Dietro l’assalto a Montecitorio molta disperazione e qualche infiltrato. Il governo studia risposte economiche

Ieri manifestazioni in tutta Italia. Non c’è ancora una regia unica ma l’antiterrorismo registra un salto di qualità e la presenza di infiltrati legati alle destre. A Roma in piazza la rete di #ioapro, ristoratori, palestre, bar, piscine. L’appello via web: “Domani li tiriamo fuori dal palazzo”. Il premier vuole dare sostegni solo a queste categorie

C’è Ermes, ristoratore di Modena, che ha lo stesso cappello di pelo con le corna diventato il simbolo dell’assalto dei sovranisti a Capitol Hill il 6 gennaio scorso. Ci sono Antonio, anche lui da Modena, con braccia tatuate e dita piene di anelli di metallo,  Momi da Firenze e Yuri che fa il comunicatore dei ristoratori.  Ci sono più di tremila persone e ce ne dovevano essere la metà. Non sono sovranisti, e meno che mai suprematisti, non sono di destra e neppure di sinistra. Sono titolari di ristoranti, bar, palestre, piscine, hotel, vengono da tutta Italia, sono sinceramente disperati e vorrebbero, questo sì, anche loro entrare dentro il Parlamento, varcare quel portone che sta lì a trenta metri e andare a vedere che faccia farebbero “i fighini da brodo che prendono 14 mila euro al mese”. Un fighino da brodo in realtà lo invitano a parlare, si chiama Vittorio Sgarbi e coglie ogni occasione per urlare “aprite la vita, l’arte, la cultura, basta chiusure decise da uno stato tiranno e liberticida”.

Quella di Roma in piazza di Montecitorio è la manifestazione più difficile, per i manifestanti e per la polizia costretta a caricare per vanificare il tentativo - erano già state lanciate le transenne -  di un ingresso non autorizzato nella Camera dei deputati. Ma le manifestazioni ieri sono spuntate a Milano dove gli ambulanti hanno bloccato il centro, in Campania a Napoli dove è stata bloccata la A1, a Imperia e in tante altre città. Un solo grido: “Riaprire subito per non morire di crisi”. In quelle ore Mario Draghi è di ritorno dalla Libia, la sua prima missione all’estero, per “ricostruire l'antica amicizia tra Italia e Libia” e parlare con il Primo Ministro Abdulhamid Dabaiba di infrastrutture, energia, scambi culturali e migranti.  E’ quasi sera quando torna a palazzo Chigi e trova i due palazzi ancora circondati dai blindati di polizia, carabinieri e guardia di finanza. E s’è rimesso subito a fare i conti dei vaccini che devono arrivare e quelli già arrivati, quelli ancora nei frigoriferi, ha chiamato il commissario Figliuolo per capire lo stop dei giorni di Pasqua nelle somministrazioni (500 mila in tre giorni). Quella gente là fuori ha ragione e ha tutta la comprensione, ma finchè la curva dei vaccinati non incrocia in salita quella dei contagiati - in discesa - riaprire non è possibile. E Draghi sa già che domani l’incontro con i governatori sarà molto duro sul punto aperture/chiusure.

L’appello: “Abbiamo preparato la guerra"

"Chiediamo libertà, siamo imprenditori”, “ci state levando tutto, anche la speranza” gridavano a gran voce i manifestanti in piazza Montecitorio per dire no alle chiusure del governo. Da gennaio questa piazza ospita quasi ogni giorno manifestazioni di intere categorie condannate alla chiusura ormai quasi da un anno. Tutti li davanti al grande portone del palazzo che ospita la Camera dei deputati. Cori e grida più o meno vivaci, i primi tempi qualche leader politico passava di li, soprattutto Meloni e Salvini, talvolta qualcuno è riuscito a farsi ricevere da Conte, il servizio d’ordine ha sempre molto tollerato la disperazione reale di queste persone. Ma ieri s’è capito subito che sarebbe stata una giornata diversa: troppa gente accalcata nella piccola piazza, fin da subito troppo agitati, qua e là alcune citazioni del 6 gennaio a Washington - una su tutti lo sciamano Jake Angeli che guidò l’assaltò al Senato americano - che non promettevano nulla di buono. La Digos ha subito notato anche la presenza delle bandiere e delle tartarughe frecciate di Casa Pound. “Ospiti” non invitati, presenti per solidarietà. Loro, come altri, avevano seguito l’appello via web di Antonio da Modena, Momi da Firenze, Yuri e Lorenzo: “Ragazzi, noi siamo già a Roma a preparare… il campo di battaglia. Ci prepariamo alla guerra - dicevano nel video-appello postato su Facebook il 5 gennaio -. Dobbiamo invadere la Capitale e spiegare a questi fighetti da brodo che noi il 7 apriamo. In sicurezza ma apriamo. Perchè non ce la facciamo più, siamo tutti pieni di debiti per via dei costi fissi, affitti e bollette, che paghiamo da un anno pur essendo chiusi. Venite domani, più siamo e prima li tiriamo fuori da lì. Perché noi siamo il popolo".

