[Il caso] Pd, buona la “prima” per Zingaretti. Tregua delle minoranze fino alle Europee. Analizzando le mosse del leader

Gentiloni presidente. Il nuovo segretario parla per 80 minuti di tutto e a tutti, da Gramsci a Moro passando per Greta. “Giustizia sociale al centro”, Lega e 5 Stelle “spregiudicati imbonitori”. Il nodo delle alleanze: “Saremo inclusivi ed empatici, da Tsipras a Macron”. Calenda, presente all’assemblea, entra in Direzione. Il renzismo nelle mani dei 119 della mozione Giachetti. E in quello della componente Lotti-Guerini che si è già staccata da Martina. Eletta la direzione

Buona la “prima” per Zingaretti
Buona la “prima” per Zingaretti

Mettiamola così: di questi tempi un segretario che mostra passione e cuore e tutta la fatica del ruolo sudando letteralmente “sette camicie”, può avere un importante valore aggiunto. Può anche far dire, persino ai più scettici: ma sì, dai, rimboccarsi le maniche e dare tutti un mano. Il nuovo segretario del Pd ha parlato per circa 80 minuti ieri mattina all’assemblea riunita nella sala congressi dell’hotel Ergife piena come non si vedeva da un anno, i mille delegati, tutti quelli aventi diritto, più ospiti, invitati e un centinaio tra giornalisti e fotografi. Una “prima” senza apprensione per Nicola Zingaretti dove anche le minoranze più o meno renziane sembrano voler garantire un’apertura di credito al nuovo leader. Almeno fino a giugno, dopo le due prove elettorali, europee e amministrative. 

Da Gramsci a Moro, passando per Greta

Il nuovo segretario ha detto veramente di tutto attento a non scontentare nessuno, ha disegnato un Pantheon che va Gramsci a Aldo Moro passando per Greta Thunberg e un quadro di alleanze che va “da Tsipras a Macron”. E’ proprio un campo così largo da risultare indefinito e quindi sfuggente, a lasciare scettica e perplessa una larga fetta dei presenti. Ma una cosa è stata chiara ieri all’Ergife: fino alle Europee vietato sparare sulla diligenza, mettere da parte dubbi e distinguo, concentrarsi sull’obiettivo. Che Zingaretti ha indicato in modo molto chiaro e netto: “Dobbiamo raggiungere e battere il Movimento 5 Stelle come già è successo in Sardegna e in Abruzzo. Possiamo farlo, nella loro base ci sono vari segnali di ripensamento e il 3 marzo alle primarie molte persone si sono messe in fila per una speranza. Pancia a terra e lavoriamo tutti per questo”. Per le Europee, per la regionali in Piemonte e per il turno di giugno quando andranno al voto 3.841 comuni. Il Pd del nuovo segretario Nicola Zingaretti procede per obiettivi. Una cosa alla volta. 

Il “nuovo-vecchio” Pd

Il “nuovo Pd” di Nicola Zingaretti ricomincia domenica 17 marzo, alle 11 all’hotel Ergife di Roma. Ricomincia da Zingaretti che ha i numeri per controllare assemblea (circa 650 membri) e segreteria ma non i gruppi parlamentari ancora di fede più o meno renziana (al momento almeno, poi si sa che la politica è fatta di momenti che passano). Può contare su 69 applausi, di cui 32 prolungati e 5 standing ovation, compresa quella iniziale e finale. Ricomincia, soprattutto, da Paolo Gentiloni, eletto presidente con il cartoncino verde di tutti i presenti tranne il gruppo della mozione Giachetti, 119 seduti quasi tutti insieme nello spicchio centrale della sala. E da Luigi Zanda, chiamato a curare le non troppo floride casse del Pd. “Qui deve cambiare tutto, cultura politica e organizzazione, persino lo Statuto” ha spiegato Zingaretti. Nella prima fila della sala i nuovi vincitori: oltre a Gentiloni e Zanda, Dario Franceschini, Andrea Orlando, Pinotti, Piero Fassino, Marianna Madia. Che poi erano al governo prima con Renzi e poi con Gentiloni. Ma, appunto, momenti che passano.   

