[Il commento] Di Maio vede un nuovo boom economico ma gli sfugge un particolare

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico parla di “nuovo miracolo italiano” mentre l’Istat c’inchioda con un crollo del 2,6 della produzione industriale. Non andava così male dal 2012. La comunicazione 5 Stelle parla di “disguido nei tempi”

[Il commento] Di Maio vede un nuovo boom economico ma gli sfugge un particolare

Boom economico, ovverosia – definiscono i dizionari  – “quel periodo della storia d'Italia, compreso tra gli anni 50 e sessanta del XX secolo, appartenente dunque al secondo dopoguerra italiano ovvero ai primi decenni della Prima Repubblica e caratterizzato da una forte crescita economica e sviluppo tecnologico dopo l'iniziale fase di ricostruzione”.

L’unica scusante è che il ghost writer, chi  scrive gli interventi istituzionali, non si sia reso conto che ieri mattina sarebbe stato il giorno del verdetto Istat, sempre un momento della verità per tutti i governi, figuriamoci quando tira aria di crisi. L’unico possibile alibi è questo. Perché altrimenti non esiste mezzo valido motivo per cui ieri mattina, poco prima delle 13, di fronte alla platea competente degli Stati generali dei consulenti del lavoro, il ministro uno e trino (vicepremier, Lavoro e Mise) Luigi Di Maio abbia spiegato che l’Italia è “alla vigilia di un nuovo boom economico, come negli anni sessanta”.  Una “vigilia” caratterizzata, per l’appunto, dal crollo verticale della produzione industriale. Un calo del 2,6 per cento anno su anno, tra il 2018 e il 2017. Mai così male dal 2012. Quanto meno ardimentoso immaginare, con questi dati, “un nuovo boom economico”. 

Istat, una doccia gelata

Momento difficile per il vicepremier e capo politico 5 Stelle. Dall’inizio della settimana non ne ha azzeccata mezza, ha fatto un buco nell’acqua con i Gilet Gialli (hanno detto no grazie, nessun cappello politico), fatica a trovare alleanze in Europa, in casa non va meglio, né con l’alleato di governo né con Beppe Grillo diventato all’improvviso un Si Vax e cultore della scienza. Dunque lecito pensare che ieri, appunto, la colpa sia di qualche giovane e sprovveduto uomo della comunicazione. Verso le 10, infatti (l’orario, per giustificare Di Maio, è importante) arrivano i dati della produzione industriale, del trimestre e dell’anno. Come da calendario. C’era il timore di una frenata. Ma quella che segue è un’inchiodata: -1,6% rispetto a ottobre, - 2,6% il tendenziale su base annua.  Il bollettino di accompagno parla di “un quadro di complessiva debolezza dei livelli di attività industriale nel corso del 2018”. L'indice “destagionalizzato” mensile mostra un aumento congiunturale solo nel comparto dell'energia (+1,0%). Tutto il resto porta il segno meno: beni intermedi (-2,4%), beni strumentali (-1,7%) , beni di consumo (-0,9%). Ancora peggio fa il settore auto la cui produzione sempre a novembre è diminuita del 19,4% rispetto al novembre 2017, il calo maggiore da ottobre 2012. Rispetto a ottobre 2018 il dato è in calo dell'8,6%. 

“Le nuove autostrade”

Un paio d’ore più tardi, dopo mezzogiorno, davanti alla platea degli Stati generali dei consulenti del lavoro, il vicepremier penstastellato prende la parola, legge il suo intervento e immagina, invece, di “essere all’alba di un nuovo boom economico. Come, negli anni Sessanta, abbiamo costruito le autostrade, possiamo oggi costruire autostrade digitali. Dobbiamo puntare su queste nuove opportunità di lavoro”. Negli anni sessanta, cresceva tutto, import, export, nascevano i triangoli industriali e i grandi poli dell’industria pesante, cresceva la popolazione e la mano d’opera e i consumi per la cultura e il tempo libero. Tra il 1952 e il 1960  i redditi da lavoro dipendente erano passati da 4.503 a 8.977 miliardi di lire. Era la “Nostra Italia del miracolo” così ben raccontata da Camilla Cederna: si costruivano case e strade; s’imponeva il Made in Italy e Dante Giocosa progettava la Fiat 500 e la 600. 

