Dal papà di Renzi a Conte premier, da Junker al figlio di TheFerragnez: è stato l'anno più pazzo della politica italiana

Il 2018 è iniziato con gli ultimi scampoli crepuscolari del renzismo ed è finito con gli squilli di tromba del governo giallo verde. È stato l'anno dei porti chiusi e dei ponti crollati e siamo diventati il Paese della miseria dei super poveri e del lusso super cafoni.

Dal papà di Renzi a Conte premier, da Junker al figlio di TheFerragnez: è stato l'anno più pazzo della politica italiana

È stato l’anno più pazzo della politica italiana, quello che è iniziato con gli ultimi scampoli crepuscolari del renzismo (sia pure nella versione felpata de governo “fotocopia” di Paolo Gentiloni) ed è finito con gli squilli di tromba del governo giallo verde, quello dei due tweet-vicepremier, del reddito di cittadinanza e di Quota 100 (meno male), ma anche della nave Diciotti sequestrata e dei troppi condoni (purtroppo).

È stato l’anno iniziato (per chi ama la chiave di lettura del familismo italiano) con la saga di papà Renzi e della Consip, e si è chiuso con la saga minore di papà Di Maio e del suo piccolo abuso di campagna: il primo minacciava querele, il secondo almeno chiede scusa. È stato l’anno che è iniziato (per chi ha a cuore le istituzioni) con gli emendamenti-canguro e con i colpi di fiducia del centrosinistra per costringere il Parlamento. E' stato l’anno che si è chiuso con i voti di fiducia del "governo del cambiamento", per coercire il Parlamento. Era l'ultimo anno dei giovani vecchi del Pd, i renziani del #ciaone e della #voltabuona, è diventato il primo anno dei ribelli a 5 stelle, con in testa il mitico comandante De Falco, “vadaabordocazzo!”, poi espulso.

È stato l’anno in cui Jean Claude Junker ha incespicato per la sua leggendaria “sciatalgia” (i maligni dicono per il cognac, non può essere vero) grazie a cui è diventato: prima il simbolo della vecchia Europa e lo zimbello della rete, e poi il sorvegliante d’Italia e “la colomba” nella trattativa con il nostro governo.

È stato l’anno dei terremoti (di nuovo), dello tsunami in Veneto e Trentino (per la prima ma anche per ultima volta, speriamo), l’anno del suolo che crolla, del Bel Paese che si tropicalizza, delle villette abusive sommerse dalle esondazioni dei fiumi tombati. Ed è stato -soprattutto - l’anno del Ponte Morandi: quello del crollo fatale, il simbolo luminoso e più inquietante dell’incompiutezza e della decadenza italiana. Il ponte era stato l’orgoglio dell’Italia del boom, di quel paese giovane che si rimetteva di corda in piedi dopo la guerra, è diventato l’emblema della crisi, del paese vecchio che lentissimo non riesce a risollevarsi mai.

Era stato l’anno del ministro della pubblica istruzione con laurea tarocca, la mitica Valeriona Fedeli (purtroppo non si è mai dimessa), ed è stato anche l'anno di Andrea Mura, il leggendario deputato velista de M5s, che andava in regata dicendo: "Si può rappresentare il proprio paese e svolgere il mandato parlamentare anche sul punto di una barca” (per fortuna si è dimesso). È stato l’anno delle quattro ginnaste azzurre di colore con l’oro al collo, italiane di nuova generazione, mirabile esempio dell’Italia più moderna, ma anche è stato anche quello dei bambini figli di extracomunitari di Lodi, italiani di nuova generazione anche loro, perseguitati da un miserabile esempio di cripto-razzismo della vecchia italia più retrograda (per fortuna un giudice ha provveduto a ristabilire giustizia).

È stato l'anno dei porti chiusi e dei ponti crollati ma - anche - l’anno di nascita di Leone Fedez-Ferragni, il primo neonato web-sponsorizzato fin dalla culla. E in effetti tutta la politica italiana - a ben vedere - si è un po' “ferragnizzata”: il potere è diventato social frendly, qualsiasi cosa questo voglia dire. È tutto un proliferare di meme, di spot, di autopromozione, di pubblicità occulte, di marchette.

