L’attivismo di Salvini e la cautela di Draghi. Che punta tutto sui vaccini. E su un “metodo” diverso

Faccia a faccia con il leader della Lega in nome della “misura”. Verso il superamento dei Dpcm e l’uso dei decreti per coinvolgere il Parlamento e dare più tempo a cittadini e commercianti. Inedito asse Salvini-Bonaccini-Franceschini per aperture mirate. Speranza più solo

Salvini e Draghi (combo foto Ansa)
Salvini e Draghi (combo foto Ansa)

Ogni giorno almeno due titoli, uno la mattina e uno il pomeriggio, se poi c’è qualche ospitata tv, i titoli diventano tre. Salvini è tornato al governo, nel senso che ogni giorno esterna, annuncia, proclama: aperture, foto con i ristoratori in piazza e la maglietta “io apro”, vaccini, Arcuri, gli sbarchi “che con il Covid devono assolutamente essere bloccati e invece siamo a quattromila da inizio anno”. Una visibilità che stona rispetto alla riservatezza dei ministri, compresi quella della Lega. E che preoccupa gli altri leader di partito: “Com’è che siamo tutti al governo e però parla e dice e briga come se ci fosse solo lui?” Devono essersi detti Renzi, Zingaretti, Di Maio, Berlusconi. Così ieri mattina Mario Draghi ha convocato il leader della Lega, un faccia a faccia direttamente a palazzo Chigi. “Caro Salvini, guardi che non sarebbe questo il tipo di comunicazione che noi vorremmo dare a questo esecutivo. Non dobbiamo parlare tutti i giorni perchè non tutti i giorni facciamo qualcosa che può essere comunicato e condiviso” è stato, parola più più, parola meno, l’auspicio del premier.

I briefing di Salvini

Dopo mezz’ora Salvini era in largo Luigi dei Francesi, lo slargo davanti a uno degli ingressi del Senato pedonalizzato e all’aperto dove è più “sicuro” fare piccoli assembramenti con i giornalisti. E ha raccontato il suo incontro con il presidente del Consiglio: “Abbiamo parlato di riaperture, mirate, dove è possibile, ma riaperture. Con lui c’è sintonia, non è un rigorista a prescindere. Se c'è un problema a Brescia interviene in provincia di Brescia, non fai un lockdown nazionale da Bolzano a Catania. Chiusure mirate, a differenza di quello che accadeva qualche mese dove si apriva o chiudeva tutto. E poi un ritorno alla vita. Penso che ci sia voglia di cambiamento. Anche da questo punto di vista. Attenzione, cautela, se ci sono le terapie occupate non si scherza con la salute della gente. Ma alcune norme di buon senso mi sembrano palesi. Se non c’è rischio a pranzo, non c’è rischio a cena. I sottosegretari? La Lega è a posto, altri non so, ma non abbiano parlato di orse così banali. Arcuri? Su di lui parlerà la storia”. Circa mezz’ora di incontro con la stampa, al pari di mezz’ora di incontro con il premier.

Il cambio di passo di Draghi

Da un certo punto di vista viene da dire, meno male che c’è Salvini a raccontare almeno un po’ gli umori del governo. Non possiamo sapere se il Presidente del consiglio abbia o meno apprezzato. Possiamo dire che per il resto del giorno è stato sempre in ufficio a lavorare, alle 19 ha convocato una riunione formato Covid allagata al Cts nelle persone di Miozzo, Brusaferro e Locatelli. Alle 23 era all’aeroporto di Ciampino a guidare il comitato di onore per l’ultimo saluto all’ambasciatore Attanasio e al carabiniere Iacovazzi uccisi in Congo in un agguato ad un convoglio impegnato in una missione umanitaria. Il premier Draghi era con i ministri Guerini e Di Maio. Il Presidente Mattarella non ha potuto essere presente per un malessere che vista l’ora tarda è stato meglio non sfidare. Una cerimonia sobria, solenne, essenziale, ugualmente anzi forse ancora più intensa. Però tutto questo è ciò che sappiamo della giornata di Draghi. Il resto sono informazioni filtrate, non confermate. Ecco: sobrietà, essenzialità, silenzi (operosi) invece che dichiarazioni (spesso inoperose o pasticciate), assenza di social, orari diurni e puntualità invece che ritardi fino alla notte con ansiogene conferenze stampa, sono il più evidente cambio di passo tra il Conte 2 e il governo Draghi. Perché la forma in politica diventa sostanza, questo significa anche decidere prima, non a ridosso delle scadenze, coinvolgere i ministri economici (che dovranno decidere di pari passo i ristori) e tutti quelli via via interessati, informare prima e quindi convivere le decisioni con il Parlamento. Andare avanti e decidere con misure ed equilibrio perchè contro il Covid Mario Draghi non può certo diventare Madrake. “Il cambio di passo” auspicato da tutte le forze politiche e dai cittadini e la soluzione non possono dipendere solo da palazzo Chigi.

