[Il reportage] Il siluro della Bindi: “I segretari dei partiti zitti sulle mafie”. E Minniti lancia l’allarme sul voto

Presentata la relazione finale della commissione antimafia. Nel documento sotto accusa “politici, pubblici funzionari, professionisti e imprenditori” che diventano una sorta di “agenzia di servizi illegali per le imprese”. Nessun territorio “né sociale né geografico” può dirsi immune dalle infiltrazioni mafiose. Esiste la cosiddetta “legge dei fortini”: sono i piccoli centri, al nord come al sud, che “una volta conquistati svolgono la funzione di capisaldi strategici. L’allarme di Bindi, Minniti, Orlando, Grasso e don Ciotti durante la presentazione della Relazione finale della commissione Antimafia

[Il reportage] Il siluro della Bindi: “I segretari dei partiti zitti sulle mafie”. E Minniti lancia l’allarme sul voto

L’allarme è del titolare del Viminale Marco Minniti: “Le mafie sono in grado di condizionare il voto, le istituzioni e politica. Ma su questi temi c’è troppo silenzio in questa campagna elettorale”. Lo dice, precisa, da “ministro dell’Interno” e le sue parole “non sono irrituali ma cogenti”. Il siluro lo aveva lanciato pochi minuti prima Rosy Bindi, la presidente della Commissione  Antimafia: “Qui ci sono tutte le istituzioni, c’è la società civile, le associazioni, ma mancano i segretari di partito. Un’assenza che non può non preoccupare perchè vorremmo che il tema della lotta alla mafia e del rischio delle infiltrazioni nel voto irrompesse con  forza nella campagna elettorale”. In sala Koch, l’aula magna del Senato, ci sono veramente tutti, procuratori distrettuali, da Pignatone a Gratteri passando per Prestipino, i vertici di tutte le polizie - il capo della polizia Franco Gabrielli - della Dia e dell’intelligence  - il capo del Dis Alessandro Pansa – monsignor Nunzio Galantino, capo della Cei, e il vescovo Francesco Oliva. 

L’unico segretario di partito presente è Piero Grasso, in veste però di presidente del Senato. Il governo schiera Minniti e Andrea Orlando al tavolo dei relatori. Anna Finocchiaro è in prima fila, con i figli delle vittime di mafia, Lucia e Agnese Borsellino, Franco La Torre e Caterina Chinnici (eurodeputata del Pd). Erano invitati tutti ma la campagna elettorale mangia ore, chilometri e giornate. Peccato perché la relazione finale della Commissione Antimafia, anche solo il suo sunto lungo 44 pagine, è un breviario che andrebbe portato sotto braccio in ogni tappa di questa forsennata corsa verso il voto.

Nessun tempismo sospetto

Sgomberiamo subito il campo da retroscena che aleggiavano ieri in sala Kock:  non c’è un tempismo sospetto in questa presentazione. Non c’è il disegno obliquo di attaccare una parte o l’altra. Ciascuno di noi è destinatario di questo messaggio. La Relazione stata approvata il 7 febbraio “all’unanimità” – cosa che non succedeva dal 2008, presiedeva Pisanu - e due settimane sono un tempo necessario per coordinare la pubblicazione di tutto il rapporto lungo 700 pagine e fare gli inviti. Certo è che appelli e allarmi – poi sono seguiti di ugual tenore e passione quelli di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, del ministro Andrea Orlando e del padrone di casa Piero Grasso -  al di là delle facce stupite in sala, irrompono a dieci giorni dal voto in una campagna elettorale fatta di molti scenari e pochi fatti. E anche questo è un fatto.  

Un nuovo lessico per le mafie

Ha il pregio di essere stata scritta per essere comunicata, questa Relazione. Affronta tutti i temi sviscerati in questi anni dall'Antimafia: dalla mutazione delle mafie, che sparano meno ma corrompono di più, alla loro infiltrazione in tutta Italia, nord compreso, all'indagine sulla massoneria, con la richiesta al Parlamento di modificare la legge Spadolini-Anselmi, alle infiltrazioni della criminalità nella sanità, nel gioco, negli stadi, negli appalti, nella gestione dei migranti, fino alle considerazioni su Mafia Capitale e il carcere duro, il 41bis. Ed è l’analisi, ancora più del tradizionale mettere in fila i singoli fatti, fenomeni e territori, quello che più fa la differenza rispetto ad altri documenti del passato. Il “metodo mafioso” è raccontato come “somma di prassi intimidatorie e prassi collusive e corruttive”.

