L’agenda Di Maio al governo: “Vogliamo istituzioni all’altezza”, “giù le mani dalle nostre riforme”, “no alleanze con il Pd”

Successo della piazza pentastellata ieri a Roma. I ministri governisti come D’Incà e Patuanelli tenuti giù dal palco di Santi Apostoli. Precisano: “Questa non è una manifestazione contro il governo”. Cartelli scritti a mano per dire no al Pd. Primo banco di prova è la Liguria. Poi la Campania. Insulti ai giornalist

L’agenda Di Maio al governo: “Vogliamo istituzioni all’altezza”, “giù le mani dalle nostre riforme”, “no alleanze con il Pd”

Al grido “no alle alleanze”, questi “sono delle merde” e s’intende i partiti a cominciare da quel Pd che li vorrebbe strutturare che è molto di più che alleare, “sti stronzi andassero a fare…”, “giù le mani delle nostre riforme” e via di questo passo, i Cinque stelle ritrovano l’orgoglio della piazza e un pezzo di identità perduta. Un po’ di passato per provare a puntellare un futuro incerto e nutrire un presente informe. Primo pomeriggio di un sabato romano quasi primaverile. La piazza è tra le più piccole tra quelle riempite in questi ultimi sette anni, il budello lungo e stretto di Santi Apostoli, a due passi da piazza Venezia, è il luogo ideale per l’effetto ottico di un’adunata affollata (“siamo diecimila” dice Francesco D’Uva, ex capogruppo alla Camera)  a fronte di tremila persone reali. Si riempie in fretta e dà quel senso di pieno che fa contento ogni organizzatore.

Il Movimento si ritrova in piazza

 Al di là dei numeri reali, la piazza convocata due settimane fa da Luigi Di Maio ma poi costruita pullman dopo pullman da Paola Taverna, è una bella notizia per il Movimento. E una spina nel fianco della maggioranza che sostiene il governo. Perché se l’hastag della manifestazione #maipiùvitalizi  domina il palco e i cartelli gialli distribuiti con solerzia dagli organizzatori ai supporter (“non ci arrendiamo”) e ricorda l’occasione per cui questa piazza è stata convocata, non c’è dubbio che l’identità della manifestazione è tutta politica. E la battaglia contro i vitalizi ne è solo una piccola parte. Un quinto, forse. I restanti 4/5 portano ben altro messaggio: nessuna alleanza con il Pd o con altri partiti; non mollare; restare diversi perché gli altri, si legge su alcuni striscioni, “fanno tutti schifo”.  Soprattutto giù le mani dalle “nostre conquiste e dalle nostre battaglie”, dal reddito di cittadinanza al ritiro delle concessioni autostradali, dalla “soppressione” della prescrizione ai decreti sicurezza.

Conte a colloquio al Quirinale

Nessuno qui parla di sfiduciare un ministro del governo, cosa che invece ha fatto Matteo Renzi. E però i ministri governisti 5 Stelle come Federico D’Incà e Stefano Patuanelli non vengono fatti parlare dal palco dove le guest star sono Paola Taverna e Luigi di Maio e il loro “no alle alleanze” .No al Pd, in sostanza. E questo, rispetto alle rivendicazioni di  Italia Viva,  non può essere un problema minore per l’Agenda 2023 di Giuseppe Conte. Giustappunto ieri mattina il premier è salito al Colle per un colloquio con il Capo dello Stato su tutti i dossier che scottano, dall’allarme coronavirus al calo della produzione industriale passando per la Libia. Inevitabile, anche le fibrillazioni della maggioranza arrivate allo zenit negli ultimi dieci giorni per via della prescrizione e del pacchetto giustizia (la riforma del processo penale ieri è stata bocciata senza se e senza ma dall’Anm, il sindacato delle toghe).  Gli italiani, dicono i sondaggi, non vogliono la crisi. Non la comprendono. I mercati, sembrerebbe, anche visto che lo spread è a 132, tra i più bassi dell’ultimo anno. Ma è evidente che Conte e il Pd hanno un problema. Che non è solo Italia Viva. 

Manifestazione precongressuale

In piazza ieri sono tornati gli slogan anticasta, il grido “o-ne-stà-o.ne-stà”, l’everegreen “mai più privilegi” l’avvertimento “le nostre riforme non si toccano”. Nel punto più basso del suo consenso dalle elezioni 2018 il Movimento ha rispolverato l'orgoglio della piazza e ha fattosfilare, sul palco, tutti i suoi big. Quella di piazza Santi Apostoli è stata una manifestazione “pre-congressuale”, una boccata d’aria dopo il tonfo delle regionali, le sconfitte in serie su tanti punti identitari come le battaglie contro la Tav e la Tap, il mezzo fallimento del reddito di cittadinanza. La ricerca di un sentiment con la base del Movimento che in questi anni ha perso per strada più della metà degli elettori, la maggior parte dei quali approdati convintamene a destra, prima della riunione degli Stati Generali (rinviata a fine marzo ma chissà) che dovrà definire una nuova identità e un nuovo capo politico.

La leadership di Paola Taverna

Che a giudicare dagli applausi potrebbe essere Paola Taverna, la vicepresidente del Senato, fresca di laurea, l’organizzatrice dell’evento lanciato però da Di Maio.  Il suo intervento è stato lungo, applaudito, in perfetto stile romanesco. “Guardate quanti siete. La nostra forza non si può abbattere” ha urlato. Vorrebbe essere la sintesi utile per unire “governisti” e populisti dopo due anni al governo in cui sono andati in frantumi la rivoluzione vagheggiata da Grillo e le famose “scatolette di tonno” aperte chiuse e mangiate anche dai 5 Stelle.

