Il Colle, ‘irritato’ con Renzi come con Conte (ma di più con il primo) attende le mosse del secondo per aprire la crisi

L’appello del “Grande Costruttore” - Sergio Mattarella - è stato disatteso da tutti

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (foto Ansa)
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (foto Ansa)

Delusione e preoccupazione sono i due sentimenti che albergano nel cuore dell’attuale inquilino del Colle. La ‘delusione’ il Capo dello Stato la prova verso i due principali responsabili della crisi in atto, Renzi e Conte (più Renzi che Conte, ‘ma anche’ Conte). La ‘preoccupazione’ è per le sorti del Paese che, in piena crisi pandemica, sociale, economica, deve affrontare le incognite di una crisi al buio. Mattarella – che ieri ha ricevuto il premier, Giuseppe Conte (nel primo pomeriggio e per circa quaranta minuti, dalle 14 alle 14.40), dopo aver visto, ieri mattina, il presidente della Camera, Roberto Fico, e dopo ‘non’ aver visto la ex presidente della Consulta, Marta Cartabia (la notizia di un suo colloquio con una delle principali ‘papabili’ per guidare un governo di unità nazionale o solo elettorale era stata diffusa da alcuni giornali di destra è stata smentita nel senso di una ‘salita’ fisica della Cartabia al Colle, ma non di un contatto) si è chiuso in un ostinato, e corrucciato, mutismo. “Il Presidente non parlerà fino a quando la crisi non sarà formalizzata da parte del presidente del Consiglio con la sua richiesta di andare in Parlamento o con le sue dimissioni formali” spiegano autorevoli fonti del Quirinale.

La prima risposta del Colle alle parole di Renzi: silenzio

Riprendendo il filo della giornata di ieri vissuta con occhi ‘quirinalizi’ e volendo riprendere il filo della matassa, va detto che la ‘prima risposta’ del Colle, dopo le parole del leader di Iv, Matteo Renzi, che nella conferenza stampa di ieri sera ha aperto di fatto la crisi di governo del Conte due con il ritiro della delegazione di Iv (due ministre e un sottosegretario), è stata quella del…. silenzio. “Il premier e la maggioranza di governo devono valutare, per primi, il discorso del leader di Iv – filtrava ieri sera dal Quirinale – noi siamo solo, per ora, spettatori attenti della crisi”. La battuta dei collaboratori di Mattarella diventa quindi questa: “Da ora in poi entriamo in silenzio stampa”. Traduzione: “Prima deve essere Conte a valutare e rispondere alla mossa di Renzi. Noi non possiamo aprire la crisi di governo se ancora non l’ha sancita Conte. Puntate i fari su palazzo Chigi e toglieteli dal Colle. Noi, per ora, restiamo muti…”.

Sul filo del diritto: chi apre la crisi, Conte o il Colle?

Qui, però si entra in un terreno delicato, tutto da giocare sul filo del diritto costituzionale e della prassi repubblicana. Un Capo dello Stato cosa deve fare? ‘Attendere’ che il premier decida di dimettersi e lasciargli fare, nel frattempo, di tutto - dall’andare in Parlamento a cercarsi la fiducia al prendersi l’interim delle due ministre dimissionarie al sostituirle fino all’organizzare proprie consultazioni per altre maggioranze – oppure il Colle può, e deve, interrompere questa spirale, scandire il proprio ‘il Big Bang ha detto stop’, convocare il premier al Quirinale e scandire lui, Mattarella, le sue mosse e quelle della crisi – sostanziale, anche se non formale – che ormai è in atto? Insomma, il ‘modello’ che un Capo dello Stato deve seguire è quello ‘non interventista’ (alla Ciampi, per dire) o quello ‘interventista’ (alla Napolitano, ma anche alla Scalfaro o, molto prima, alla Cossiga)? Questioni di lana caprina? Forse, ma questioni non da poco. Come e se il Colle deciderà di sbrogliare la crisi di governo, infatti, essa prenderà una strada ed esito piuttosto che altri. Eppure, Mattarella il suo ruolo e peso lo aveva speso: a Conte ha detto ‘apri a Renzi’, a Renzi ha detto ‘aspetta’.  

“La palla è nelle mani del presidente del Consiglio” è dunque il refrain del Colle perché la crisi non è stata ancora formalmente aperta e rimane tutta politica. Dopo il lungo confronto (50 minuti) con Conte, Mattarella entra in stand-by in attesa di conoscere l'evoluzione del braccio di ferro tra il premier e Renzi. La delusione, però, è palpabile, per usare un understatement adatto alla presidenza della Repubblica. Il lavoro a tenaglia esercitato da Mattarella e dal Pd era riuscito a convincere un dubbiosissimo Conte a lanciare un ramoscello d'ulivo al leader di Italia Viva. In soldoni, si trattava dell'apertura a un tavolo politico per un patto di legislatura che Mattarella ha ‘imposto’ a Conte.