“Partito plurale e inclusivo”

Un anno dopo la disfatta delle politiche del 4 marzo 2018, l’atteso e a lungo invocato cambiamento del Pd è dunque arrivato con il volto di Nicola Zingaretti. “Dobbiamo costruire un partito aperto, plurale, inclusivo, più empatico” ha detto “con il Noi al posto dell’Io” e la promessa di “riportare al centro la giustizia sociale, di occuparsi del dramma della povertà provocata negli ultimi 20 anni da un becero liberismo”. Partecipazione, ascolto dei territori, ecologismo coniugato allo sviluppo, lavoro al primo posto, welfare, scuola: sono tra i punti del programma su cui il nuovo segretario vuole investire di più.  

A testa bassa contro Lega e 5 Stelle

Gli applausi, quelli veri,  con standing ovation, sono arrivati quando Zingaretti ha attaccato il governo delle “nuove destre” e di questi “spregiudicati imbonitori” che stanno “facendo diventare l’Italia un’Italietta” perchè “non si governa con i Ni e l’immobilismo”. La Lega è “responsabile del crollo del Pil” e i 5 Stelle della “svendita del sud”. Mani spellate quando ha messo nel mirino il congresso mondiale sulla famiglia a Verona (29-31 marzo) e chi vorrebbe “tenere le donne a casa a fare figli” anziché preoccuparsi di avere uno stato sociale che aiuta le donne, madri che lavorano.

Gli applausi sono stati carenti, invece, quando Zingaretti ha affrontato il tema delle prossime elezioni europee e quello delle alleanze. Diciamo subito che in 80 minuti di intervento mai in alcuno modo il segretario è sembrato schiudere uno spiraglio di qualche tipo ad alleanze con i 5 Stelle. Sicuramente punta a riconquistare, che non vuol dire fare alleanze, parte di quei 2-3 milioni di voti che sono andati al Movimento. Il riferimento che il segretario ha voluto dare va “da Tsipras a Macron”, dalla sinistra estrema al centro progressista e riformista.  Ma in Europa non c’è dubbio alcuno che il Pd “abbia la sua casa nel Pse”. E qui i conti, anche in platea, non sono più tornati. 

I 119 di Anna e Roberto

La “prima” di Zingaretti è stata anche - o soprattutto - il termometro per misurare cosa resta del renzismo in questa assemblea che è stata fino a non troppo tempo fa convintamente renziana. Il testimone del renzismo è in mano alla mozione Giachetti-Ascani. I 119, per una buona metà facce nuove e giovani, con Nobili e Scalfarotto come alfieri, si sono astenuti rispetto a Gentiloni e Zanda. E hanno subito chiarito la loro posizione. “Buon lavoro sul serio - ha detto Giachetti dal palco - saremo una minoranza leale a differenza di quelle che ci hanno preceduto: non spareremo sulla diligenza”. I punti di richiamo sono soprattutto sulle alleanze. “Bene allargare, ma anche al centro perchè a sinistra ci sono quelli che hanno determinato quello che è successo”. Un filo di sarcasmo sul ritorno del Pd da Leu di Elisa Simoni perchè “non devono tornare quelli che hanno fatto la guerra, deciso una scissione e brindato la sera del 4 dicembre”, la sera della sconfitta al referendum. E sui nuovi volti del nuovo Pd: “Mi ha colpito il continuo riferimento a temi come la povertà, la crescita, il dolore, il Noi, come se non fossero stati al centro dell’azione dei precedenti governo. Se hai dubbi, Nicola, chiedilo a chi ti sostiene oggi ed era anche al governo con Renzi”. E sulle alleanze: “Calenda è già nel Pd (sarà in sala tutta la mattina, nella parte sinistra, e per il leader di “Siamo europei” è già pronta la casella di capolista per le europee, ndr) e non può essere un alleato. Dunque chi sono gli altri?”. La domanda sarà evasa nei prossimi mesi e settimane. 

