[L’inchiesta] Dietro l’attacco al Presidente Mattarella, una mano italiana, esperta e, forse, milanese

Il procuratore Pignatone procede per “attentato alla libertà del Capo dello Stato, offesa all’onore e al prestigio del Presidente”. Il capo degli 007, il prefetto Pansa, invece spiega al Copasir che “non ci sono evidenze” e che è ancora troppo presto per le conclusioni. Un’impostazione più arretrata rispetto a quella della Procura

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

La Procura accelera. Gli apparati minimizzano e fanno i pompieri: “Non ci sono evidenze, è ancora presto per dire  che si è trattato di un vero e proprio attacco…”. Certo, non restano indifferenti ad un ministro dell’Interno che ha definito “fregnacce” le  anticipazioni di giornali digitali e di carta che da quattro giorni raccontano, pur nella reticenza di chi indaga, cosa si è mosso sul web tra il 27 e il 28 maggio quando il Presidente Mattarella, che aveva detto no al “ministro” Savona e chiuso senza successo il primo tentativo del professor Conte di fare un governo, è stato oggetto di un vero e proprio attacco vi web al limite del linciaggio via web. 

“Attentato alla libertà del Capo dello Stato” 

Così ieri mattina a piazzale Clodio il procuratore aggiunto Antonio Racanelli e il  pm Eugenio Albamonte (reati informatici e antiterrorismo) hanno aperto un fascicolo d’indagine con una precisa ipotesi di reato: attentato alla libertà del Presidente della Repubblica e di offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato. Al momento si procede contro ignoti ma l’obiettivo è individuare chi ha orchestrato la campagna web #mattarelladimettiti diventata virale ed esplosa sui social mentre Luigi di Maio, il capo politico della forza più votata il 4 marzo, chiedeva a reti unificate l’impeachment del Capo dello Stato. Furono ore lunghe e difficili: il paese non aveva ancora un governo a tre mesi dal voto, le forze politiche negoziavano accordi e i cittadini, intossicati e stressati da tre mesi di trattative senza un risultato, non erano in grado di avere certezze. Il Quirinale, in quelle ore, era l’unica diga. E c’era chi lavorava per abbattere anche quella. Nel fascicolo della procura di Roma c’è “solo” l’informativa della polizia postale che in questi mesi ha lavorato sodo per ricostruire il percorso informatico di quelle minacce. Tre persone sono state identificate e denunciate dopo due giorni: due uomini e una donna di Palermo che, usando profili falsi, erano arrivati a minacciare il Presidente (“hanno ammazzato il Mattarella sbagliato”). La polizia  postale ha continuato ad indagare e l’informativa è diventata così corposa da far aprire un fascicolo da parte dell’antiterrorismo. Chissà se il ministro Salvini attaccherà anche la procura di Roma dopo aver già attaccato, sempre in questi giorni, la procura di Genova che indaga sui 48 milioni di rimborsi elettorali iscritti nel bilancio della Lega e poi spariti.  

L’esordio del Copasir

Sempre ieri, alle 14 e 30 Alessandro Pansa, il direttore della nostra intelligence in attesa di riconferma, si è seduto nell’aula del Copasir al sesto piano di San Macuto (il palazzo delle commissioni) ed ha inaugurato il ciclo delle audizioni tecniche della Commissione che controlla i servizi segreti. L’audizione era prevista da tempo ma il presidente Lorenzo Guerini ha voluto ampliare l’ordine del giorno e ha chiesto di aggiornare la Commissione su quella che l’intelligence definisce “minaccia ibrida” in grado di divenire “sempre di più un agevolatore di attività di influenza realizzate attraverso manovre intrusive nel cyberspazio così da orientare l'opinione pubblica, fomentare le tensioni socioeconomiche, accrescere l'instabilità politica dei paesi dell'area occidentale quando stanno per prendere decisioni strategiche ritenute dall'attore ostile sfavorevoli ai propri interessi”. Detta in modo più semplice, il Copasir ha posto al prefetto Pansa una domanda che suonava più o meno così: il cyberattacco a Sergio Mattarella ha rappresentato un tentativo di esercitare una pressione politica, dai toni eversivi, sul presidente della Repubblica? Più in generale, se la politica italiana negli ultimi due anni è stata influenzata dal web, tramite campagne discriminatorie o fake news ampliate e moltiplicate. Come è successo negli Stati Uniti dove da due anni l’Fbi cerca di fare luce sul Russiagate. Visti e considerati i link di Lega e 5 Stelle e dei rispettivi front men con Putin e il Cremlino, le domande hanno un qualche fondamento. 

