[il caso] L’asse Guerini-Franceschini ha spinto Zingaretti a lasciare. Ora il congresso costituente

La lettera di dimissioni consegnata ieri alla presidente Cuppi. Sabato e domenica l’assemblea dovrà decidere per un segretario traghettatore verso il congresso. E se dovrà essere unitario. I nomi di Pinotti e Serracchiani

Nicola Zingaretti
Nicola Zingaretti (Foto ansa)

Nessun “ripensamento” o “passo indietro”. Nicola Zingaretti si compiace degli appelli a restare ma va fino in fondo. Ieri pomerigio alle 17 ha inviato la lettera di dimissioni alla presidente del Pd Valentina Cuppi con cui conferma quanto annunciato con un post su Facebook giovedì pomeriggio una manciata di minuti dopo le 16. La lettera ha fatto decadere tutti gli organi e le cariche della segreteria Zingaretti. Restano in ruolo il presidente, la quarantenne sindaca di Marzabotto che dal suo insediamento non si è molto fatta sentire e tutti hanno notato come nelle consultazioni della crisi del Conte 2 e per la nascita del governo Draghi, non ha mai pronunciato una parola. Resta in carica il tesoriere, Walter Verini, quel che resta del veltronismo nel Pd, da ieri colui che detiene il simbolo. Soprattutto l’Assemblea, sovrana, già convocata per sabato e domenica prossima (13-14), da remoto, cioè a distanza, unico luogo dove il Pd dovrà decidere il suo futuro. Diciamo subito che si ipotizza l’elezione di un segretario che avrà come uno scopo quello di portare il partito al congresso in autunno, quando si spera di aver raggiunto l’immunità di gregge per riprendere una vita normale. Per il segretario traghettatore girano nomi sopratutto di donne: Roberta Pinotti (corrente Dem, cioè Franceschini) e Debora Serracchiani (corrente Delrio-Martina) . Sarebbe anche un modo per curare una delle ultime ferite di cui Zingaretti è stato ritenuto, a torto o a ragione, il responsabile: nessun ministro donna nelle delegazione Pd. Il contentino dei sottosegretari (5 su sei sono donne) è stata una pezza peggiore del buco.

Al telefono con Franceschini

Ma prima di capire cosa succederà, è importante tentare di capire il motivo per cui tra martedì e giovedì Zingaretti ha deciso di dimettersi, opzione mai presa in esame prima e che ha gettato il partito in una vertigine da vuoto. Usando parole, tra l’altro durissime (“mi vergogno del partito di cui sono segretario da due anni (era il 17 marzo 2019, ndr) e che sa parlare solo di nomine e incarichi nel mezzo di una pandemia”) bollate dal corpaccione degli eletti come “gravissime”, “insostenibili” e pronunciate da un “irresponsabile”. Ad inizio settimana dunque Zingaretti, pur lamentando “lo stillicidio” delle critiche, conferma in direzione il suo “no al congresso in autunno” come gli hanno chiesto Base Riformista (Guerini e Lotti), i sindaci e anche qualche governatore, cioè i territori. Rilancia semmai con il “congresso delle idee” cioè una fase costituente per sciogliere i nodi identitari del Pd, primo fra tutti quello tra riformismo e sinistra, garantismo e giustizialismo, e decidere la propria agenda prima di decidere con chi allearsi. Una posizione netta quella di Zingaretti destinata a vincere nell’assemblea di sabato visto che il segretario ora uscente ha la netta maggioranza dell’assise, il 66%. In questa maggioranza relativa si sono ritrovate, finora, varie correnti: Orlando (circa il 30%); Franceschini (il 20%); e poi Veltroni, Emiliano, la nuova corrente di Bettini che è stata la riserva di Zingaretti ma forse adesso vuole camminare senza, Cuperlo, Delrio su cui sono confluiti anche gli ex di Martina (da gennaio vicedirettore della Fao). Al di fuori di questo 66%, si trovano gli ex renziani di Base Riformista (20%) e i Giovani turchi di Matteo Orfini.
Più fonti parlamentari Pd tra Base Riformista, Area dem (franceschini) e i Dems di Orlando, raccontano che proprio giovedì, subito dopo pranzo, ci sarebbe stata una telefonata (qualcuno parla proprio di un incontro) tra Zingaretti e Franceschini in cui il ministro dei Beni culturali avrebbe spiegato al segretario Pd che l’assemblea avrebbe votato per il congresso. Subito, il prima possibile, e non nel 2023 a scadenza naturale come voleva Zingaretti. Rinviare ad allora il congresso voleva dire blindare il Pd a propria immagine e somiglianza, fare cioè le liste per le prossime elezioni politiche. “Epurare finalmente il Parlamento delle scorie del renzismo”, il vero grande obiettivo di larga parte del Pd. Non tutta.