Giù dal palco i ministri governisti  

Ma sono i dettagli che fanno la differenza. Nella piazza, tra i supporter, è caccia ai giornalisti (ne ha fatto le spese soprattutto Filippo Roma ma gli insulti sono volati per tutti quelli “riconoscibili”). I ministri che tifano per l’alleanza strutturale con il Pd come D’Incà e Patuanelli non hanno parlato dal palco. Timore di fischi? Sono intervenuti, come si suol dire, a margine, non senza qualche imbarazzo per il trattamento ricevuto. D’Incà ha voluto fare un tweet: “Il Movimento è nato dalla piazza e chi l’ha riempita oggi a Roma, lo ha fatto per dire no alle iniquità. La nostra è sempre stata una #rivoluzionegentile e tale resterà”. Per poi precisare: “Con questa piazza il governo non c’entra”.      

L’atto di sfiducia di Di Maio

E’ che a giudicare dagli applausi, ieri è stato anche il giorno del grande ritorno di Luigi Di Maio. “Noi siamo qui per chiedere istituzioni all'altezza” ha detto il ministro degli Esteri chiamando all’appello le tifoserie. “Non mollare” gli hanno gridato. E lui, quasi melodrammatico: “Siete meravigliosi, porterò il vostro esempio ovunque andrò nel mondo”.  Un ministro della Repubblica che chiede “istituzioni all’altezza” vuol dire che non le ritiene tali. Ed  è molto di più che un atto di sfiducia.

Sul palco, con l’ex capo politico, l’attuale capo delegazione M5s al governo nonché ministro della Giustizia, in questo momento l’eroe dei due mondi grillini per l’ostinata difesa della prescrizione. “Non cediamo ai provocatori” ha detto il Guardasigilli difende la sua legge e la sua riforma alludendo alle battaglia di senso contrario di Italia Viva.  La nuova trinità pentastellata si completa con il nuovo capo politico, il sottosegretario Vito Crimi che ha elencato tutte le leggo “intoccabili”: spazzacorrotti (da pochi giorni giudicata in parte incostituzionale), abolizione dei vitalizi, prescrizione, reddito di cittadinanza. I tre sono scesi dal palco per una sorta di abbraccio liberatorio finale. Detto tutto ciò, “il governo non si tocca” e “deve andare avanti fino al 2023”.

Le alleanze 

La piazza di Roma ha conferito una sorta di mandato alla sua trinità: no alleanze. E questo, oltre a tutto il resto, è il tema della prossime settimane in vista di ben sei elezioni regionali a fine maggio.  I governisti vogliono l’alleanza col Pd. Di Maio, Crimi e Bonafede vogliono “la terza via” (essere la terza forte tra i due blocchi a destra e a sinistra) e giocano a chi sta dentro ma anche fuori a fare dispetti. i lotta e di governo. Ma non può durare molto. Oggi, ad esempio, a Genova, l'assemblea degli attivisti si esprimerà davanti a parlamentari e facilitatori, che riporteranno al capo politico Vito Crimi la richiesta degli attivisti che vorranno confermare Alice Salvatore, tra le fondatrici del Movimento nel 2010, già candidata nel 2015, una protetta di Casaleggio e uscita vincitrice dalla piattaforma Rousseau. Per dirne una: per Salvatore la Gronda era, almeno qualche anno fa, un’opera “inutile”. Solo che a livello parlamentare sono quasi tutti a favore della candidato Pd-M5s Ferruccio Sansa. Difficile dire chi la spunterà. Il risultato sarà in ogni caso un indizio molto importante.  La decisione sulla Liguria avrà, inevitabilmente, effetti anche su quella, ancor più delicata, per la Campania. Dove gli attivisti sembrano proprio non voler digerire il sì dei loro portavoce al Pd. E dove Roberto Fico e Luigi Di Maio, i due “big” campani, la vedono in modo opposto.

Il voto che ha spaccato la maggioranza

Insomma, la cifra della piazza di ieri è no al Pd. No alle alleanze. Se si sommano insieme anche certi ultimatum – “giù le mani delle nostre riforme” e considerazioni – “vogliamo istituzioni all’altezza” – la battaglia di Italia viva contro la prescrizione Bonafede rientra tra le battaglie identitarie a cui ciascuna formazione politica ha diritto di non rinunciare. Anche a costo di votare con l’opposizione. Anche che se sei al governo.

Ha fatto molto rumore il fatto che Iv abbia votato con Fi e Fdi e Lega a favore del lodo Lucia Annibali (e anche quello di Riccardo Magi), cioè il rinvio di almeno un anno della legge Bonafede. Venerdì M5s ha votato contro un emendamento del governo sull’editoria (aiuti diretti e cig per le agenzie di stampa in crisi) nell’ambito del decreto Mille proroghe che andrà in aula martedì con la fiducia. Il Pd al contrario ha votato con Iv, Leu, Forza Italia, Fdi e Lega. Certo, il premier è “protetto” dai Cinque Stelle. E questo aiuta molto ad essere tolleranti con le loro battaglie. I renziani, piaccia o no, hanno anche loro diritto al loro spazio di battaglia. Chi resta un po’ nel mezzo tra M5s e Iv, senza toccare palla, è il Partito democratico, “responsabile” e fiducioso di essere, alla fine, l’unica sintesi possibile.