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La Cina si sfila, l’Africa acquista centralità, il silenzio sulla Russia:luci e ombre del G20

Roma dice addio agli accordi della “Via della Seta”. Intanto il governo apre altri due fronti di tensione con l’unione europea. Sulla finalizzazione della cessione di Ita a Lufthansa e sulla nomina della Bei

Claudia Fusanidi Claudia Fusani      
La Cina si sfila, l’Africa acquista centralità, il silenzio sulla Russia:luci e ombre del G20

Il G20 respira ma non si sente tanto bene. Camera di compensazione tra i G7 alle prese con la Russia e la guerra in Ucraina e i nuovi Brics allargati, dalla Cina al Brasile passando per l’India, l’Australia e la Russia e, new entry, i paesi arabi, il forum dei leader, dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali delle più importanti economie (nato nel 1999 dopo varie crisi finanziarie) è arrivato a stento a un documento finale in cui non si nomina. E’ stato anche il summit-  ospitato a New Dheli con presidenza indiana (che ha passato il testimone al Brasile) - che doveva “misurare” lo stato di salute della Cina, oltre che della Russia. E quindi degli Stati Uniti, dell’Unione europea e dell’Unione Africana che sta assumendo maggiore centralità in ogni summit internazionale.  Conviene quindi andare per temi. 

Cosa c’è nel documento finale

La dichiarazione finale esprima una posizione comune ai 20 paesi ma non è legalmente vincolante. In questo caso si parla molto di impegno per l’ambiente e di sviluppo sostenibile per i paesi del sud del mondo. C’è anche una sezione dedicata alla guerra in Ucraina, in cui si dice però molto genericamente che “tutti gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza per perseguire l’acquisizione di territori contro l’integrità territoriale e la sovranità o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”. Non c’è nessun riferimento a chi la guerra in Ucraina l’ha cominciata, ovvero la Russia. Era successo lo stesso anche nel G20 dello scorso anno a Bali, in Indonesia: nella dichiarazione vennero incluse frasi molto vaghe sulla guerra in Ucraina, per non accusare apertamente la Russia (membro del G20) di esserne colpevole. Anche quest’anno, infatti, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato di non firmare la dichiarazione se al suo interno fosse stato inserito un riferimento al ruolo della Russia nella guerra.

Se si considera che fino a pochi giorni fa sembrava che non si arrivasse neppure ad una dichiarazione finale - che avrebbe significato fallimento totale del summit e requiem del G20 - il testo finale è sicuramente un successo. Le riunioni preliminari degli sherpa del G20 non erano mai arrivate neppure ad una bozza. Tanto che gli analisti parlavano del summit di Dheli come del “fallimento della diplomazia”. Sarebbe stata la prima volta infatti senza una dichiarazione finale e condivisa.

L’ultima bozza preparatoria della dichiarazione conteneva una pagina bianca nella sezione in cui si parlava della questione della guerra in Ucraina. Alla fine è stato trovato un compromesso che ha soddisfatto la Russia. Lavrov ha definito il documento “una pietra miliare” che “riflette pienamente la nostra posizione”. Il governo ucraino ha invece criticato molto duramente il testo. “L’Ucraina è grata ai suoi partner che hanno cercato di includere una formulazione forte nel testo - ha detto il portavoce degli Esteri Oleg Nicolenko - allo stesso tempo però, per quanto riguarda l’aggressione della Russia contro l’Ucraina, il G20 non ha nulla di cui essere orgoglioso”. La premier italiana Giorgia Meloni ha definito la dichiarazione finale un “successo diplomatico”: “Abbiamo lavorato per una dichiarazione che avesse un riferimento specifico all’Ucraina. Abbiamo ottenuto una dichiarazione di compromesso ma la considero comunque importante in questo contesto. Il dato che conta è che non ci sono stati passi indietro”. Nei resoconti di molti protagonisti del summit, resta una certa stanchezza di fondo rispetto al conflitto in Ucraina. Del resto, il prossimo anno si voterà - in ordine temporale - in Russia, in Europa e negli Stati Uniti. E nessuno ama fare la campagna elettorale con il peso morale ed economico di una guerra in corso. 

Cina assente

Il sospetto è circolato prima e durante il summit. E se il presidente cinese Xi Jinping stesse spingendo la Cina a costruire il “suo” ordine mondiale? Il dubbio si basa su alcuni fatti: l’inedita assenza del leader comunista a Dheli e la ventilata assenza anche, tra un mese, agli Stati generali delle Nazioni Unite. Xi non parte, non arriva, non partecipa, incassa - non certo soddisfatto - l’addio dell’Italia all’accordo economico “La via della Seta” voluto dal governo Conte 1 nel 2019. Indiscrezioni dicono che all’assemblea nel palazzo di Vetro ci sarà il vicepresidente Han Zheng, invece di Wang Yi, il massimo funzionario di politica estera e capo della diplomazia del Partito comunista. La presenza di Wang avrebbe avuto il significato di una missione negli Stati Uniti in vista di un faccia a faccia tra i rispettivi leader. Il mancato viaggio di Wang, invece, metterà a rischio anche la partecipazione di Xi all'Apec di novembre di San Francisco, per un bilaterale con il presidente Joe Biden, il loro secondo faccia a faccia in persona dopo quello di novembre. Insomma, una doccia gelata sulle già difficili relazioni tra Stati Uniti e Cina.

