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I tormenti del Pd. Silurata Bigon in Veneto per il fine vita. Il Nazareno mette le mani avanti: "Scelta locale"

Ma non è vero. La consigliera regionale una settimana fa ha votato in dissenso dal partito e contro la legge Zaia. Il suo voto ha stoppato la legge. Lo statuto del Pd impedisce “vendette” sui temi etici. Eppure… Il caso riapre la porta sulla solitudine di Schlein. Che ancora non scioglie le riserve sulle candidature. Sua e degli altri. Anche questo non aiuta

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
La segretaria del Pd, Elly Schlein (Ansa)
La segretaria del Pd, Elly Schlein (Ansa)

“Contro le indicazioni del partito”. Arriva più netta la precisazione della notizia. “Decisione autonoma del partito a livello regionale, direzione e segreteria del Pd non c’entrano nulla” si affrettano a sottolineare dal Nazareno. Ci tengono a precisare che non è stata Roma a pretendere la testa di Anna Maria Bigon, vicesegretaria provinciale del Pd a Verona, consigliera regionale e colei che, andando contro le indicazioni del suo partito, si è astenuta sulla votazione regionale fine vita. Il suo non-voto ha fatto la differenza: giovedì scorso in regione Veneto è finita in parità e il governatore Zaia - che andando a sua volta contro Salvini e Fontana aveva messo in votazione un regolamento uguale per tutti per accedere al fine vita - è stato sconfitto da un pareggio. Rinviando a chissà quando il suo appuntamento con la Storia: la regione Veneto infatti sarebbe stata la prima a dare seguito alla sentenza della Consulta che tre anni fa ha invitato il Parlamento a regolamentare la pratica del suicidio medicalmente assistito. Il Parlamento non l’ha fatto. E ognuno fa più o meno come vuole. Va avanti così da anni. I viaggi verso la Svizzera continuano e chi, malato terminale e senza possibilità di recupero, chiede il suicidio medicalmente assistito restando nella sua città, entra in un ricatto di burocrazia infernale.

Degradata

Questa è però la notizia vecchia. Quella nuova è che la consigliera Bigon è stata dimessa dall’incarico di vice segretaria del partito per aver votato in dissenso da quelle che erano le indicazioni del partito: ovvero, votare Sì alla legge Zaia, sì al suicidio assistito e già che c’erano, dare anche un colpetto ad una maggioranza molto affaticata su altri fronti. Lo statuto del Pd, però, non permette vendette - cioè espulsioni o sospensioni - su chi vota in dissenso dal gruppo, a maggior ragione su temi etici, come quello del suicidio medicalmente assistito. Così Franco Bonfante,  segretario provinciale del Pd a Verona, ha deciso di decidere da solo. E ieri ha comunicato una decisione che, va detto, circolava da giorni: togliere i gradi a Bigon. Anche perchè non sarebbe possibile fare altro.

Il precedente

Risulta difficile credere che Bonfante abbia deciso da solo, senza il via libera del Nazareno. Diciamo che ci credono in pochi. Anche perchè il giorno dopo il voto in Regione, una settimana fa, ci fu un serrato battibecco a distanza tra Schlein e Guerini, leader dei riformisti del Pd. In Parlamento, nel gruppo Pd, si era già diffusa la voce che ci sarebbe stati provvedimenti disciplinari. E fin da subito la parte cattolica del partito aveva fatto pervenire la sua opinione: non ci provate, non create un precedente. Il precedente invece, ormai c’è. “Zaia ha perso una battaglia importante e il centrodestra ha perso un'occasione di modernità - aveva detto la capogruppo in Regione, Vanessa Camani - Ma anche noi abbiamo mancato un’occasione. Se si sta dentro una comunità politica non si può ignorare la grammatica del rispetto e del farsi carico della complessità. Ci sono dei valori, attorno ai quali ci ritroviamo”. L’occasione, dal punto di vista del Pd era doppia: evidenziare le due anime della Lega, quella laica di Zaia e quella più “evangelica” di Salvini; fare e aprire la strada a livello regionale a quello che il Pd non riesce a fare in Parlamento, cioè regolamentare il fine vita.

E spunta il segretario provinciale

Il segretario regionale Andrea Martella  e il responsabile nazionale dell’organizzazione Igor Taruffi si sono affrettati a dire, “su Bigon citofonare a Bonfante”.  E Bonfante ha a sua volta spiegato: “Conosciamo il sentire di Bigon, le era stata offerta la possibilità di uscire dall’aula proprio per non andare contro la sua coscienza ma lei è voluta restare e votare contro. In questo modo è venuto meno il rapporto di fiducia politica visto che il Pd veronese voleva regolamentare il fine vita a seguito della sentenza della Consulta”. Parole che non convincono e lasciano molto perplessa la comunità del Pd. Non solo i cattolici. Graziano Delrio, capofila della componente cattolica lancia l’ “allarme democrazia”. “Se arriveranno provvedimenti contro la consigliera prenderò in esame l’autosospensione dal Pd” aveva promesso una settimana fa. Ieri sera - la notizia è arrivata tardi, parlamentari già sulla via del ritorno nei collegi -  ha ripetuto: “Quanto è avvenuto è un brutto segnale perchè è inammissibile  che si voglia processare una persona per le sue idee”. Anche Debora Serracchiani tutela la libertà di coscienza: “Che partito è che quello che decide di non rispettarla?”.