Ma è stato anche l’ultimo anno di Matteo Renzi alla guida del Pd (sia detto nell’interesse del Pd), chiuso da una luminosa sequenza di rassicurazioni: tranquilli, vinco il referendum ho più de 50%, tranquilli, ho perso il referendum ma vincerò ancora perché ho comunque il 40%, tranquilli prendo il 35% da solo, tranquilli prendo il 35% con i miei alleati e vinco lo stesso, tranquilli arrivo primo comunque, con il mio partito. Siamo rimasti tranquilli, il Pd è arrivato terzo, e ha preso il 18%, il minimo storico del centrosinistra dal 1946 a oggi. Renzi se n’è andato a casa ed è finito a fare filmini in tv su Firenze, per pagarsi le rate del mutuo del  villozzo di consolazione.

Salvini è passato dalle felpe autobrandizzate, alle casacche dei corpi militari e ausiliari, vestito da pompiere, da poliziotto, da guardia forestale (manca il camice da crocerossina, ma non disperiamo), un ministro Fregoli. Mentre Silvio Berlusconi è sempre lì, sta meditando il suo ottavo ritorno e il suo nono abbandono.

Ma la politica non è solo nel racconto della politica. Siamo diventati il paese dove non si può più dimenticare la miseria dei super poveri e il lusso super cafoni. L’Italia che ha iniziato l’anno con una rivolta in rete per i jet privati ostentati da Sofia Bruganelli in Bonolis ma che poi applaude ai balletti sfigati di Gianluca Vacchi. Siamo un paese di poveri con le griffe, di gente che non mette insieme il pranzo con la cena, ma che non rinuncia al 55 pollici e al telefonino.

È stato l’anno di due primi ministri designati che sono durati solo 24 ore: Cottarelli (per fortuna) e Sapelli (purtroppo). È stato l‘anno del premier venuto dal Sud, Giuseppe Conte, dopo essere stato uno studente fuorisede: "Abitavo in una casa a La Rustica, fuori dal raccordo anulare, arrivavo sempre in ritardo senza trovare posto". Ma gli ultimi diventano primi e Conte è diventato addirittura primo ministro: "Io il politico più popolare d’Italia? Posso immaginare solo due risposte: o è un errore, oppure non andare in televisione fa bene" (almeno L’autoironia non gli manca).

È stato l’anno del grande veto di Sergio Mattarella sul grande vecchio Paolo Savona, designato all’Economia. Savona però è entrato nel governo lo stesso, immortalato in quella meravigliosa vignetta di Osho in uno scatto in cui guarda il collega Tria e la vignetta dice: "Te va de fa a scambio de ministeri?" (Cult). Ezio Greggio ha condotto la sua ultima puntata di Striscia la notizia, Elisabetta Gregoraci ha lasciato Flavio Briatore, e Sharon Stone ha festeggiato i suoi sessant’anni - chissà perché - in Puglia. Noi stessi a volte non ci sentiamo molto bene.

Siamo l’unico paese al mondo dove uno studio di avvocati sono riusciti a pignorare i mobili di una filiale di Equitalia per una fattura non pagata. L’unico in cui una prostituta è stata compromessa da un onorevole e non viceversa. La Isoardi ha finalmente smesso di stirare le camicie, Cristiano Ronaldo purtroppo si è ambientato anche alla Juve. L’ultima notizia carina dell’anno è quella del fioraio napoletano che nascondeva petardi dentro Mazzi di mimose. Ci piace un botto. Ma anche dietro questo dettaglio - a ben vedere - ci sono il doppio fondo, la doppia Italia, la doppia realtà. Alla fine, per chiudere un anno di transizione incompiuta fra vecchio e nuovo cade a fagiolo l’ultima battuta dell’anno 2018 di Osho: "Buona fine e buon principio. Dar 2 ar 30 poi pure morì”. Ci vediamo nel 2019.