Il “capitale sociale” delle mafie  è “il rapporto che le mafie riescono ad instaurare con le imprese” e che poi conduce alla “zona grigia” e “all’economia illegale”. Il capitale sociale è gestito da “una borghesia mafiosa composta da personaggi insospettabili che, sebbene non inseriti nella struttura criminale, avvalendosi di specifiche competenze professionali, avvantaggiano l’associazione mafiosa fiancheggiandola e favorendola”. Si parla di “politici, pubblici funzionari, professionisti e imprenditori” che diventano una sorta di “agenzia di servizi illegali per le imprese”. Nessun territorio “né sociale né geografico” può dirsi immune dalle infiltrazioni mafiose. Esiste la cosiddetta “legge dei fortini”: sono i piccoli centri, al nord come al sud, che “una volta conquistati svolgono la funzione di capisaldi strategici distribuiti sul territorio e diventano un potente strumento di consolidamento degli interessi mafiosi e di radicamento stabile”. E comunque in Italia “c’è spazio per tutte la mafie, anche straniere”. Una facilità all’ingresso di clan e interessi che mette in evidenza “un paradosso”: nel nostro Paese “le mafie prosperano nonostante le migliori leggi antimafia, i migliori magistrati e i migliori apparati investigativi”. Le mafie operano ovunque giri danaro: oltre gli appalti e la droga, sanità, gioco d’azzardo, calcio, immigrazione. 

Massoneria e mafia

Quella con le logge massoniche è stata una delle battaglie della Commissione in questa legislatura. Soprattutto n relazione a quanto sta emergendo nelle inchieste giudiziarie in Sicilia e in Calabria, l’Antimafia – senza disturbare il lavoro dei magistrati – ha avviato un’indagine. Che però si è dovuta fermare davanti al diniego dei capi delle varie logge di fornire gli elenchi. Bindi ha quindi esercitato i poteri inquirenti attribuiti all’Antimafia, ha fatto sequestrare gli elenchi e convocato i maestri.  “Gli elenchi ufficiali – ha detto ieri - sono risultati incompleti e inattendibili e non hanno permesso di identificare circa il 15% di iscritti rimasti occulti grazie a generalità incomplete, inesistenti o nemmeno riportate”. Ora deve essere chiaro a tutti che “la privacy non può diventare alibi per la segretezza che non può essere un valore in democrazia”. Quello tra mafie e logge che non collaborano “è un incontro molto pericoloso”. Ciò che emerge dall’indagine è inquietante: “E’ stata riscontrata la presenza di esponenti  riconducibili a clan mafiosi in alcune logge sciolte; si è  rilevata una presenza non trascurabile di iscritti alla massoneria all'interno di enti commissariati per mafia (comuni e aziende sanitarie); un numero non indifferente di iscritti è coinvolto in vicende processuali, in procedimenti di prevenzione, giudiziari o amministrativi, compresi alcuni condannati per mafia in via definitiva”.

Decadimento politico allarmante  

Poi è arrivato l’attacco alla politica, ai partiti, grandi assenti in sala Koch. Il “decadimento  politico è allarmante” e ci sono “comportamenti specifici che facilitano l’ingresso delle mafie e il voto di scambio”. Sono tre i varchi aperti dalle forze politiche soprattutto nelle amministrazioni locali: “Clientelismo, trasformismo, familismo”. Alcune candidature sono “semplicemente bandierine, segnali a qualcuno per portare dei voti” e se il consenso delle mafie oggi è diventato così importante “questo accade perché ogni giorno sembra sparire il consenso buono”. L'astensionismo è “il primo regalo alle mafie”. Conseguente l’appello a movimenti e forze politiche perché “dimostrino, in modo autonomo, prima ancora delle indagini della magistratura, di aderire a criteri di candidabilità più stringenti, rispetto alla normativa attuale, indicati nel nostro codice di autoregolamentazione”. Quelle sugli incandidabili specie alle amministrative sono le indagini più criticate, proprio dalla politica, in questa legislatura. “Il numero crescente di comuni sciolti per mafia (291 dal 1991)  e di procedimenti a carico di amministratori ed esponenti della politica locale, il trasformismo politico e il clientelismo su cui fa leva il voto di scambio, impongono una seria riflessione sulla moralità del sistema e sulla tenuta del principio di rappresentanza”. Un epitaffio sulla buona politica.

