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Un boomerang di nome Albania. Magi-Meloni, fuoriprogramma con insulti

La premier è andata in vista nei due centri immigrati che dovevano essere pronti già da un paio di settimane. Tutto rinviato al primo agosto. Il processo di Rama alla stampa italiana. Il j’accuse di Meloni. Fino alla polizia albanese che mette le mani addosso a Magi. E Meloni: “Cosa non si fa per superare il 4%”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
(Ansa)
(Ansa)

Con un effetto speciale al giorno, alla fine la premier-candidata rischia di farsi male. Si chiama effetto-boomerang. E’ successo ieri in Albania dove è andata per visitare i cantieri dei due centri per immigrati - un hot spot e un cpr - che sono il cuore del patto anti immigrazione Italia-Albania. Una novità assoluta - cessione ad un paese extra Ue ma vicino e amico e giudicato “sicuro” - della gestione di circa 3000 immigrati illegali all’anno. una novità che ha fatto molto discutere, attaccata dalle opposizioni, giudicata “positiva e interessante” da Ursula von der Leyen, costo economico totale 850 milioni (compresivi di  costruzione e gestione dei due centri per almeno cinque anni) e, soprattutto, prevista in consegna ed operativa a fine aprile e pronta, quindi, per fare l’ultimo mese di campagna elettorale. Giustappunto. Il problema è che la campagna elettorale è finita ma i due centri no e il lancio dell’operazione Albania è stato rinviato al primo agosto. Ieri la premier è andata  Shengijn e Djere per vedere a che punto sono i lavori. Doveva comunque essere, d’accordo con il premier albanese Edi Rama,  il giorno dell’orgoglio albanese (di Rama) e del riscatto italiano (di Meloni).

Magi fermato e strattonato

E’ finita con un parlamentare dell’opposizione - Riccardo Magi - preso di peso, strattonato e trattenuto per la camicia come un poco di che da alcuni signori dai metodi molto spicci che si sono spacciati per scorta personale del premier Rama. Ed è finita con Giorgia Meloni che spiegava ai body guard di “lasciarlo” - leave him leave him - perché è un deputato italiano.  Grazie Presidente. Salvo poi dire a Magi, davanti a tutte le telecamere presenti, “ti capisco, non sai quanto, ho fatto anch’io tanto opposizione e so cosa vuol dire lottare per superare il 4%”.   Ognuno può giudicare come vuole e come crede. Il sospetto che sia un modo di fare da bulla, poco confacente ad un presidente del Consiglio, è più che fondato. Un premier, per quanto nella doppia veste del candidato (che sta provocando molti  pasticci e fraintendimenti), si sarebbe preoccupata dell’incolumità del deputato e l’avrebbe chiusa lì. La candidata è scesa di macchina e ha fatto la piazzata a favor di telecamere.

Nella sequenza decisa a tavolino di un paio di effetti speciali a settimana nelle ultime tre settimane, lo scivolone è arrivato sull’immigrazione, non a caso, il dossier da sempre più difficile e dove si sono fatti male quasi tutti i premier che hanno voluto metterlo al centro della loro azione politica e della campagna elettorale.  Era andata bene tre settimane fa sul piano salva-casa (dove comunque il merito se l’è preso per lo più Salvini). C’è stata tensione con il Colle per la riforma della magistratura spacciata per riforma della giustizia. E’ andata malissimo martedì con il decreto taglia code nella sanità, una serie di norme interessanti sulla carta per capire perchè servono un anno per una tac o una mammografia. Peccato che queste norme non affrontino il tema dei 35 mila medici mancanti e dei 45 mila infermieri che non si trovano.

Scivolata sull’immmigrazione

Sapendo di non poter usare il centro in Albania per dimostrare il cambio di marcia sugli sbarchi (sa bene che gli sbarchi calati del 60% rispetto ai primi sei mesi del ’23 sono una cifra facilmente  confutabile), la premier-candidata s’è improvvisata sbirro. E martedì mattina, nel consiglio dei ministri dedicato alla sanità, ha fatto una lunga informativa dedicata all’immigrazione. S’è accorta Meloni che il decreto flussi non funziona perchè “gruppi criminali sono riusciti ad inserirsi nel meccanismo dell’incrocio della domanda e dell’offerta”. Tutta colpa della Bossi-Fini che quindi “va rifatta”. Nel frattempo Meloni è andata alla procura nazionale antimafia e ha consegnato al procuratore Melillo un corposo dossier. Allora: che il decreto flussi non funzioni è noto da anni; che ci siano infiltrazioni criminali lo dicono le numerose  inchiesta di varie procure; che la Bossi-Fini si basi su una palese assurdità come quella che il datore di lavoro assume lo straniero senza nei fatti conoscerlo, anche questo è noto da sempre e da sempre non funziona. Così come dovrebbe essere noto a palazzo Chigi che ci sono già numerose inchieste aperte nelle varie procure e che il procuratore Melillo non può avviare indagini ma solo coordinare quelle che già esistono.  Insomma, un vasto programma elettorale che però alla fine ha sortito poco o nulla per non dire peggio. Come minimo è stata messa a nudo la natura propagandistica di molti degli ultimi provvedimenti decisi dal governo nell’ultimo mese. E non è un caso che l’effetto boomerang alla fine sia arrivato su Sanità e immigrazione, temi così delicati e popolari.