Ora, tutto questo sarebbe meraviglioso anche solo poterlo immaginare. Ma la stessa platea dei consulenti del lavoro ieri ha ascoltato il ministro considerando inopportuna, rispetto al contesto attuale, persino l’iperbole da propaganda. Nessun riferimento, ad esempio, ai dati di un paio di giorni prima in base ai quali la disoccupazione a novembre è scesa a 10,5% (10,6% in ottobre ma in un contesto di assottigliamento delle forze lavoro (-29 mila unità, dopo l’aumento registrato nei due mesi precedenti). Il calo della disoccupazione è dovuto dunque all’aumento degli inattivi, in salita di +26 mila unità dopo i cali di settembre e ottobre. Insomma, dati da cui è difficile immaginare un nuovo boom economico.

“Surreale”

Ben più cauti nei commenti sono stati il premier Conte e l’altro vicepremier Salvini. “Temevo un dato negativo perché ho visto i dati negativi negli altri Paesi e per questo abbiamo lavorato per una manovra che siamo sicuri aiuterà la crescita” ha detto il Professore (che sempre più spesso usa la prima persona). “Se arriva la crisi e la recessione siamo tranquilli perché noi andiamo a mettere soldi nelle tasche degli italiani” ha fatto eco il leader della Lega. Considerazioni possibili, probabili, dove la inevitabile propaganda non fa a cazzotti con la realtà. Ma la frase cult della giornata è quella di Di Maio. Con cui le opposizioni sono andate a nozze. “Torna con i piedi in terra” ha suggerito la capogruppo di Forza Italia Maristella Gelmini.”Forse Di Maio pensa di essere uno dei ministri di Trump?” la domanda sarcastica della vicepresidente della Camera Mara Carfagna. Un “esperto” senior e rispettato come l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd) mette in fila i report dell’Istat. “In questo contesto – ha detto – appaiono surreali le parole pronunciate da Di Maio, ovvero da colui che si è assunto il compito di guidare il ministero dello Sviluppo economico. Ormai è netta e allarmante la sconnessione tra gli obiettivi di crescita sbandierati dal governo e le tendenze reali dell’economia”. Per  Matteo Renzi - in una lunga diretta Facebook in cui spazia dalla crisi siriana (“interrogazione a Moavero”) al caso Carige (“Conte venga a spiegare in aula, il Pd spero vot il decreto”) passando per la difesa di Baglioni e l’invito ai giovani di “conoscere” De Andrè - “il dramma è che questo governo sta facendo di tutto per non risolvere il problema degli italiani. Quando la produzione industriale crolla del 2,6%, questo è il problema che abbiamo davanti a noi, non tanto o non solo le divise Salvini. Sta per piovere e il governo non prende l'ombrello”.

Il “malinteso” e la narrazione

In ambienti pentastellati si parla di “malinteso” e “polemiche assurde”. Quello di Di Maio è stato “l’auspicio e il progetto che hanno valore in sè” ed è chiaro che la congiuntura con i report dell’Istat ha “mistificato il senso di quello che si voleva dire”. Che è stato poi ampiamente corretto dallo stesso staff comunicazione dei gruppi parlamentari che hanno diffuso post sui social e sono andati in tv a spiegare nuovamente cosa c’è nella Manovra. Per cui grazie al governo che “ha già avviato politiche espansive consapevole della difficoltà  generale in tutti i principali paesi europei”. Benvenuta legge di bilancio che “aumenta gli investimenti, tagliale tasse alle imprese, scommette sulla formazione digitale e sulle nuove tecnologie”.  Nessun riferimento, però, a boom economici e neppure paragoni tra la costruzione dell’autostrada del Sole, simbolo del boom italiano negli anni sessanta, e  le autostrade digitali. Da cui si sono tenuti alla larga anche Conte e Salvini.

Qualcosa di buono

Al netto dei “malintesi lessicali”, i dati economici e finanziari di questi giorni non sono tutti negativi. Le aste dei titoli di Stato stanno andando bene, ieri sono stati venduti 6,5 miliardi e i rendimenti sono i forte calo. Così era andata anche nell’asta di inizio settimana. Le borse europee, benché i dati negativi della produzione riguardino tutti (Spagna, Francia con la Germania maglia nera  a –1,9) hanno tenuto, Milano compresa. Segnali buoni, significa che c’è “un po’ di fiducia” nel sistema Italia. Gli occhi sono puntati sugli Usa da dove però non arrivano segnali incoraggianti tra guerra commerciale con la Cina, shutdown e altalena dei mercati. E’ chiaro che se nei prossimi dodici mesi dovessero andare in recessione gli Stati Uniti, il quadro europeo, e italiano, diverrebbe sempre più complicato. Gli analisti restano in attesa dei dati Istat sul Pil del quarto trimestre dopo che il terzo aveva segnato dopo anni il segno meno (-0,1). Parlano di “recessione tecnica” che si è parzialmente verificata nella seconda metà del 2018. La speranza è che il via libera alla Manovra possa ridare una sterzata positiva.