La strategia sui vaccini

Ciò su cui la Presidenza sta concentrando al massimo energie e capacità diplomatica sono i vaccini. “La prima emergenza economica del paese e il primo obiettivo di questo governo oltre che battere la pandemia” ha detto Draghi nel suo discorso alle Camere. Draghi si sta muovendo su due direttrici: sull’asse europeo per velocizzare nel breve periodo l’approvazione di altri vaccini (ad esempio Janssen) da parte di Ema e togliere quindi “potere” a Pfizer e Astrazeneca (che anche ieri ha tagliato il numero di dosi per l’Italia); nel medio-lungo periodo a livello nazionale ed europeo per creare le condizioni per avviare produzioni di vaccini in Italia e in Europa. Per trovare i bioreattori in grado di produrre vaccini biologici. Una volta adeguati gli impianti (che esistono già) servono 4-6 mesi per avere la produzione del siero. Ad averci pensato a luglio 2020 - pur con i rischi connessi al fatto che i vaccini non erano stati ancora approvati - , saremmo tutti un pezzo avanti con i vaccini. L’obiettivo condiviso con la Commissione europea è rendere i 27 il più possibile autonomi per quello che riguarda la produzione di vaccini e anzi poterne produrre anche per l’esportazione nei paesi - tutt’oggi la maggioranza - che non hanno coperture vaccinali. Un modo questo per contrastare l’egemonia di Russia e Cina che stanno, proprio con l’arma dei “vaccini”, conquistando intere aree geografiche chiave come Africa, Paesi arabi, India. E’ la diplomazia dei vaccini. Una nuova frontiera. Finora ignorata, colpevolmente, da Italia ed Europa. Draghi l’ha messa al primo posto.

Il vertice serale “allargato”

Ma torniamo alla cronaca di ieri, giornata dedicata per lo più all’emergenza Covid. In vista della scadenza del Dpcm (5 marzo) il premier si è voluto muovere per tempo per condividere il più possibile e il prima con il Parlamento e la popolazione. Il vertice serale a Palazzo Chigi è convocato nello stesso format di sabato (in vista del decreto firmato lunedì mattina e ieri in Gazzetta ufficiale che proroga il divieto di viaggiare tra le regioni fino al 27 marzo) allargato però ai membri del Cts: i ministri Daniele Franco (Mef), Roberto Speranza (Salute), Stefano Patuanelli (Agricoltura), Giancarlo Giorgetti (Mise), Dario Franceschini (Cultura), Elena Bonetti (Famiglia), Maria Stella Gelmini (Affari regionali) e i tre rappresentanti della task force degli esperti, Agostino Miozzo, Franco Locatelli e Silvio Brusaferro.
Da quello che è emerso non è escluso, “che si riesca a superare già da questa volta lo strumento legislativo del Dpcm che tanto ha esasperato all’anno passato” e che dopo un anno di emergenza non ha più motivo d’essere. Sulle misure ci dovrebbe essere “continuità nella massima prudenza” e “pronti a chiudere se e dove necessario”. Nella prima parte della riunione sono stati sentiti i tecnici. I dati sono quelli noti: le varianti spingono la diffusione del Covid - oltre il 30% delle infezioni in Italia è dovuto a quella inglese e a metà marzo sarà predominante in tutto il Paese - e in diverse zone si materializza la temuta terza ondata. Allarme alto, in particolare, nella provincia di Brescia diventata zona “arancione rafforzata” come 14 comuni dell'Emilia Romagna. Crescono poi le micro zone rosse in diversi territori. Il bollettino delle ultime ore registra 356 morti (82 più di lunedì) e i pazienti ricoverati in terapia intensiva aumentano di 28 unità.

