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[L’analisi] La tragicomica resistenza di Renzi e Berlusconi, i due fantasmi che bloccano l’opposizione e aiutano il Governo

Continuano a muoversi come se niente fosse cambiato, e ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Berlusconi è tornato a far le feste e a parlare da leader del centrodestra, con le sue cene ad Arcore con gli pseudo alleati leghisti, e Renzi che ha radunato i suoi in una grande villa con altissime mura di cinta sull’Aventino, il nome più paradignatico di una storica sconfitta senza lotta. Centoventi fedeli, 80 deputati e 40 senatori, forse 150, con Alan Ferrari che canta «All’alba vincerò»

Silvio Berlusconi, Matteo Renzi
Silvio Berlusconi, Matteo Renzi

C’è qualcosa di tragico e assurdo insieme nella parabola discendente di Berlusconi e Renzi, il vecchio e il giovane, il nonno e il nipote, mai così vicini fra di loro e mai così lontani dalla realtà. Il tempo ha cambiato la sua grammatica e loro non l’hanno ancora capito. Se questa crisi così prolungata ha prosciugato la base economica e sociale del ceto medio, che rappresentava il loro bacino elettorale, rendendolo prigioniero della sua paura, e scaricando in maniera quasi catartica tutte le colpe verso la classe dirigente, il web ha mutato completamente i rapporti interpersonali, da verticali a orizzontali, trasformando la piramide del potere in una piazza virtuale, dove la rabbia e il risentimento non sono più così distanti da sembrare solo una percezione. In questa nuova società del consenso liquido ed effimero, legato ai bisogni e non costretto da impianti ideologici, loro continuano a decifrare il mondo che li circonda con le vecchie categorie politiche, con il linguaggio divenuto ormai quasi ridicolo della loro epoca.

Il piacere di tenere gli ostaggi

Inconsapevolmente, sono diventati i più grandi alleati di questo esecutivo del cambiamento, e non solo perchè in questa maniera finiscono per tenere in ostaggio i loro partiti, annullandone la forza di opposizione, ma soprattutto perché con la loro innocua resistenza continuano a dare linfa all’anima movimentista di Lega e Cinque Stelle, che sarebbe altrimenti annacquata dagli obblighi di governo. Dando l’idea di esistere finiscono solo per aiutare gli altri. In realtà, non esistono più.

L'illusione di essere ancora potenti

Ciò che colpisce di più è questa loro imperitura convinzione che li accomuna, rendendoli patetici fantasmi soffocati dal loro egotismo, che gli impedisce di leggere la nuova grammatica del nostro tempo. Continuano a muoversi come se niente fosse cambiato, e ci verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Berlusconi è tornato a far le feste e a parlare da leader del centrodestra, con le sue cene ad Arcore con gli pseudo alleati leghisti, e Renzi dice una cosa per smentirla subito dopo, come faceva quand’era potente, perché ai potenti in questo Paese si perdona tutto.

#Staiserenomatteo

L’ex premier dopo aver raccontato che aveva pochi spiccioli sul conto, s’è comprato per un milione e 300mila euro una lussuosa villa a Firenze, spiegando che con il suo stipendio da senatore adesso può permettersi un mutuo. Voleva fondare un nuovo partito alla Macron, e solo lui non aveva capito che Macron in Italia non riuscirebbe a fare neanche un passo per entrare in Parlamento. Che noi non siamo la Francia. Che in Europa siamo sudditi. E che non ci sono le condizioni per un grande partito liberale: dopo dieci anni di crisi, metà Paese ha la bava alla bocca. Quando Piepoli ha fatto il sondaggio sulla sua nuova creatura, ha tirato fuori quello che sapevano tutti: che al massimo prende il 3 per cento di voti. E che il Pd, senza Renzi, finalmente ritorna a crescere. Allora ha un po’ frenato. Meglio ripensarci. Cambiamo il pd, è il suo nuovo - vecchio - slogan. Senza accorgersi di quel piccolo particolare, che il pd sta per scomparire. 