Asse Guerini-Franceschini

La telefonata avrebbe fatto andare “fuori di testa” Zingaretti. Il segnale chiaro di essere stato lasciato praticamente solo, col cerino in mano, unico responsabile di scelte politiche che in realtà il segretario ha in larga parte subìto: la nascita del Conte 2 (ne sa qualcosa Salvini), il governo Draghi (“o Conte o morte”). Anche l’appiattimento sui 5 Stelle e l’innamoramento di Conte “il nuovo leader federatore del centrosinistra”, sono sembrate scelte favorite da altri leader e consiglieri, soprattutto Bettini, che da Zingaretti. Che poi le ha accettate e condivise. Come del resto le varie direzioni che hanno sempre votato all’unanimità - si dice, perchè è avvenuto quasi sempre da remoto - ogni relazione del segretario. Le stesse fonti arrivano a dire che in realtà “l’asse Guerini-Franceschini” per riprendere in mano il Pd e sottrarlo a “derive di sinistra-sinistra lontane da ogni ipotesi di riformismo che invece è il Dna del Pd”, si sarebbe ricostituito pochi giorni dopo la nascita del governo Draghi.Intorno al 20 febbraio. Quando è iniziato, per l’appunto, il cannoneggiamento e lo stillicidio contro il segretario. Ancora una volta preceduto dai suoi supporter. E’ successo spesso in questi due anni. Il fatto di non essere in Parlamento o al governo è sempre stato il vero problema per Zingaretti. A chiudere il cerchio, giovedì, è stata anche l’intervista del senatore Zanda all’Huff post. Zanda ha posizioni autonome, difficile ricondurlo ad una corrente piuttosto che ad un’altra. In quell’intervista intorno alle 15 di giovedì l’ex tesoriere ha chiesto “un congresso vero” che ridia senso e sostanza e identità al Pd che “deve diventare il partito di riferimento del governo Draghi evitando che finisca in mano alle destre”. Ha spiegato perchè “Giuseppe Conte non può più essere il federatore e meno che mai il punto di riferimento dei progressisti”. Tutto, sommato alla telefonata, è stato un ciaone grosso come una casa alla linea del Pd, del segretario e all’alleanza strutturale con i 5 Stelle che nell’ultimo anno ha avuto come sponsor principale Goffredo Bettini. Le dimissioni, a questo punto, erano il minimo. Zingaretti si è ribellato e ha detto basta: io non faccio più il punchingball per le strategie degli altri. A voi la parola. “E’ ora il momento in cui tutti si prendano le proprie responsabilità” non era riferito a Base riformista, che comunque ha giocato pulito dicendo con voleva e perché, disponibile ad andare all’opposizione interna. Bensì a quelli che hanno condiviso ogni scelta, spesso favorita, in queste due anni.

L’assemblea

La parola passa ora all'Assemblea nazionale convocata da Cuppi il 13 e 14 marzo e che ha solo due possibilità: eleggere un segretario o aprire la fase congressuale. Le diverse correnti concordano sulla necessità di evitare subito questo secondo scenario che porta all'elezione di un vero segretario (e non un reggente o un traghettatore) che dovrà gestire le amministrative in autunno e potrebbe trovarsi a governare l'elezione del Presidente della Repubblica nel febbraio 2022. Ieri è stato un pressing crescente da tutte le parti - anche Stefano Bonaccini, da più parti indicato come il nuovo possibile segretario, e che ha definito “sbagliare” le dimissioni - per far tornare Zingaretti su suoi passi. Ma sia a fine mattinata mentre inaugurava un parco giochi in una periferia di Roma che di nuovo nel pomeriggio, Zingaretti ha tenuto il punto. “Il tema - ha detto - non è un mio ripensamento. Vorrei piuttosto che il mio gesto aiuti il Pd a ritrovare la voglia di discutere anche con idee diverse ma con più rispetto ed efficacia”, in un confronto “più schietto, franco e plurale ma anche solidale”. “Io non ce l'ho fatta ad ottenerlo, perchè più che il pluralismo ha prevalso la polemica” ha chiosato con amarezza. Zingaretti ha rinnovato ieri la sua tessera 2021 al Pd che non aveva ancora fatto in tempo a fare. Dunque c’è e rimane. Il suo gesto pretende però chiarezza.