Fuori i tecnici, restano i politici

Fatta la relazione i tecnici hanno lasciato la riunione volendo così dare anche plasticamente il messaggio che alla fine decide la politica. ”Abbiamo rappresentato al presidente del Consiglio i dati e i numeri, noi siamo prudenti, ma non abbiamo descritto una situazione di catastrofe imminente” ha spiegato all’uscita Agostino Miozzo, coordinatore del Cts. “Non abbiamo parlato di riaperture, se ne parlerà in un'altra occasione” ha aggiunto, anche se è noto che gli esperti sono stati finora contrari al semaforo verde a impianti da sci, cinema e palestre. Da notare come Miozzo, uno che rilascia spesso interviste mai aperturiste e anzi improntate al massimo rigore (in una delle ultime ha chiesto l’esercito in strada per i controlli se si vuole riaprire i ristoranti), abbia evitato ieri toni appunto apocalittici. O catastrofisti.

Superato lo strumento del Dpcm?

Prima di mettere nero su bianco le nuove misure - in un Dpcm o forse con un decreto legge ad hoc che dia più spazio quindi al Parlamento - il governo attenderà la fotografia della pandemia in Italia che arriva con i report del venerdì. Si sa già, comunque, che il trend va in una direzione opposta a quello delle riaperture, anche se “lockdown nazionali” o “zona arancione nazionale” come auspicati da qualche professore di turno, non sembrano sul tavolo. E’ chiaro però - e su questi si sono impegnati le new entry nel governo - che ad ogni mancata riapertura il governo sarà chiamato a “conteggiare” i corrispondenti ristori. Come e con quali soldi non è dato sapere.
Fatto sta che da ieri il premier ha davanti a sè un inedito asse aperturista: il “solito” Salvini supportato anche da Forza Italia e dal ministro Gelmini e il presidente della Conferenza Stato-Regioni, il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Tutti chiedono, nei limiti del possibile di quello che consentono di fare i dati della pandemia, di “riaprire qualche settore anche la sera”. “Meglio stare al ristorante in sicurezza che in piazza ammucchiati” ha detto Bonaccini che chiede di “dare ossigeno a qualche attività”. Nell’asse cosiddetto “aperturista” anche il ministro Franceschini che ha chiesto ufficialmente la riapertura dei teatri. Così Speranza è rimasto un po’ più solo sul fronte rigorista, orfano non solo di Boccia ma anche di Zingaretti.

Le proteste in piazza

Le richieste sono arrivate forti e chiare alle orecchie Draghi, stretto tra il rigorismo dei tecnici e il rischio calcolato che la politica, dopo un anno di restrizioni, chiede di mettere in conto. Ecco perchè non sembrano essere in cantiere maggiori restrizioni e, semmai, qualche apertura in più “dove possibile e quindi dove il virus è meno aggressivo e in massima sicurezza”. A ricordarlo, complice le finestre degli uffici socchiuse per la temperatura primaverile, sono anche i cori che arrivano a palazzo Chigi direttamente da piazza di Montecitorio dove sono radunati i lavoratori dello spettacolo che chiedono non sussidi ma la dignità del lavoro. Lunedì c’erano i ristoratori, oggi gli operatori del turismo. Per tutta la settimana il premier avrà i loro cori nella orecchie. Memento di un’Italia che non ne può più. E di cui a Draghi viene chiesto di fare la sintesi.