Monito del Colle: “Uscire dalla situazione di incertezza”

Un'apertura non da poco e che arrivava, obtorto collo, da parte del premier, solo dopo che il capo dello Stato aveva ribadito al premier che non vedeva di buon grado l'idea di ricorrere a un gruppetto di Responsabili non meglio identificati per sostituire i parlamentari di Italia Viva. Una posizione - peraltro nota da tempo - che vede il presidente contrario all'ipotesi di “governi abborracciati”, fragili e a rischio di impallinamento ad ogni passaggio parlamentare.  “L’incertezza”, aveva fatto notare anche in passato come ieri, il Presidente al premier ancora formalmente in carica, difficilmente potrebbe essere sanata da una maggioranza che si regga su una manciata di voti sparsi, i Responsabili. La linea di condotta permanente nel settennato di Mattarella - che si comprende con ancora maggiore chiarezza oggi, e cioè in un momento drammatico nel quale il Paese necessita di una maggioranza coesa per le scelte durissime di limitazioni delle libertà personali e per le decisioni epocali in campo economico – è di “fare presto, bene e insieme”. Ecco perché Mattarella ha accompagnato il premier Conte all'uscita del Quirinale con una raccomandazione finale ben precisa: qualunque cosa tu poi decida, fai presto. Quasi identiche le parole rivolte a Renzi, sembra in un colloquio telefonico: “C'è la necessità di uscire velocemente da questa condizione di incertezza, a fronte dell'allarmante situazione causata dalla pandemia”.

I toni di Mattarella: aspri con entrambi i ‘duellanti’

C’è chi racconta il tenore del colloquio tra Mattarella e Conte in modo ancora più drammatico, con toni – da parte del Capo dello Stato – assai duri e aspri, per lui inusuali, ma di toni altrettanto duri usati con Renzi, questa volta al telefono. Le parole rivolte a Conte, uscendo dal ‘quirinalese’, linguaggio paludato, soft, moderato, sono: “Ma come ti è venuta in mente la nota di ieri contro Renzi! E' stato un azione impolitica”. Qui parte un botta&risposta con il premier che ribatte: “No, è stata un azione difensiva”. Ancora Mattarella: “Tu, i partiti di maggioranza, i suoi leader, avete dato un pessimo spettacolo davanti al Paese in crisi. Ora dovete fare quello che non avete fatto fino a ieri: trattare e ricomporre il quadro, quello della maggioranza”. Ma anche i toni usati con Renzi sarebbero stati assai duri: “Basta con la logica del ‘più uno’, del rilancio continuo, della sfida. Metti questi toni e queste modalità da parte. Siediti attorno a un tavolo con Conte e tutti gli altri per assicurare, al governo e alla maggioranza, una ripartenza”.

Il ‘metodo’ di lavoro chiesto dal Colle: il Recovery Plan

Infatti, la richiesta, perentoria, del Colle rivolta a Conte è di “chiamare tutti i segretari di partito per metterli intorno a un tavolo e siglare un nuovo e vero patto di legislatura”, seguendo un metodo di lavoro che deve essere “quello del Recovery, sensibilmente migliorato grazie al contributo di tutti”. L’altra richiesta, altrettanto perentoria, del Colle e rivolta, in questo caso, e da giorni, a Conte, Renzi e tutti gli altri, sarebbe stata, ovviamente e comprensibilmente, quella di “mettere in sicurezza, nell’ordine, “piano vaccini, norme anti Covid, etc.”, ma soprattutto “scostamento di bilancio (24 miliardi, che vanno votati a maggioranza assoluta, ndr.) e decreto Ristori. Provvedimenti urgenti e indifferibili” – chiude il Colle – che “non possono essere disattesi”.

Infatti, come si sa, il presidente della Repubblica continua a guardare con preoccupazione ai prossimi appuntamenti politici e parlamentari, da quelli più vicini come il nuovo scostamento di Bilancio e il decreto Ristori, pur sapendo che questi nodi possono essere sciolti con una certa facilità, fino soprattutto all'avvicinarsi delle scadenze parlamentari per l’approvazione del Recovery plan (c'è tempo fino ad aprile e il dialogo con Bruxelles è buono, sottolineano fonti del Quirinale). Ma tutti scadenze e appuntamenti che confermano come l'esigenza è di non lasciare il Paese senza guida. “Nave sanza nocchiero in gran tempesta”, per dirla col sommo poeta Dante Alighieri nel 2021 tornato di moda.

Infine, un’ultima stoccata rivolta a Conte: “l’operazione ‘Responsabili’, abborracciata e sfilacciata come è finora, per me non esiste. Voglio nomi, numeri, date, un gruppo con un simbolo depositato e un fatto politico nuovo, cioè un idea di partito e di coalizione. Senza, non ti rimando davanti alle Camere”. Duro anche l’avvertimento a Renzi: “Non decidi tu quando si apre la crisi e come si chiude, se si formano nuovi governi e nuove maggioranze. Calmati”.