Un congresso “costituente”

Nell’assemblea del 13 e 14 marzo potrebbe in teoria saltare fuori anche un odg che chiede la conferma di Zingaretti per acclamazione. Ma sembra ormai uno scenario superato. Possibile che venga eletto un nuovo segretario con lo scopo di portare il partito al congresso. E’ già successo dopo Veltroni (toccò a Franceschini), Bersani (Epifani) e Renzi (Martina). In quelle occasioni, però, il calendario non poneva scadenze cosi' impegnative come le amministrative di ottobre che eleggeranno i sindaci di tutte le maggiori città e soprattutto l'elezione dell'inquilino del Quirinale a fine gennaio 2022.
In più è quasi unanime la richiesta non di un congresso ordinario ma di un processo costituente, che ridefinisca l'identità del Pd, la sua visione del Paese, sapendo che l’agenda Draghi sarà naturalmente il discrimine di una scelta. Sostenerla o no metterà di per sè il Pd dalla parte dei riformisti o dei nostalgici della sinistra-sinistra. La richiesta arriva da un po’ tutte le aree. Lo chiedono Matteo Mauri, Roberto Morassut, Michele Bordo, Enrico Morando, tutti di correnti diverse.
Ecco che tutti questi elementi potrebbero portare ad escludere una eventuale reggenza di pochi mesi in favore di un segretario con “pieni poteri” che magari si impegni ad avviare questa fase, non appena la pandemia lo consentirà.

Segretario unitario?

Il tema in discussione già in queste ore dentro la maggioranza interna, quella ha ha sostenuto finora Zingaretti, è se eleggere da sola il segretario oppure, come chiede Mauri, un segretario “unitario” che coinvolga almeno Base riformista. Il “toto nomi” dipende dalla risposta a questa domanda. Il nome di Andrea Orlando, escluderebbe Base Riformista dall'intesa, mentre si discute se una figura come quella di Roberta Pinotti (di Area Dem, l'area di Franceschini e Fassino) sia o meno troppo connotata per favorire un accordo largo. Altri nomi, come quello di Graziano Delrio, potrebbero non essere graditi da quanti nella maggioranza vogliono un proprio dirigente, per avere semmai dopo una gestione unitaria. Nelle chat si chiede una donna (oltre a Pinotti, Debora Serracchiani) per tentare di vincere quello che Marianna Madia ha definito “il machismo” del Pd.

Il Campidoglio per Zinga?

Il segretario uscente è molto attivo in queste ore sui social e ha molti appuntamenti. Nella sua Roma e nel suo Lazio che sta registrando le performance migliori nella lotta al virus e nella campagna di vaccinazioni. Un fore all’occhiello per Zingaretti e la sua squadra. In molti nelle ultime settimane prospettano al segretario una way out dal Nazareno e indicano la strada del Campidoglio. Dove avrebbe l’appoggio dei 5 Stelle, al netto del problema Raggi ma forte dell’appoggio di Roberta Lombardi, nei fatti già entrata nella giunta Lazio. Giovedì però, un paio d’ore dopo la notizia delle dimissioni, è uscita una dichiarazione dell’ex ministro economico Roberto Gualtieri molto aperta verso l’ipotesi Campidoglio. Per sè stesso, però. Non per Zingaretti. La politica è piena di Giuda. E la corsa alla segreteria è appena cominciata. Con una domanda: ha ancora senso il progetto politico che nell’aprile 2007 portò alla nascita del Pd?