Non solo, c’è chi legge nell’assenza di Xi  il tentativo di costruire un suo ordine mondiale. L’assenza del leader comunista infatti potrebbe essere stata presa anche per negare alla rivale India il suo momento di visibilità. Il  premier Narendra Modi - insieme agli Stati Uniti e all'Europa - è riuscito invece a contrastare in modo più efficace Pechino, dimostrando che Washington sta forse affinando le politiche su come contrastare l'ascesa del Dragone. L’arrivo dell’India, favorito dall'azione del G20 verso il Sud del mondo e con l’ingresso a pieno titolo nel gruppo dell'Unione Africana, ha lasciato agli Usa la postura di guida e di fulcro affidabile. 

L’ “ordine” di Xi

Essere assenti al più grande evento diplomatico del mondo, è una scelta precisa e non può essere casuale. Di sicuro segna una svolta nella politica estera cinese. Gli analisti di scenari geopolitici, in questi giorni hanno ipotizzato che Xi voglia accantonare l’ordine mondiale a guida Usa nato alla fine della Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni, Xi ha cercato di rendere il Dragone un'alternativa all'Occidente. Ora, invece, in un contesto molto complesso, Xi sta posizionando il suo Paese come un avversario a pieno titolo, pronto ad allineare il proprio blocco contro gli Stati Uniti, i suoi partner e le istituzioni internazionali da loro sostenute.

La rottura di Xi con l’establishment è maturata da molto

tempo. I suoi predecessori hanno integrato la Cina nell’ordine globale a trazione Usa, unendosi alle sue istituzioni fondamentali, come Banca Mondiale, Fmi e Organizzazione mondiale del commercio. Per gran parte del suo mandato degli ultimi dieci anni, Xi ha mantenuto una presenza nell'ordine occidentale, malgrado il deterioramento delle relazioni tra Cina e Usa, unendosi agli sforzi del G20 per contribuire ad alleviare il peso del debito sui Paesi a basso reddito. Di sicuro non è stato un buon indizio, e non ha favorito la presenza cinese, anche la rottura degli accordi della Via della seta. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è andato in Cina la scorsa settimana per comunicare la decisione del governo italiano. L’amara pillola è stata indorata con la promessa di rafforzare altri canali economici tra Roma e Pechino. Un concetto questo che è stato ribadito e argomentato con numerosi dossier specifici anche nel bilaterale che la premier Meloni ha avuto con il primo ministro della repubblica popolare cinese Li Qiang. 

La missione italiana, la “nostra” Africa

Più luci che ombre. Andando per punti: si conferma l’atlantismo del governo Meloni; si mette la giusta distanza con la Cina; si rafforzano i rapporto con l’India economia sempre già emergente e importante; sempre di più l’Africa gioca un ruolo centrale in questi summit (dove è presente L’Unione africana ma non i singoli stati) così come fin dai tempi del governo Draghi l’Italia chiede di fare. Per un duplice motivo: materia prime e immigrazione. Il summit del G20 diventa anche l’occasione per attaccare nuovamente l’Unione europea su un doppio fronte: Ita e Bei. Il fatto che lo abbia fatto più la premier che il ministro dell’Economia - che ha avuto un’agenda fitta di bilaterali cruciali - dà una evidente nota politica a questi “attacchi.

 Massima diplomazia sui rapporti con la Cina: la premier ha negato in conferenza stampa che sia già stata presa una decisione sulla Via della Seta e ha insistito sull’importanza di altri e antichi rapporti commerciali. Meloni (che è stata invitata al forum Belt and Road Initiative a Pechino a ottobre, ma non andrà) ha ribadito l'intenzione di recarsi in visita nel Paese ma la missione potrebbe non avvenire a brevissimo: “Penso sia utile andare in Cina quando avremo elementi maggiori sulla nostra cooperazione bilaterale”.Per il resto, la premier si è complimentata con Modi “per la riuscita di questa non facile edizione” del G20, che resta “un forum multilaterale strategico”. 

Ita e Bei, nuovi fronti con la Ue

Sul dossier Ita-Lufthansa e sulla nomina alla guida della Bei si è aperto il nuovo doppio fronte tra Italia ed Europa. E' stata Giorgia Meloni, nel corso della conferenza stampa al termine del G20, a mettere in chiaro le richieste italiane. Per quanto riguarda l’accordo raggiunto tra Ita e Lufthansa non è ancora arrivato il via libera della concorrenza europea all'operazione e per Meloni “è oggettivamente curioso che la Commissione che ci ha chiesto per anni di trovare una soluzione, quando la troviamo la blocca. Vorremmo una risposta. La questione è stata sottoposta al commissario Gentiloni da Giorgetti” che ieri ne ha parlato anche con il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner. Dalla Ue fanno però sapere che la Commissione non ha ancora ricevuto una “notifica” dell’intesa. Altro punto è la nomina per la presidenza della Banca europea per gli investimenti. Per la carica l'Italia ha candidato Daniele Franco, ex ministro dell'Economia del governo Draghi.  In corsa ci sono anche due candidate forti come la vice premier spagnola Nadia Calvino e la commissaria danese alla concorrenza e vice presidente della Commissione Margrethe Vestager (la stessa responsabile della questione Ita). “Abbiamo candidato alla Bei una figura tecnica riconosciuta da tutti, non abbiamo fatto una scelta politica. Leggo nel dibattito in corso scelte che potrebbero essere politiche, ma sarebbe un errore - avverte Meloni -. Se dovessimo sottomettere le massime istituzioni finanziarie europee a scelte di partito mineremmo la terzietà di queste istituzioni, dobbiamo essere molto prudenti". La partita per la Bei è ancora aperta e l'Italia cerca alleati. Giorgetti ha chiesto a Lindner l'appoggio della Germania e la stessa Meloni potrebbe aver chiesto sostegno al cancelliere Olaf Scholz. Probabilmente attaccare Gentiloni e quindi la ue non è il modo migliore per essere ascoltati su questi due dossier. 

 

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani      
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