Indizi sulle alleanze

Intanto arriva qualche indizio. Ieri sono stati eletti i 200 membri della Direzione. 130 sono in quota Zingaretti e tra i nominati direttamente dal segretario ci sono Calenda, Maria Pia Pizzolante e Marco Furfaro, entrami indicati da Smeriglio, vice di Zingaretti in Regione, ex Sel. Sono questi gli indizi di cui i renziani, custodi del riformismo e del No ai 5 Stelle (“diremo No a qualsiasi ipotesi di voto in sostengo al reddito di cittadinanza” ha chiarito Giachetti), prendono nota in attesa di valutare poi dove sta andando questo “nuovo Pd”. Analogo problema di alleanze c’è in Europa. “Con chi andrà il Pd? Con il Pse, che non sta dando buone prestazioni in tutta Europa, o con Alde e Macron? Con chi facciamo fronte  contro i populisti?” ha chiesto Giachetti. Da segnalare che la mozione Martina si è già scissa e il gruppo Lotti-Guerini, due renziani moderati, si è costituito come componente autonoma portando in direzione 32 eletti contro i 27 rimasti a Martina. Sommati ai 16 di Giachetti, in direzione, che è l’organismo dove si fanno i giochi, formano un gruppo di 48 persone, cioè un quarto del totale, che se non possono essere definiti renziani doc, saranno certamente i controller più attenti dell’azione di Zingaretti. 

Il tweet di Renzi

Matteo Renzi è dovuto restare in famiglia a Firenze. “Motivi personali” si è scusato scrivendo un tweet a Zingaretti. “Avanti tutta e buon lavoro”. Per gli osservatori delle politica presenti ieri in sala, non ci sono dubbi: “Il renzismo è finito per sempre”. Walter Verini, ad esempio, veltroniano doc: “E’ tornato in campo un partito, finalmente, che non c’era più. Ed è un partito con vocazione maggioritaria e che parla a tutta la società”. L’ex premier e segretario è stato evocato quattro volte in tutto. Una volta da Zingaretti che lo ha ringraziato per “averci portato nel Pse”. Le altre da Giachetti. Ignorato nominalmente ma sempre al centro del confronto. 

Il Presidente e le due vice

Gentiloni, ad esempio, ha riservato a Renzi una stoccata: “A me piace un partito con posizioni e idee diverse ma non si fa un partito per mettere in evidenza differenze personali”. E’ l’eccesso di personalizzazione la colpa che ancora gli rinfacciano di più. “Nessuna abiura del passato e sia chiaro che questa non è un’assemblea di reduci o scampati al naufragio. Qui dobbiamo essere tutti consapevoli di un nuovo inizio, di nuove alleanze e di una nuova visione della società”.  Le parole più belle perchè originali le ha trovate Matteo Ricci, il sindaco di Pesaro ed ex, a questo punto, vice presidente. Il nuovo partito dovrebbe ripartire da quattro parole chiave: “Abbracciare, accelerare, respirare e il valor della gavetta”. Per dare “prova” dell’inclusività, sono state nominate vicepresidenti due giovani donne, entrambe delle minoranze,  Anna Ascani e Debora Serracchiani necessarie anche per abbassare un po’ l’età dello stato maggiore. Sarà una donna - Paola De Micheli in pole - anche la vice di Zingaretti. 

 Il Pd a rito romano…

Se gli interventi dal palco hanno segnato la linea, la verità è emersa soprattutto in sala. Sui nuovi vertici dove “le donne sono sempre solo vice”. E poi su un eccesso di centralismo romano. “E vabbè - sottolineavano un paio di delegati dell’Emilia Romagna - dove sarà poi tutta la novità? Alla fine quelli del rito romano hanno scalzato e preso il posto di quelli di rito fiorentino. Un po’ eccessivo avere segretario e presidente entrambi romani”. A dir la verità, Renzi nel 2014 nominò Cuperlo presidente del partito. Poi andò come andò. Un delegato lombardo e una del Trentino hanno invece ragionato sui temi: “Se ci schiacciamo sull’immigrazione siamo rovinati, non può essere tra i nostri temi-guida. Noi dobbiamo puntare su sviluppo e riforme contro il governo del Ni e dell’immobilismo”.  E’ chiaro che nel “campo largo” di Zingaretti l’immigrazione sarà un problema. Come tieni insieme Minniti e Maiorino? “Attenzione, Zingaretti ha parlato di coordinamento dei gruppi parlamentari di centrosinistra” ha messo in guardia Ivan Scalfarotto, anche lui in direzione per la mozione Giachetti. “Il punto è questo: perchè dobbiamo voltare pagina quando io, noi, vogliamo invece continuare a scrivere quella pagina?”. Quella del riformismo del Pd di Matteo Renzi. Il riequilibro generazionale e l'apertura agli sconfitti del congresso sono affidati alle vice presidenti Anna Ascani, 31 anni, e Debora Serracchiani, 48.