[Il caso] L’addio di Luigi rischia di indebolire il governo. Patuanelli in pole per sostituirlo come capo delegazione

Il ministro degli Esteri, nel discorso lungo 50 minuti, ripete tre volte che “il governo deve andare avanti fino al 2023” e che lui “non mollerà mai”

[Il caso] L’addio di Luigi rischia di indebolire il governo. Patuanelli in pole per sostituirlo come capo delegazione

Più dicono che “il governo andrà avanti fino al 2023” e più viene da pensare il contrario. Le dimissioni, accettate, di Luigi Di Maio dalla guida politica del Movimento aprono l’incognita più grande sul Conte 2.  Per quanto gestite con misura e sagacia dal diretto interessato che nei cinquanta  minuti del lungo discorso si è tolto vari sassi dalle scarpe sempre col sorriso e senza mai fare un nome, è inevitabile che il vuoto aperto da Di Maio sia una scossa inattesa e non prevista sotto il tavolo della squadra di governo. E che , piaccia o meno, deve essere riempita il prima possibile. Al Tempio di Adriano, tra le lacrime e la commozione per il lungo “addio”, nelle file grilline si provvedeva subito, ieri, a rassicurare che “anzi, ora vedrete: il Movimento sarà ancora più filo governista”. C’è quasi fretta, e molta voglia, nel confidare al cronista questa “certezza”: “Le cose andranno meglio, meno tensioni, più collegialità, anche al governo. Non è stata colpa di Luigi ma del vizio della politica oggi di personalizzare tutto, nel bene e nel male”. Serviva un segnale forte di discontinuità e un segno tangibile di queste benedetta “collegialità”? Bene, alla fine, dopo settimane e forse mesi di agonia, è arrivato. Ma la svolta potrebbe non essere quella sperata. Oppure, non è detto che sia sufficiente per cambiare tutti pagina.

Tre risposte

La risposta circa le conseguenze sul governo dell’addio (vedremo se lo sarà veramente) di Di Maio può arrivare solo dagli sviluppi di tre dossier: il risultato delle regionali domenica;  il nome del capo delegazione al governo (Di Maio resta ministro degli Esteri ma non sarà più capo delegazione al governo); chi e quale sarà il suo successore alla guida politica del Movimento. Certo, se è vero che Di Maio scrive da più di un mese il discorso pronunciato ieri ( letto dalla prima all’ultima parola per non perdere mai il filo del ragionamento), ora si capisce meglio il video postato l’ultimo dell’anno da Beppe Grillo: il fondatore era in una buca scavata da lui stesso nella sabbia del litorale di Marina di Bibbona, una trincea per resistere o una fossa per restarci dentro. Comunque una situazione complicata. Come quella che Grillo già allora sapeva che si sarebbe creata subito prima o subito dopo il voto delle regionali.

Salvini: “Governo finito”

E’ utile mettere in fila le dichiarazioni più importanti. Di Maio ha ripetuto tre volte, durante il one man show al Tempio di Adriano, che “il governo deve andare avanti per i 5 anni previsti dalla Costituzione”, che il Movimento ha il diritto di “essere giudicato alla fine di questi cinque anni e non prima”, che lui “non molla” e quindi “ci vedremo agli Stati generali del Movimento, il progetto a cui sto lavorando dalla nostra sconfitta in Abruzzo”, gennaio 2019 quando tutto questo ebbe inizio. Conte ha risposto, da palazzo Chigi, con “rammarico” e “rispetto per la decisione presa” ma assicurando che “con Luigi Di Maio continueremo a lavorare fianco a fianco fino al 2023 per consolidare il ruolo di primo piano dell’Italia nell’Europa e nel mondo”. Un vecchio ricordo le tensioni di pochi giorni fa, quando i due se ne sono dette di tutti i colori durante i giorni più neri della crisi libica.

Le opposizioni non hanno dubbi e hanno decretato la “fine certa del governo”.  “Di Maio abbandona la guida dei 5 stelle al tracollo, Zingaretti annuncia lo scioglimento del Pd, Renzi litiga con tutti. Il governo è finito” rassicurava il capo della Lega. Perentoria Giorgia Meloni “tra Zingaretti che tenta di nascondere il Pd proponendo lo scioglimento del suo partito e le dimissioni di Di Maio, assistiamo alle battute finali di un governo fantoccio”.  Molto più cauto Silvio Berlusconi che, contrariamente agli altri due, non avrebbe alcuna intenzione di andare a votare. Le “dimissioni di Di Maio cambiano poco, hanno fallito” ha chiosato il Cavaliere.

