[Il retroscena] I gemelli diversi Calenda e Brunetta, diversi su tutto, ma uniti nel dire no agli accordi col M5s

Il ministro per lo Sviluppo Economico, appena iscritto al Pd, minaccia di dimettersi dal partito: "Se fanno un accordo coi Cinquestelle me ne vado. Grillo e Casaleggio non potrebbero gestire nemmeno una tabaccheria". L'economista azzurro sulla stessa linea, non risparmia critiche a Matteo Salvini: "Mettere sullo stesso piano Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio è una sciocchezza; il governo spetta al centrodestra". Romano uno e veneto l'altro, manager e economista, di centrosinistra e di centrodestra, non vogliono sedersi al tavolo coi pentastellati e potrebbero ritrovarsi in un governo "del presidente" delle larghe intese.

Brunetta e Calenda
Brunetta e Calenda

In comune non hanno praticamente nulla. Uno è di Venezia e il padre faceva l’ambulante, l’altro romano e i genitori sono (quasi) più noti di lui. Il primo di mestiere è professore universitario e fa politica già da un tot, l’altro è stato un manager e non si è voluto nemmeno candidare alle elezioni. Tra di loro non si stanno nemmeno simpatici e la cosa non desta scalpore considerato che uno è un dirigente di Forza Italia e l’altro un iscritto - semplice, ma certamente “di peso” - del Partito democratico. Eppure Renato Brunetta e Carlo Calenda sono perfettamente in linea su una cosa, entrambi sono disposti a - quasi - tutto, ma non a stringere accordi col Movimento 5 stelle. In questa delicata fase della politica dove tutti parlano - o dicono di voler parlare - con tutti, nella quale anche i duri e puri sono disposti a cambiare idea pur di conquistare uno strapuntino, l’ex capogruppo azzurro alla Camera dei deputati e il ministro per lo Sviluppo economico ancora in carica, sono invece nettissimi. Va bene tutto, dicono, ma gli accordi coi Cinquestelle no, loro non sono disposti a farne.

Cominciamo dall’ultimo.

Quarantacinque anni, stimatissimo da Luca Cordero di Montezemolo col quale ha lavorato a lungo e grazie al quale si era avvicinato alla (sfortunata) avventura di Scelta Civica, è figlio della regista Cristina Comencini e dell’economista Fabio Calenda, è stato vicinissimo a Matteo Renzi, che lo aveva voluto a Bruxelles a trattare con le autorità Ue e poi lo ha promosso al ministero che si occupa di crisi e di industrie dove - come gli è universalmente riconosciuto - si è mosso con polso e competenza. Alle Politiche ha deciso di non candidarsi in alcuna lista per mantenere quell’aura di “tecnico” grazie al quale ha scalato molte posizioni della Repubblica e spera forse di diventare il prossimo sindaco di Roma, ma, il giorno dopo il flop elettorale, è corso ad iscriversi al Pd “per dare un segnale”. Il segnale è stato apprezzatissimo, ma non è bastato ad evitare le dimissioni dell’ex segretario e l’inizio della travagliatissima successione che si intreccia con le trattative per la formazione di un governo. Bene, l’ex manager ieri ha rotto gli indugi ed è stato chiarissimo. Mentre Dario Franceschini apriva al dialogo proposto da Luigi Di Maio e Maurizio Martina prendeva atto “delle novità” e teneva aperto il “forno”, il ministro stimato in Confindustria, ha tirato giù la saracinesca: “I contenuti dell’accordo variano a seconda dei forni. E dunque valgono 0. L’obiettivo (dei Cinquestelle ndr.) è arrivare al Governo comunque e con chiunque per poi fare quello che diranno Grillo e Casaleggio. E io a Grillo e Casaleggio non farei gestire una tabaccheria”, ha scritto su Twitter, che è il modo che predilige per far sapere le sue idee.