A fine giornata, i toni di Conte si placano (da qui l’apertura a Renzi e alla ricomposizione della maggioranza, apertura che fino al giorno prima il premier si era ben guardato dal voler fare e dal fare) mentre quelli di Renzi si alzano assai (le dimissioni delle due ministre in conferenza stampa e, con l’omaggio formale reso a Mattarella, la risposta alle sue richieste di ‘frenare’ sull’orlo del burrone: no, vado avanti). L’appello di Mattarella il Costruttore resta lettera morta.

Le carte di Conte: conta in Aula con o senza reincarico

Eppure, le pressioni per evitare che Conte drammatizzi ulteriormente la situazione con una conta al buio in aula a caccia dei Responsabili, ricordando tutti – anche il Colle - che ai tempi dello scontro con Salvini non ci fu alcun voto, fatto che aprì nella forma e nella sostanza al reincarico, mentre una ‘conta’ in Aula, se persa, non lo permetterebbe, si sprecano. Arrivano dal Colle, ma pure dal Pd e persino da Grillo che chiede un ‘governissimo’ con dentro tutti, ma Conte ora vuole tirare dritto e andare allo scontro diretto. Il lavoro per rimanere nel perimetro dell’attuale maggioranza, con un premier politico (che può essere lo stesso premier uscente, ma non necessariamente lui) va in fumo e presto. Invece, lo schema che preveda un presidente di garanzia per tutti (nel borsino salgono le quotazioni del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, e scendono quelle della Cartabia), concordato con il Quirinale, e che preveda una squadra di ministri politici, iniziano a salire vorticosamente.

Certo è che, se lo show down finale, dovesse andare in atto, Conte potrebbe giocarsi un’ultima carta: salire al Colle per uscirne formalmente non dimissionario, ma solo ‘congelato’ con l’obiettivo di ‘assicurare’ al Paese il varo dei cruciali provvedimenti su Covid e scostamento di bilancio, necessario per approvare il quinto decreto Ristori, provvedimenti in programma, in cdm, tra oggi e venerdì. Un estremo scampolo di tempo per ricomporre una situazione che ad oggi, complici le mosse dei suoi due principali protagonisti, sembra essere andata in frantumi.

L’ipotesi delle dimissioni ‘congelate’ ancora resiste

Il premier, dunque, ha ora davanti a sé diverse strade. Potrebbe accogliere l'invito di Renzi a presentarsi alle Camere per una verifica della tenuta della sua maggioranza (magari dopo aver congelato le dimissioni delle ministre di Iv prendendone l’interim su di sé) e decidere, dopo aver sentito il dibattito parlamentare, se andare alla conta o salire al Quirinale per dimettersi, come successe durante la crisi del governo giallo-verde. I governi, infatti, nascono e muoiono in Parlamento – almeno nella teoria e in dottrina - e dunque prima o poi un passaggio in Parlamento viene considerato una cosa scontata. In caso di rinnovata fiducia Conte proseguirebbe il suo impegno, altrimenti dovrebbe dimettersi. Solo dopo le sue eventuali dimissioni, il Capo dello Stato entrerebbe ufficialmente in campo, aprendo le consultazioni al Quirinale per verificare se la maggioranza ha ancora intenzione di sostenere Conte, se intende restare unita ma sotto un'altra guida o se non ci sono nemmeno più le condizioni per proseguire l'alleanza. Sullo sfondo, ma sconsigliato da tutti, resta la strada del voto anticipato, chiesto dal centrodestra in modo compatto. Dal Colle non viene nessun consiglio in questo momento, che è totalmente politico e per ora ancora assai poco istituzionale. L'unica raccomandazione che il Presidente vorrebbe assolutamente che venisse accolta, da parte di tutti, è quella consegnata ieri al premier: bisogna uscire presto da questa incertezza.

Presto il ‘Grande Costruttore’ irromperà sulla scena

Ma se i moniti e parole e consigli del Capo dello Stato sono fino a ora rimasti inascoltati, a partire dal bellissimo discorso di Capodanno con l’elogio dei ‘costruttori’, il ‘Grande Costruttore’ stesso, cioè il presidente Mattarella stesso sta per ritornare prepotentemente sulla scena politica. E non solo quella italiana. Come ha ben spiegato il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola, che con il presidente ha una buona frequentazione, “ai colleghi europei che mi chiamano per chiedere spiegazioni dico che Mattarella è la garanzia della tenuta politica e sociale del Paese”. Ma se bisogna fare presto, come sanno tutti, Colle compreso, quanto il Quirinale, di fronte a una crisi politica al buio, potrebbe resistere alle pressioni di un centrodestra – oggi maggioritario nel Paese - che già gli chiede di far tornare al voto gli italiani? Tra l'altro con la riforma costituzionale sulla riduzione dei parlamentari è pienamente in vigore: con il Rosatellum, l’attuale sistema elettorale (proporzionale, ma con forte correzione maggioritaria), si può andare a votare in ogni momento, “probabilmente a inizio maggio”, sussurrano fonti parlamentari dem vicine al Colle. Ma queste sono considerazioni che Mattarella prenderà in esame, forse, solo più avanti. Per adesso la parola è a Chigi. Il Colle resta, formalmente, silente, ma lo resterà per poco.