"All'alba vincerò"

Ha radunato i suoi in una grande villa con altissime mura di cinta sull’Aventino, of course, il nome più paradignatico di una storica sconfitta senza lotta. Centoventi fedeli, 80 deputati e 40 senatori, forse 150, con Alan Ferrari che canta «All’alba vincerò», Giacomo Puccini, Turandot, prima di cominciare. E poi ha parlato solo di se stesso, perché non può farne a meno, come il suo Maestro, Berlusconi, che però nella vita ha scalato un mucchio di salite e un po’ di cose ne ha fatte più di lui. Anche quando attaccava Lega e Cinque ha dovuto citarsi: «il mio governo è il quarto per durata, eppure è stato un tempo velocissimo. Il loro credo che durerà ancora meno». Che potrebbe anche starci. Ma è quello che viene dopo che lui e Berlusconi continuano a non afferrare, nonostante le dure lezioni arrivate dalle ultime regionali.

Il peso dei capipopolo

Il futuro ora come ora non potrà essere altro che Lega e Cinque Stelle, e se ci sarà un terzo incomodo non sarà un partito alla Macron e nemmeno Forza Italia rimessa a nuovo con una passata di cipria. «Smettiamola con la depressione», ha detto al suo pubblico di volti scoraggiati e increduli, che forse stanno cominciando a capire tutti dove stanno andando a finire. «Abbiamo perso una grande battaglia. Abbiamo capito che non serve essere bravi per piacere agli editorialisti». Come se la sua sconfitta fosse dipesa da loro. Ai tempi delle piazze virtuali contano come lui. Niente. Contano i capipopolo, che sono un’altra cosa. Poi ha sparso riflessioni ed esortazioni varie. «L’accordo con i 5 stelle avrebbe distrutto il partito». «Dobbiamo smettere di litigare». «Dobbiamo credere in quello che facciamo».

I 300 dell'ex Cav

Più o meno nelle stesse ore, Berlusconi ha fatto la stessa cosa, radunando il doppio di fedelissimi, circa 300, perché non sia mai detto che lui si accontenta, ripetendo refrain e parole che abbiamo ascoltato per 25 anni ininterrottamente: «Io sarò con voi in questa decisiva battaglia di libertà. Sarò in campo perché lo considero un dovere morale verso il mio Paese». E poi: «E’ un nuovo inizio, una nuova discesa in campo» contro questi «sessantottini in ritardo, arroganti e ignoranti». Involontariamente dice anche cose vere, più sensate: «Il governo oscilla tra due idee opposte del futuro dell’Italia». Che è proprio così. Peccato che siano anche le uniche idee che ci sono. «Il patto fra di loro, nel giro di pochi mesi, non si arriva a un anno, finirà. E quello sarà il nostro momento, il momento di ridare una casa politica a quella che mi piace chiamare l’altra Italia».

"Ho perso ma il Pd vincerà": e infatti

Cioè, quella che è andata scomparendo in questi ultimi dieci anni, massacrata dall’immobilismo dei governi, dalla loro paura di rinnovare il paese, dalle ingiustizie, dagli sprechi, dalle caste, dai privilegi intoccabili, dalla cecità reazionaria dei sindacati. Ad ascoltarli, questi fantasmi del passato, che soffocano le loro creature impedendole di rinascere a nuova vita, farebbero persino tenerezza, se avessero un barlume di vita che andasse oltre il loro egotismo, che esprimesse una visione, una qualsiasi, del futuro che ci aspetta. Il fatto è che neanche il loro sono capaci a giudicare. Renzi è quello che aveva detto al Corriere della Sera poco prima del voto: «E’ vero, ho perso consenso, ma alle elezioni il pd sarà il primo partito». Chiusi nella prigione che si sono costruiti da soli con mura troppo alte per guardare fuori, non hanno altro spazio da cui osservare il mondo «se non quello», come diceva Marchionne, «limitato e fragile di uno specchio».  

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, editorialista   
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