La cautela di Pansa

L' attesa per chissà quali rivelazioni, al netto delle segretezza delle comunicazioni, è andata però delusa. Il prefetto Pansa, che si è confrontato per circa due ore con i membri del Copasir, non ha consegnato nessuna relazione spiegando come sia ancora presto per dire chi o quale disegno ci fosse dietro il tweet storm scatenato nella notte tra il 27 e il 28 maggio contro il presidente della Repubblica. “Al momento – ha detto Pansa - non è  possibile formulare conclusioni” perché sono tuttora “in corso i necessari approfondimenti”. In sostanza, il direttore del Dipartimento del Dis avrebbe spiegato che il lavoro da fare è ancora molto e complicato dal punto di vista tecnico, vista la grande quantità di profili twitter (ed anche facebook) impiegati e il fatto che una parte consistente di questi profili sono stati già cancellati dagli stessi operatori: ricostruirli richiede tempo e un lungo lavoro a ritroso, ostacolato in qualche caso anche dall'uso di browser utilizzati per anonimizzare il traffico e dal ricorso a server di altri Paesi. Tutte le piste restano attualmente valide, da quella italiana a quella che vorrebbe coinvolti troll russi o comunque stranieri. Però “nessuna conclusione” e “nessuna evidenza” è possibile anticipare al momento.   

L’informativa 

Va anche detto che l’intelligence non ha poteri di polizia giudiziaria e quindi è possibile che i nostri 007 abbiano al momento assai meno di quello che invece la polizia postale è già riuscita a ricostruire. Sicuramente Pansa ha a disposizione gli atti che agenzie straniere, americane e inglesi, che hanno lavorato su Russiagate e su Brexit hanno potuto condividere con noi. L’informativa più “ricca” al momento è dunque quella della polizia postale. Gli investigatori hanno rintracciato oltre 400 profili twitter, “tutti riconducibili ad un’unica origine”, comparsi in pochi minuti la notte tra il 27 e il 28 maggio (per questo motivo i pm ipotizzano il reato di sostituzione di persona). Da quei profili partirono migliaia di messaggi di insulti e inviti alle dimissioni nei confronti della prima carica dello Stato, una pressione politica finalizzata - tentativo andato a vuoto - a far fare marcia indietro al Quirinale e comunque a creare caos e incertezza. Quasi una “occupazione” di manifestanti sotto le finestre del Quirinale con finalità eversive. Dall’analisi degli “snodi dei dati”, emerge che il primo account creato sarebbe nato non a Mosca, come ipotizzato in un primo momento, ma a Milano. Un’operazione “schermata” in modo da risultare originata all’estero. Per gli altri account, almeno 150 nei primi minuti, sono stati utilizzati server stranieri, in Estonia e in Israele. “Una sola mano e molto esperta” sostengono gli investigatori. Per la navigazione è stato usato un motore di ricerca - TOR, tipico di chi naviga nel deep web  - che consente di operare senza essere intercettato. Gli indirizzi IP utilizzati sono “dinamici”, cambiano in continuazione, così come i server che veicolano i tweet.  Si cerca quindi un’unica mano, un’unica regia, probabilmente italiana, dello snodo di Milano, certamente “molto esperta” dietro il tweet storm e l’hastag #mattarelladimettiti.