Per Calenda, dunque, non esiste alcuna ipotesi di dialogo con il Movimento 5 stelle.  “Lascerò il Pd e mi dimetterò da iscritto in caso di alleanza coi Cinquestelle”, ha chiarito poco dopo, togliendo spazio ad alcuna ambiguità. Quello di Calenda potrebbe dunque essere il tesseramento più breve della storia al Pd e, forse, anche ad un partito in assoluto. Lo farà davvero? I suoi fedelissimi giurano di sì. Di certo c’è che il tavolo di Roberto Fico dovesse saltare e il Capo dello Stato dovesse mettere in piedi un “governo del presidente” sostenuto da tutti i partiti, lui avrebbe molte chance di essere riconfermato nel suo ruolo.

Brunetta

Renato Brunetta ha oltre venti anni in più, dal momento che quest’anno ne farà  68, e pure un curriculum accademico molto importante. Il padre era un venditore ambulante e lui, giovanissimo, grazie allo studio forsennato, è diventato docente di politica economica. Insieme a Silvio Berlusconi, che lo ha voluto come consigliere economico e poi ministro per la Pubblica amministrazione, è diventato uno dei volti più noti di Forza Italia. Capogruppo nella scorsa legislatura, annunciato come possibile ministro dell’Economia in caso di un governo di centrodestra alla vigilia del voto del 4 marzo,  è dal giorno delle urne in poi il più feroce tra gli oppositori - del suo partito almeno - ad ogni ipotesi di accordo tra forzisti e pentastellati. Quando l’asse Lega - Cinquestelle, ad inizio legislatura, stava facendo traballare la candidatura del suo amico-nemico Paolo Romani alla presidenza del Senato, l’economista si era infuriato: “Sono dei poveracci imbroglioni nullafacenti”, disse dei pentastellati. Ma Brunetta - nella quasi totale solitudine - non ha risparmiato nemmeno critiche a Matteo Salvini che continua a perseguire come strada principale per dare un governo al Paese quella dell’accordo tra centrodestra e M5s con Forza Italia “nascosta”, trattata come se fosse impresentabile. Ancora ieri quando il segretario della Lega ha criticato il Cavaliere “colpevole” di avere riservato parole dure ai pentastellati che non lo vogliono, che prova a difendersi come può, l’economista ha riservato parole dure a Salvini. “Forza Italia non ha mai messo veti su nessuno e più di tutti gli altri partiti vuole dare un governo al Paese. Noi di Forza Italia siamo stufi di veti incrociati che non rispettano il voto degli italiani, come quello del Movimento 5 stelle nei confronti di Berlusconi e del nostro partito ma anche come il veto nei confronti del Partito Democratico”, ha scritto in un lungo post su Facebook.

A Salvini che bollava come “stupidaggini” le parole dell’ex presidente del consiglio che parlava del partito di Luigi Di Maio come di una formazione antidemocratica e invitava lui e il leader di Fi a smetterla con gli “insulti” a vicenda,  Brunetta ha risposto senza paura che si è trattato di una “sciocchezza”. Scrive l’ex ministro: “Non è possibile mettere sullo stesso piano gli insulti: questo è fuori dalla realtà e fuori dalla Storia. E per quanto riguarda le sciocchezze, che dire a proposito delle passeggiate su Roma alla vigilia del 25 aprile? E’ proprio vero, a volte è meglio tacere”. Il segretario della Lega aveva minacciato di voler fare una marcetta su Roma qualora M5s e Pd avessero fatto un governo insieme. “Il voto degli italiani si rispetta innanzitutto non mettendo veti, lo ribadiamo, ma cercando la strada per dare al centrodestra che ha vinto le elezioni tutti i voti che mancano per governare”, ha concluso Brunetta. Via i Cinquestelle, allora. Chi resterebbe? Forza Italia e il Pd. Chissà mai che i due “gemelli diversi” Calenda e Brunetta si ritrovino al governo insieme, dalla stessa parte.