Quello di ieri doveva essere la tappa finale del tour italiano delle rete  #ioapro con Mio Italia (Movimento Imprese Ospitalità), La Rete delle Partite Iva, Apit Italia, Pin, Associazione Fieristi Italiana e Lo Sport è Salute. Tutte quelle che, appunto, hanno manifestato in questi mesi. Finale dopo tre mesi in giro per l’Italia (dal 14 gennaio) perché appunto domani, oggi, "Io apro".
 E infatti dopo pochi minuti, la prima fila ha tentato - riuscendoci - ad impossessarsi delle transenne e ha muovere qualche passo verso il grande portone. A quel punto è saltato il gentleman agreement rispettato finora tra manifestanti e forze dell’ordine e messo nero su bianco nella circolare del Capo della polizia (“criteri di proporzionalità in una prospettiva di bilanciamento tra il diritto di manifestare, l'esigenza di salvaguardia della salute collettiva e la necessità di contrastare con rigore atti di violenza”). Un lacrimogeno, lancio di oggetti, parapiglia frontale,  qualcuno ha lanciato le transenne, molti si sono levati le mascherine, altri hanno tirato pezzi di bottiglia rotte. La piazza è stata subito circondata - era stato allestito in via preventiva e sulla scorta del video appello il dispositivo per i grandi numeri -, si sono alzati manganelli e sono partite cariche di alleggerimento di piccoli gruppi. A volte vere e proprie missioni chirurgiche, mirate a prelevare dal gruppone frontale i soggetti più agitati. È finita con sette fermi tra i manifestanti e due agenti feriti. Una delegazione alla fine, verso le 18, è riuscita ad entrare ed è stata ricevuta dai i deputati Pd Emanuele Fiano e Stefano Sensi e anche dai deputati di Fratelli d’Italia.

E l’agente s’è tolto il casco

"Questa è una protesta per la disperazione. Ci hanno solamente riempito di promesse, di parole e ci continuano a prendere in giro. Il Covid c'è per tutti ma noi siamo l'unica categoria chiusa nonostante abbiamo rispettato tutti i protocolli e le regole imposte. Adesso vogliamo dire basta” diceva nell’attesa del ritorno delle delegazioni il proprietario di un ristorante. “Noi vogliamo solo riprendere ciò per cui siamo nati, cioè lavorare. Oggi vogliamo ribadire l'importanza del diritto al lavoro e non riusciamo ancora a capire il motivo per il quale hanno stabilito loro quali siano le categorie essenziali e quelle non essenziali” aggiungeva un altro manifestante. A quel punto un agente della prima fila s’è tolto il casco ed è andato in mezzo ai manifestanti. Per parlare. Condividere. Ed è partito un lungo applauso. Tra gli ultimi a mollare l’uomo vestito come "lo sciamano Jake Angeli" di Capitol Hill. Ermes, ristoratore modenese di 51 anni, è già il simbolo della protesta di Roma. "La mia attività è già aperta dal 15 gennaio e oggi sono venuto qui a portare la testimonianza che si può rimanere aperti. Ho pensato a questo travestimento perché se quello in America ha fatto il giro del mondo e tutti lo hanno notato forse l'unico modo di farsi sentire è questo: vestirsi da pagliacci per farci ascoltare e far capire tutta la nostra disperazione".

Occhio agli infiltrati

Nonostante le suggestioni, non c’è alcun parallelo con l'assalto dei trumpisti a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. Anzi, tutto sommato le tensioni in Italia contro le chiusure e i lockdown “non hanno raggiunto le tensioni di altri paesi”. Il ministro Lamorgese ieri ha difeso le forze dell’ordine, biasimato chi le ha ferite ed elogiato il difficile lavoro che da un anno stanno facendo per garantire la tenuta sciale. Ci sono gli agenti in servizio ogni volta a fare da cuscinetto tra i cittadini furiosi e la regole dello Stato. Detto questo tutti hanno potuto analizzare la scena, individuare la strumentalizzazione politica (bandiere di Italexit e Casa Pound) e la presenza di infiltrati e agit pro. E’ una costante: ogni volta che c’è una manifestazione per le aperture, si registra la presenza di infiltrati. Ieri ce n’erano parecchi. L’antiterrorismo - dove ha fatto tutta la carriera il nuovo capo della polizia Lamberto Giannini - parla chiaro: in assenza di una riapertura delle attività e di una ripresa economica la situazione è destinata a peggiorare. E sono in aumento sul web le campagne di disinformazione e le teorie cospirative - sul modello dell'americana Q-Anon - che usano la pandemia per propagandare istanze ribellistiche contro il Governo e la “dittatura sanitaria”.  Un paese in ginocchio è senza dubbio un terreno fertile.

Il salto di qualità. Anche per Draghi

Ora Draghi deve fare i conti anche con questo salto di qualità. Fin dal sui primo discorso in Parlamento, il premier ha dimostrato di avere ben presente il destino di queste categorie e ha detto più volte di comprendere i loro sacrifici. La risposta però non può più attendere. E può essere solo di due tipi: l’intervento dello Stato per ammortizzare i costi fissi; far ripartire le attività. Il segnale atteso arriverà innanzitutto con i ristori. Con un obiettivo: “Sostegni immediati e in tempi certi, intervenendo con nuovi stanziamenti anche per le chiusure di queste settimane” fanno sapere fonti di maggioranza. L’obiettivo è destinare l’ultimo scostamento di bilancio (almeno 20 miliardi) solo per le categorie delle filiere del turismo, della cultura, eventi e ristorazione rimaste chiuse da ottobre. Draghi lavora senza sosta sui vaccini e il nuovo caso Astrazeneca non aiuta. E sul tema delle chiusure.
La linea di Draghi resta quella “scientifica”: aperture graduali solo se i dati lo permetteranno, con attenzione particolare alla scuola. Ma il pressing del centrodestra aumenta. Nei prossimi giorni Matteo Salvini dovrebbe incontrare il premier e dovrebbe consegnare il piano per le aperture a cui stanno lavorando in queste ore i “suoi” governatori. “L’impegno del governo è massimo per alleggerire il prima possibile la restrizioni” dicono fonti dell’esecutivo. Dove i “rigoristi” - Speranza, Franceschini e 5 Stelle - continuano a negare che ciò possa avvenire nel mese di aprile. Tutto dipenderà dai dati, dei vaccini e del contagio. Solo allora Draghi potrà convocare la cabina di regia per fare il punto della situazione.