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L'attivismo di Gianni Letta riapre la trattativa sul premierato 

di Giuseppe Alberto Falci   
L'attivismo di Gianni Letta riapre la trattativa sul premierato 
Gianni Letta (Ansa)

«Quando Gianni esce allo scoperto vuole dire che qualcosa si sta muovendo», si sente dire in Transatlantico. Gianni è Letta, già direttore del Tempo, primo consigliere di Silvio Berlusconi, uomo di relazioni, cerniera tra i palazzi della politica e il Vaticano, uno dei protagonisti indiscussi della Seconda Repubblica. «Se parla lui qualcosa sta succedendo» mormora un’altra fonte qualificata di rito azzurro nel Salone Garibaldi del Senato. Verrebbe da dire che nei palazzi non si parla d’altra. D’altro canto, «Gianni»  è solito centellinare e pesare le parole. Le interviste al «dottor Letta» si contano nelle dita di una mano. Perché lui è uno che si muove dietro le quinte, suggerisce, non dichiarare. Questa volta però si è servito di un convegno a Firenze davanti una platea di giovani per smontare senza la riforma costituzionale caldeggiata da Giorgia Meloni.  Scuote la testa, Letta, alla domanda sul «premierato» firmato dall’inquilina di Palazzo Chigi. 

Ecco la risposta: «Secondo me la figura del presidente della Repubblica così com’è disegnata e l’interpretazione così come è stata data dai singoli presidenti, e come tutti i costituzionalisti oggi riconoscono, sta bene così: non l’attenuerei, non la ridisegnerei, non toglierei nessuna delle prerogative così come attualmente sono state esercitate. I poteri del Capo dello Stato sono a “fisarmonica”, si possono estendere o restringere. Se la politica funziona bene, che il presidente faccia solo il notaio, usi la moral suasion; se non funziona, se ci sono crisi o sbandamenti, ci vuole interventismo. La situazione sta bene così». E ancora: «Il premierato ridurrebbe fatalmente i poteri del presidente della Repubblica, anche se nella riforma non ci fosse scritto. Perché la forza che ti deriva dalla investitura popolare è certamente maggiore di quella che deriva dal Parlamento: non sta scritto, ma è ovvio che poi nella dialettica chi è investito ha più forza». 

E dunque si ritorna al punto di partenza. «Quando Gianni parla qualcosa sta succedendo». Primo effetto: spaesamento nella maggioranza di governo. A quel punto Meloni si infuria e telefona ad Antonio Tajani. Sintesi della conversazione tra premier e vicepremier: «Dovete ribadire che voi siete d’accordo con il premierato». Tajani, oggi segretario di Forza Italia, si mostra leale di fronte alla premier e cerca di capire quale sia il disegno di Letta. Come racconta Francesco Verderami del Corriere della Sera, compone immediatamente il numero del grande ciambellano di Berlusconi per chiedere spiegazioni. Ma Letta è Letta, gioca un’altra campionato: «Se volete, smentitemi pure». Non ci sarà alcuna smentita. Non a caso Meloni non si permette di sconfessare la linea Letta, si limite a dire «di essere in parte d’accordo e in parte no». 

 «Secondo effetto: si registra l’ira della ministra delle Riforme, Maria Elisabetta Alberti Casellati, convinta che quelle parole abbiano bocciato un anno di lavoro. 

Su queste note, «Gianni» in un attimo si riprende la scena. Il suo ritorno pesa, sconquassa gli equilibri interni a Forza Italia. A proposito: quanto è numerosa la truppe del «dottor Letta» dentro la compagine azzurra? Risposta di un deputato azzurro: «La corrente di Andreotti nella Dc era minoranza ma pesava, eccome se pesava». In sostanza, non importa il numero ma il peso specifico di chi parla.  Il parallelo tra il Divo Giulio e Letta senior induce a pensare che le frasi del primo consigliere del Cavaliere siano il risultato di una serie di interlocuzioni a più livelli. Letta, appunto, dialoga con il Quirinale, incontra spesso «un grande vecchio» come Giuliano Amato, si confronta con Dario Franceschini, peso massimo del Nazareno. E quest’ultimo sta cercando di convincere i vertici del Nazareno a cambiare spartito: «Elly, non puoi dire sempre no, devi presentarsi con una proposta di riforma della costituzione al tavolo delle trattative». 

Più di qualcosa si muove. D’altro canto, come dice un ex ministro del governo Berlusconi,  «Letta è l’espressione di un mondo dove la mediazione è il primo comandamento della politica». La teoria che la sua uscita sia stata «occasionale» non convince nessuno nei palazzi della politica. «Perché Gianni è un tattico, ogni sua mossa è studiata a tavolino». Segno che dopo la fase della proposta a maggioranza si è già passati al «confronto», al tentativo di avvicinare la maggioranza e l’opposizione. 

Non c’è solo Letta a lavorare in questa direzione. C’è infatti una rete di intellettuali e tecnici di primo di livello - su tutti Gaetano Quagliariello, già ministro e soprattutto saggio per le riforme di Giorgio Napolitano - che ha preparato un mini pacchetto di emendamenti per addolcire il premierato meloniano. Ne fanno parte di questo gruppo di studiosi: Quagliariello, Angelo Panebianco, Peppino Calderisi, più un gruppo di professori di diritto costituzionale, da Mario Esposito a Maurizio Griffo, fino al decano dei costituzionalisti, Giuseppe de Vergottini. Il senso politico della proposta parte dell’idea che il premierato più forte non debba essere eletto direttamente dal popolo ma sostanzialmente sì, inserendo il nome del premier sulla scheda elettorale e collegato all’elezione dei componenti delle Camere. Non sarebbe un premier ma un primo ministro, con potere di indicare e revocare i suoi ministri, e in caso di sfiducia avrebbe la possibilità di decidere quale delle due strade indicare al Capo dello Stato: se dimettersi, e quindi aprire la strada a un nuovo premier, oppure non farlo, avviando il percorso che porterebbe a elezioni anticipate. Tutto risolto? Chissà. Fatto sta che tutto si tiene: la ri-centralità di Letta, la mossa degli studiosi di mettere sul tavolo una proposta alternativa, e, infine, la scaltrezza di Matteo Renzi che ieri, ospite all’Aria che Tira su La7, interrogato sulla riforma costituzionale replica in questi termini: «Le riforme? Hanno messo tanti paletti per accontentare Lega e Forza Italia e anche Gianni Letta ha detto che non si faranno». Più chiaro di così… 

di Giuseppe Alberto Falci   

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