La corruzione è mafia: l’essenza di Mafia Capitale

Tutta la Relazione è attraversata da un tema costante: la corruzione è uno degli strumenti più usati dalla borghesia mafiosa. E quindi dai clan che non sparano più ma infiltrano l’economia legale grazie alla disponibilità di contanti e alla corruzione. E’ don Ciotti che dopo l’appello ai partiti e alla politica, va sul terreno scomodo della “corruzione” e del “degrado etico” entrati cibo prelibato per le mafie. Il riferimento è diretto e immediato al processo Mafia Capitale. Per il  procuratore Pignatone e l’aggiunto Prestipino, seduti in sala, si tratta del più alto riconoscimento politico all’indagine Mafia Capitale (in primo grado non è stato riconosciuto il vincolo mafioso; la procura ha fatto Appello).  Bindi ha dedicato un intero capitolo alla questione. “Pensare che le mafie siano ancora solamente quelle  nate e cresciute nel mezzogiorno d'Italia, impedisce di comprendere l'evoluzione dei sistemi criminali, anche di quelli tradizionali, la loro adattabilità e il mimetismo con cui sanno stare nel nostro tempo”. Fondamentale, quindi, è riconoscere  le forme “originali” di nuove mafie che - pur diverse da quelle tradizionali - “esprimono ugualmente la capacità di intimidazione e assoggettamento di spazi economici, di ambiti sociali, di infiltrazione nella pubblica amministrazione”. Per questi motivi, si legge nella Relazione, “esse possono rientrare a pieno titolo nelle fattispecie previste dall'art. 416-bis”.

Il grido di don Ciotti, la risposta di Minniti e Orlando

Don Ciotti mette in fila tutti gli sforzi fatti dai governi negli ultimi cinque anni sul sociale, i minori, il lavoro. “Ma non è sufficiente e purtroppo dove non c’è lo stato arrivano le organizzazioni mafiose con posti di lavoro e un reddito”. Sott’accusa anche la chiesa, “talvolta troppo prudente, perfino compiacente" con le mafie. Ora invece, ha detto guardando monsignor Galantino seduto in prima fila,  “la conferenza episcopale è entrata totalmente in gioco e questo ha un grande valore”. Il fondatore di Libera ha fatto un appello alla “responsabilità” di ciascuno. “Perchè da cento anni diciamo le stesse cose, facciamo leggi, arresti, inchieste. Ma non basta. Allora serve uno scatto delle coscienze e culturale”. Minniti ha condannato “il troppo silenzio sulle mafie in questa campagna elettorale” avvisando che le mafie “infiltrano e condizionano”. E a proposito di enti locali sciolti per mafia, il ministro ha chiesto “una terza via tra scioglimento e mancato scioglimento”. Lo chiama “accesso positivo agli atti”. Vedremo. E comunque è roba del prossimo governo. Anche il ministro Orlando ha notato come “in questa campagna elettorale il tema mafia sia completamente scomparso. E quello della sicurezza sia declinato solo in termini di microcriminalità…”. Non è così, ovviamente. “Si devono fare i conti con la crisi delle istituzioni e la crisi sociale. Non si può combattere la mafia senza esercitare una critica radicale allo stato delle cose”.

De Luca jr? No comment

La Relazione arriva anche nel mezzo dell’inchiesta sui rifiuti e politica a Napoli. Il figlio di De Luca, assessore a Salerno, ha dovuto dimettersi perché indagato. E’ forse l’unico accenno alle aree grigie delle mafie in tutta la campagna elettorale. La presidente non ha voluto rispondere su questo punto. “Quando la politica pratica il familismo apre varchi alle infiltrazioni mafiose. Mi sono occupata di De Luca in altre occasioni, non vorrei occuparmene anche qui”. 

La verità sulle stragi ’92-’94

Per Rosy Bindi è tempo di arrivare alle conclusioni. Lascia in eredità alla prossima Commissione di “concludere il lavoro sulle stragi. Sono in corso due processi e noi non potevamo fare di più. Ora quei processi sono in dirittura d’arrivo”. Manca ancora un pezzo di verità su quegli anni terribili, da maggio 1992 (via Fauro, Roma) al 27 luglio (bombe a Roma e Milano). In mezzo ci furono i morti degli Uffizi a Firenze. “Abbiamo un debito di verità prima di tutto con le vittime di quelle stragi”.  

Rosy Bindi ha chiuso ieri, con questa affollata e appassionata conferenza, il suo mandato parlamentare lungo ventitrè anni e sei legislature. Ha scelto di non ricandidarsi. O forse ha solo evitato mai piacevoli trattative. Non poteva immaginare un saluto più intenso e costruttivo al Parlamento. E la relazione diventa un “testamento politico” per cui lei stessa in molti passaggi si è emozionata.