File Bigon. Ma è il file Schlein

Insomma, il file-Bigon rischia di esplodere tra i piedi di una segretaria che è riuscita a riconquistare qualche posizione grazie al duello - vinto - con Giorgia Meloni nel question time di mercoledì alla Camera. Analisti ed osservatori stanno affilando le armi in vista dell’atteso duello tv tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Sempre che nel frattempo Giuseppe Conte, estromesso suo malgrado dallo scontro a due che polarizzerà la campagna elettorale e i prossimi mesi, non trovi il modo di far diventare il duello un triello, un confronto a tre. Il caso Bigon però riapre la porta sulla stanza  dei malumori e dell’isolamento della segretaria rispetto ad una comunità, almeno a livello parlamentare, che non l’ha mai veramente digerita. Non avendola scelta, come si ricorderà, quasi un anno fa ai gazebo delle primarie.

Il tempo delle scelte è scaduto

Il tema della candidatura alle Europee ha fatto precipitare i malumori. Schlein vorrebbe candidarsi capolista  in tutte e cinque le circoscrizioni. Ma ormai è quasi la sola a pensarla così: Bersani, Prodi - per restare ai padri nobili - e poi Bonaccini, Franceschini, Orlando  e molti parlamentari anche di area la mettono in guardia dal fare questa scelta. Altri invece la spingono, e sembra quasi un modo gentile per garantirle un esilio dorato a Bruxelles e liberare la segretaria.  Il dibattito in corso, più o meno ufficiale, ci restituisce l’immagine di una leadership sempre più isolata all’interno del Pd. Il gruppo dei fedelissimi si conta su una mano: i due capigruppo, la coordinatrice Marta Bonafoni e pochissimi altri collaboratori, gli unici di cui si fida. Anche questo divide la comunità. Si parla di una segretaria “nel bunker” del Nazareno, con la valigia in mano, in difficoltà sulla politica estera, sulle missioni militari, che parla di diritti - tanto - e molto poco di crescita, di soluzioni per l’industria, il lavoro e i redditi delle famiglie. Altro che la truppa dei “quarantenni” pronti a rivoltare il Pd come un calzino. Eppure la segretaria sembra intenzionata comunque a misurarsi con la sfida. Rincuorata dal duello in aula l’alto giorno con Meloni, inizia un tour de force di trasferte che in questa fine settimana la vede prima in Abruzzo - regione al voto - e poi Toscana e Liguria, Piombino, La Spezia, Cassino dove ufficialmente aprirà la campagna per le Europee. La segretaria continua a non sciogliere la riserva sulle candidature - la sua e quella di altri - perchè insiste sul fatto che prima serve l’unità sui temi, sul programma.

“Prima il programma”

Sicuramente sanità e lavoro saranno due temi. Con quali proposte? E con quali risorse? Quale Europa ha in mente il Pd?  Federale? Il resto del partito aspetta al varco la segretaria. Su un punto soprattutto: quale posizione in politica estera? L’atlantismo del Pd riformista sarà confermato o messo in dubbio come è successo in questi mesi fino alla spaccatura nell’ultima risoluzione? Il Pd ha già riunito il gruppo per la mozione sul Medioriente  che sarà discussa e votata lunedì alla Camera. Il testo della mozione Pd prevede infatti il riconoscimento dello Stato Palestinese, due popoli, due stati. “Se anche per Meloni la soluzione è questa, voti la nostra mozione” ha sfidato ieri la segretaria. Il problema è che anche i riformisti nel Pd sono molto cauti su questa linea. Vogliono leggere bene anche le virgole. La segretaria è già sotto accusa per la linea pacifista sulla guerra in Ucraina. I temi, quindi. Poi le candidature. Ma non c’è tanto tempo. O meglio, il tempo vola in queste circostanze. E c’è molta gente che aspetta. Il sindaco di Firenze Dario Nardella lo ha detto chiaro l’altra sera in tv. E’ a fine mandato e aspetta la candidatura alle Europee. “Mi piacerebbe, ho già detto che sono a disposizione ma non ho ancora avuto risposta”. Come Nardella, anche tanti altri. Queste attese non fanno bene alla tenuta del partito. E il congresso del Pd è già ricominciato.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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