Il sopralluogo

Ma veniamo al racconto della giornata di ieri. L’agenda ieri prevedeva la vista in Albania ai due centri immigrati, quello sul mare di Shengjin e quello all’interno di Gjader.  Il memorandum Italia-Albania fu firmato il 6 novembre.   Solo qualche settimana fa le opposizioni -Pd e Avs- erano arrivate nei centri denunciando i ritardi e lo spreco di danaro pubblico per un’operazione inutile e umiliante per i migranti. Meloni non ha digerito l’attacco ed era convinta di andare là, con ministro Piantedosi e premier Rama al suo fianco, pr passare al contrattacco. Prima è andata a Gjader, nell’interno dove c’è la situazione più complicata nel senso che non c’è ancora neppure l’ombra del Cpr ed è ancora in corso la bonifica del terreno che mostra evidenti segni di instabilità. Non ci sono giornalisti nè telecamere al seguito. Non che sia vietato. Però se uno va lì, non fa in tempo a tornare a Shengji per la conferenza stampa.   Qui al porto, invece, è sorto l’hot spot: quattromila metri quadrati chiusi in un angolo del porto (grazioso ormeggio di pescherecci su acque blu) dove è bastato assemblare i container, fare degli allacci, montare le barriere antievasione (alte quattro metri) e consegnare la struttura all’Italia. Ebbene sì: entrambi i centri sono a sovranità italiana, dipendono da noi e dalla nostra polizia. Subito fuori, è tutta competenza albanese.

La performance di Rama

Il punto stampa inizia poco dopo le 13. Tra i giornalisti c’è anche il deputato di + Europa e motore della lista Stati Uniti d’Europa Riccardo Magi. Molti lo notano, i giornalisti ci parlano, del resto siamo in territorio italiano e un parlamentare può avere accesso come e quando vuole. Il primo a parlare è Edi Rama. E deve esser stata una scena studiata a lungo. Il premier albanese, abito nero con tshirt nera al posto della camicia, è partito con un’arringa melodrammatica in difesa del popolo albanese all’attacco della stampa italiana.  Rama si è difeso con rabbia e con la voce quasi rotta dal pianto  dalla pioggia di accuse che gli sono cadute addosso. “Avete scritto che l’Albania è un paese di mafiosi e narcotrafficanti. Non è vero, informatevi presso la nostra procura antimafia, invece di scrivere cose senza averle verificate. Abbiamo dei gruppi criminali ma nulla a che fare con cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita”. Una “grande" scena davanti a giornalisti e telecamera con la premier che lo guarda compiaciuta. Specie quando Rama dice: “Tutto questo per attaccare il protocollo sull’immigrazione. E il governo della cara amica Giorgia. Allora sappiate che l’Albania è molto contenta di aiutare l’Italia, che siamo molto più europei noi che non la Ue perché sappiamo le tragedie che accadono in mare”. Detto ciò, conclude Rama, “sappiate che se ci saranno errori nella realizzazione di questo protocollo, saranno fatti con il cuore”. Grande scena melodrammatica. Al netto del fatto che questo attacco congiunto sulla stampa che ha solo raccontato la verità - il centro non è pronto e non può funzionare nei tempi previsti - è veramente una pessima abitudine, fino a questo momento è filato tutto via liscio.

Anche Meloni all’attacco

Poi prende la parola Meloni. Rinnova a più riprese ‘"solidarietà e vicinanza” per gli attacchi subiti da quando hanno deciso di offrire aiuto. “E’ stato dipinto un narco-Stato controllato dalla criminalità ma è un racconto che non torna. Penso che la vera ragione non sia attaccare il governo albanese bensì quello italiano”. E il vittimismo anche stavolta è servito. Pazienza per il ritardo, ammette Meloni, ‘"un obiettivo del genere, un modello che ha un respiro europeo tanto che sarò copiato dal resto di Europa,  val bene due mesi di ritardo”.  Nel punto stampa la premier-candidata bacchetta le opposizioni rimproverandole di aver prima gridato allo scandalo per poi sentenziare sui ritardi. “Questa non sarò mai una Guantanamo” dice avevo riconosciuto in sala Riccardo Magi che ha già dichiarato attaccando l’ “hot spot elettorale, la passerella che ci costa 800 milioni, soldi buttati di cui avrebbe bisogno la sanità”. Meloni, invece, snocciola i numeri che, a suo dire, permetteranno addirittura risparmi (136 mln a regime) per le casse dello Stato: il costo per le due strutture ammonterà a “134 milioni l’anno”, che si traducono in ‘"670 milioni” per i 5 anni previsti dall'intesa. In più ci sono i lavori di ingegneria e costruzione. Tutti a carico del genio civile  italiano.

Un altro spot elettorale

Due sole le domande concesse ai giornalisti giunti fin lì. “Sa quali sono le risorse che si potevano spendere in sanità e che non sono servite a risolvere un problema? - chiede polemica - I 17 miliardi di euro che sono andati nelle truffe del Superbonus. Soldi tolti ai malati per darli a dei truffatori”. Così come rifiuta l’accusa che la sua presenza lì sia solo un passerella elettorale. “Non posso ceto smettere di governare perché c’è la campagna elettorale”. Vietato controbattere. Come sempre. All’uscita l’aspetta Magi che munito di cartello cerca di bloccare la delegazione italiane e anche albanese. Viene bloccato, preso di peso, strattonato. Quello che abbiamo già raccontato, compresa la camicia ad un certo punto sporca di sangue. E poi velenosa, “la capisco Magi, ho fatto un sacco di campagne elettorali in cui non sapevo se avrei superato la soglia di sbarramento, le sono totalmente solidale, le do una mano volentieri…”. Magi replica: “Se accade questo a me, figurarsi cosa accade a qui poveri Cristi che saranno portati qui”. Oggi è previsto un altro spot elettorale. Alle 11 in un’apposita conferenza stampa sarà annunciata la nuova card famiglia “Dedicata a te”. Più soldi e paniere più allargato per famiglie con Isee bassi.  Poi domani, finalmente, la campagna elettorale sarà finita.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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