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[La polemica] I bambini malvagi, il diavolo e l’inferno che abbiamo costruito noi

Le dure parole del Papa sui bimbi cattivi. Ma qualsiasi bambino ha bisogno di regole e di un buon esempio da seguire. Dobbiamo essere noi tutti ogni giorno a comportarci bene e a essere persone oneste. Bisogna mostrare a loro cosa vuol dire lavorare, darsi da fare per realizzare i propri sogni. E aiutare gli altri. Ma è questo che insegna la nostra società

[La polemica] I bambini malvagi, il diavolo e l’inferno che abbiamo costruito noi

«Quanta malvagità anche nei bambini, prendersela con il più debole». Parola del Papa. Messa di Santa Marta, la prima del 2018, subito dopo le vacanze. Possono essere davvero cattivi i bambini? «Lo vediamo continuamente nelle scuole, con il fenomeno del bullismo», spiega il Pontefice. «Aggredire il debole perché è grasso, perché è straniero, o nero, o perché tu sei così. Questo significa che c’è qualcosa dentro di noi che ci porta a questo. All’aggressione del debole. E credo che sia una delle tracce del peccato originale. C’è il diavolo lì, perché questa è opera del diavolo aggredire il debole».

Ma chi è il diavolo? E dove finisce la colpa dei bambini?

Nessuna disquisizione teologica: non ne siamo capaci. Ci affidiamo invece agli studiosi di psicologia infantile. E’ indubbiamente vero che i piccoli a volte si comportano male, che si prendono a calci per un nonnulla, che raccontano bugie inverosimili, e che in qualche caso possono tendere a sopraffare il più debole. Perchè fanno tutto questo? La prima risposta che ci viene in mente è che ci vuole tempo prima che i bambini imparino a capire cosa sia il bene e cosa il male. E che toccherebbe ai genitori dover insegnare ai propri figli la differenza fra bene e male. Ma in realtà, non è tutto così semplice. Qual è innanzitutto lo sviluppo della moralità in un bambino? Secondo gli studiosi a un anno di vita nutrono già un sentimento simile alla compassione: i neonati si fanno contagiare dal pianto e sono contenti se vicino a loro c’è qualcuno che ride. Questo significa anche un’altra cosa: che i piccoli tendono naturalmente a imitare e ripetere azioni altrui. A 2 anni sono in grado di consolare un altro bambino, capaci persino di accarezzare la mamma che piange. Alcuni - non tutti, ma una minoranza - riescono anche a condividere i propri giocattoli con gli altri. A 4 anni, «hanno una doppia moralità sorprendente», come sostengono nel famoso Max Planck-Institut per la ricerca psicologica di Monaco. «Alla domanda su come si sente un bambino che ha rubato dolci, l’80 per cento ha risposto: benissimo, i dolci sono proprio buoni. Ma poco prima quegli stessi avevano detto che non si ruba: è una cosa brutta e cattiva».

Alle elementari tutto cambia

Alle elementari, però, dovrebbero essere già in grado di distinguere i principi morali dalle regole sociali. Secondo la ricerca del Max Planck Institut, capiscono che potrebbero dare del tu alla maestra se la legge lo consente, ma non si dovrebbe mai picchiare un altro bambino. E allora perché alcuni di loro aggrediscono i più deboli? Il fatto è che se non è vero che i bambini non conoscono la morale, «c’è una grande differenza tra consapevolezza morale e volontà morale», come sottolinea bene Gertrud Nunner Winkler del Max Planck Institut. «In pratica, i bambini sanno qual è il modo  corretto di comportarsi: solo che al momento di metterlo in pratica vengono meno». Conoscono le regole, ma non capiscono ancora il motivo per cui rispettarle. Non hanno accumulato tutte le capacità cognitive, non hanno esperienza sociale e conoscenza del mondo. Per natura, come abbiamo visto, hanno solo imparato a imitare e ripetere le modalità degli altri, soprattutto degli adulti. E’ per questo che si comportano in modo immorale. E poi vogliono sperimentare, mettere alla prova se stessi, provocare delle reazioni.

Ed è sempre per questo che alla fine i genitori non sono gli unici responsabili dell’educazione morale di un bambino, che dipende invece da tutto l’ambiente esterno. I nostri figli hanno innumerevoli esempi davanti a sé, in casa e fuori, dalla tv ai loro compagni di giochi e ai maestri, agli amici dei genitori. «Il ruolo di papà e mamma è importantissimo, ma più che per quello che dicono, lo è per l’esempio che riescono a dare». A cosa serve sgridarli per una bugia se poi siamo i primi a mentire o a comportarci in modo scorretto? Fare i genitori è un mestiere difficilissimo, che a volte va persino contro la logica. Ad esempio, spiegano alcuni pedagoghi, «chi punisce sempre il proprio bambino lo spingerà a comportarsi male per difendersi. Quanto più spesso invece un bambino viene premiato per lealtà e correttezza, capirà che questi comportamenti gli permettono di raggiungere i propri scopi e di essere felice, e tanto più accoglierà questo sistema di valori nella propria vita».

La società e la Chiesa cosa fanno?

La cosa principale, sottolineano gli studiosi, è che qualsiasi bambino ha bisogno di regole e di un buon esempio da seguire. Dobbiamo essere noi tutti ogni giorno a comportarci bene e a essere persone oneste. Bisogna mostrare a loro cosa vuol dire lavorare, darsi da fare per realizzare i propri sogni. E aiutare gli altri. Ma è questo che insegna la nostra società, che guardiamo alla tv tutti i giorni, con le sue scene di violenza e di sangue, ma anche negli innumerevoli, a volte sconci, talk show che riempiono i nostri programmi sul piccolo schermo, è questo che diciamo nelle tavolate senza impegno lasciandoci andare fra amici, mentre loro ci stanno ascoltando? Ed è questo, soprattutto, che ha fatto la Chiesa difendendo e nascondendo i suoi preti pedofili? La crudeltà e il sopruso forse vengono anche da noi. Da tutti noi, nessuno escluso. Non ci sono anime immacolate qui dentro, e raccogliamo quello che seminiamo. Siamo sicuri, alla fine, che il diavolo sia tanto lontano da noi?  

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore   
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