficiali, come parlamentari, li svolgiamo a distanza: poteri ispettivi, attività di ricerca, consultazione documenti, etc. con gli strumenti elettronici. La presenza fisica al voto, prevista dalla Costituzione, è aggirabile e le tecnologie permettono il voto in sicurezza. Per noi dei 5Stelle è una battaglia e la porteremo avanti sia in commissione, con Brescia, che con tutti gli altri gruppi”. Purtroppo, sul voto a distanza, oltre a Fico e Casellati, e a molti gruppi che lo osteggiano (Iv, Forza Italia, FdI, Lega) lo stesso Capo dello Stato ha fatto trapelare la sua contrarietà, sui giornali, intonando a esso il de profundis. L’altra idea – sostenuta con forza dal segretario d’Aula Borghi (Pd) - ma pure questa già scartata, dalla presidenza, era il voto di tutti i provvedimenti in esame in commissione (speciale o unica) nella sua cosiddetta sede ‘redigente’, cioè bypassando il voto in Aula su emendamenti e articoli, tranne che per il voto finale sul testo del provvedimento, ma anche questo è stato scartato. Ergo, si andrà avanti in modo ‘normale’, pur se nessuno ancora ha capito davvero come: forse con la semplice ‘chiama’ per appello nominale con i deputati distanziati di vari minuti l’uno dall’altro nel voto.

I gravosi compiti che attendono una Camera semi-vuota

Ma torniamo alla ‘vita’ della Camera dei Deputati, cioè a palazzo Montecitorio, che è tornato ad animarsi dopo due settimane di sostanziale inattività. Infatti, l’ultima ‘vera’ (si fa per dire) seduta è stata quella di due settimane fa, quando un Parlamento a ranghi ridotti (per accordo interno tra Fico e capigruppo erano presenti solo la metà dei deputati) ha votato, come è accaduto pure al Senato, lo scostamento dal pareggio di bilancio come è previsto dalla Costituzione. Una settimana fa, invece, il presidente della Camera, Roberto Fico, ha aperto e chiuso la seduta in un amen (meno di un quarto d’ora). Stessa scena al Senato, nelle settimane scorse. Camere, di fatto, ferme, chiuse, assenti. Anche il Senato è tornato a riunirsi tra ieri e oggi con la conferenza dei capigruppo per decidere sul calendario dei lavori e le modalità di accesso: e lì si giocherà una partita importante perché lì partirà l’iter del dl ‘Cura Italia’ (la manovra economica bis da 25 miliardi varata a marzo) mentre la Camera ha in scadenza e da votare altri decreti.

Sempre alla Camera, ieri si è tenuta, come pure al Senato, l’audizione del ministro all’Economia Roberto Gualtieri, sempre in merito al dl ‘Cura Italia’. Per il resto, niente. Camere ferme, chiuse, sprangate, e ormai da settimane. Tutti hanno paura di venirci, a Roma, dentro il Palazzo, per timore di finire contagiati da qualche collega o finire in quarantena, sia deputati che giornalisti, sia funzionari che commessi, sia dipendenti dei gruppi che addetti alle pulizie.  

Question time e informativa di Conte: i ‘segnali di vita’

Ieri, finalmente, ecco arrivare un ‘segnale di vita’ di quel Parlamento che molti, specie tra le fila dell’opposizione, dalla Lega a FdI, vorrebbero “aperto notte e giorno” perché, come dice Wanda Ferro (FdI) “noi dobbiamo prestare un servizio essenziale, siamo come i medici e gli infermieri”. Con calma, nel pomeriggio, nell’aula della Camera si svolgevano interrogazioni a vari ministri (il cd. ‘question time’), tra cui Bonafede e la Catalfo, e soprattutto c’era da seguire la presenza in Aula, poi per la ‘informativa urgente’ del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Le prime si sono svolte dalle 15 in poi, la seconda dalle 18 fino alle 20.

Il gentlmen agreement: un sesto di deputati ogni gruppo

Ad ascoltare Conte, che per la prima volta, da quando ci ha travolti tutti, parla alla Camera (e lo farà giovedì in Senato) dell'emergenza Coronavirus c’è dunque un Aula semi-piena – dicono gli ottimisti – o semi-vuota, per i pessimisti. I gruppi parlamentari si sono accordati tra loro, con un gentlemen agreement, a far sì che fosse presente, nell'emiciclo – e dunque anche in Transatlantico e dintorni - solo un sesto dei propri deputati in modo da garantire le distanze e ridurre al massimo la possibilità di contagio.

Per il question time – nonostante gli argomenti incendiari (le carceri per Bonafede, la scuola per la Catlafo) – in aula sono in pochissimi, quasi nessuno, per lo più sciamano tra il Transatlantico, il cortile (dove si può fumare) e i corridoi.

Vietati baci e strette di mano: ci si saluta ‘a distanza’

In Aula, invece, saranno in tutto in un centinaio (non di più) i deputati ad ascoltare Conte che parla dai banchi del governo, ma ben distanziato dai sette ministri presenti: nessuno di loro indossa mascherina e guanti che invece usano parecchi (quasi tutti) deputati e (tutti) i commessi. Per chi c'è, pur se con addosso guanti e mascherina distribuiti all'ingresso dell’Aula da un infermiere, è un ritrovarsi dopo un bel po’, quindi la ‘voglia’ di comunicare è tanta e il piacere di rincontrarsi dopo settimane anche. Tutti vogliono sapere anche di quelli dei partiti, in teoria, avversi: “come sta Zingaretti?” chiede premuroso un leghista. “Meglio, grazie”, risponde laconico un democrat. Insomma, l’umanità e la solidarietà tra colleghi straripa. Ma niente abbracci, baci, strette di mano e ‘toccatine’: tutti si salutano e si parlano mantenendo la ‘giusta distanza’.

Nei capannelli senza distinzioni di partito che si formano a debita distanza, sia in Transatlantico che in cortile, ci si racconta soprattutto di come sia stato complicato arrivare a Roma: di treni ed aerei ne viaggiano pochissimi e, per chi non ha casa in affitto nella Capitale - qualcuno si lamenta - è difficile, se non impossibile, trovare una stanza d'albergo.

Conte parla un’ora e incassa un solo applauso unanime

Conte parla per quasi un'ora e incassa un solo applauso unanime dai deputati seduti tutti a distanza di sicurezza tra loro: quando ricorda le vittime del virus. Alla fine, solo la sua maggioranza – formata da Pd-M5S-LeU-Iv (sempre scontenti e sempre sul chi vive, i renziani, specie sul fronte carceri e giustizia) gli batte le mani. L'opposizione, invece, scuote la testa, ed ascolta la lunga filippica di Guido Guidesi, il leghista di Codogno che è rimasto confinato per un mese e che racconta “l'inferno” della prima ‘zona rossa’: “Non ho ancora sentito un appello alla collaborazione della opposizione cui non si può solo chiedere di non fare polemiche”. Un altro leghista, Raffaello Volpi, presidente del Copasir, che pure è rimasto confinato vicino Bergamo, la prende con più filosofia: “Non so quando ne usciremo, ma ne usciremo tutti con le ossa rotte. Sono preoccupato, soprattutto per la nostra economia, a rischio di collasso, ma anche per i rapporti personali e familiari nelle nostre case”. Eh sì, perché – come geme un deputato democrat parlando con un suo collega pentastellato – qua mica aumentano le nascite, alla fine, ma aumentano i divorzi. Specie il mio”.