I risultati di domenica

Nulla può accadere - è ovvio - da qui a lunedì mattina. A quel punto, con i risultati consolidati sul tavolo e le percentuali di consenso raggiunte nelle urne, sarà possibile ragionare degli eventuali contraccolpi dell’addio di Di Maio sulla squadra di governo. E il Movimento dovrà a quel punto definitivamente uscire allo scoperto. Se la Lega dovesse vincere l’Emilia Romagna, la verifica - sulla compatibilità all’interno dell’esecutivo - sarà immediata. E dagli esiti incerti perchè non c’è dubbio che il Movimento oggi abbia un “vuoto” e risulti ulteriormente indebolito dalle dimissioni di Luigi Di Maio. “Giggino l’ha fatto apposta ora, a tre giorni dal voto, per far cadere il governo” buttavano là, ieri, lasciando la cerimonia di lancio del Team del futuro e dei suoi 90 “facilitatori”.

Patuanelli in pole

Se Rocco Crimi ha già assunto l’incarico (“accetto con umiltà…”diceva ieri il sottosegretario con fama da falco) di “capo politico in carica”, poco si sa ancora del capo della delegazione M5s al governo, colui che alla fine dovrà trovare la sintesi sulle tante questioni ancora aperte, dalle concessioni ad Autostrade alla prescrizione, giusto per dirne un paio. E’ questo il passaggio più importante per capire quali sono le reali intenzioni della Casaleggio, dei manager della  piattaforma Rousseau e dei parlamentari di prima nomina (gli altri devono ancora imparare) rispetto alla tenuta del governo. Decideranno i ministri 5 Stelle (non i sottosegretari) con tanto di votazione per chi dovrà assumere il ruolo chiave di capodelegazione. La decisione qui sarà illuminante. In pole al momento c’è Stefano Patuanelli, ex capogruppo al Senato, ora ministro dello Sviluppo economico. E’ chiaro che un profilo come il suo, ingegnere, preciso, piedi in terra, moderatore e risolutore,  è in questo momento più utile a Conte che non un tipo come Catalfo o Bonafede assai più rigidi e meno inclusivi. Serve qualcuno che si preoccupi tanto di cucire e tenere insieme oltre che alzare le bandierine del Movimento.

Un altro nome spendibile in questo senso potrebbe essere Federico D’Inca, il ministro per i Rapporti con il Parlamento. Inclusivo, disponibile, tanto disperato quando Di Maio accettò l’alleanza con Salvini quanto soddisfatto oggi quando vede che il “giallo rosso” potrebbe funzionare.

Il successore

“Io non mollo, non mollerò mai, nei prossimi giorni sarò in giro per sostenere i nostri candidati. Al mio posto al ministero degli Affari Esteri e poi con tutti voi giorno per giorno fino agli Stati generali”. Di Maio  ha ripetuto almeno tre volte questi concetti nel suo lungo intervento. E c’è da credergli. Ma la domanda è chi sarà il successore di Di Maio? Chi sarà indicato, nominato, eletto durante gli Stati generali per la rifondazione di M5S (15 marzo, Roma, ndr)? E’ questo, fra i tre indicati, il dossier che più coinvolge la tenuta del governo e il futuro del Movimento. Non ci sono tracce al momento di un successore. Patuanelli, qualora diventasse capodelegazione al governo (incarico legato alla durata dell'esecutivo), ha già detto che “non prenderà mai il posto di Di Maio alla guida del Movimento”. Troppo amici, sarebbe come un tradimento e Patuanelli è uno che ci crede. Bonafede, un altro papabile, risulterebbe però troppo divisivo con le altre forze di maggioranza. Il punto è che non si vedono successori. Di Maio, in base allo statuto, contava di fare il capo politico per altri 7-8 anni. Non ha cresciuto allievi o eredi o anche solo prescelti cui affidare, un domani, l’eredità politica. Anche se il leader se l’è trovato accanto, suo malgrado, e senza avere il tempo di accorgersene: Giuseppe Conte.

Marketing politico?

Al netto di una al momento improbabile e comunque clamorosa discesa in campo di Giuseppe Conte come leader politico di M5s, la situazione può essere assunta così: Di Maio lascia e crea un problema di successione dentro il Movimento; tra pochi giorni il premier Conte convocherà il tavolo per la verifica di governo già adesso zeppo di veti incrociati e il Movimento non è chiaro da chi sarà rappresentato e con quale linea; lo stesso Di Maio promette di “ritrovarsi tutti insieme agli stati generali” di metà marzo, sua creatura e progetto politico. 

Da carnefice a vittima?

Sussurri maligni ieri in sala: “Non è che ora fa cadere il governo, tra due mesi torna e si fa eleggere di nuovo capo politico?”. L’uscita di scena clamorosa che prelude ad un ritorno altrettanto clamoroso “perchè tanto voglio vedere chi è in grado di fare ciò che ha fatto lui”. Si chiamerebbe marketing politico. Lo stesso per cui è stato deciso, come anticipato qualche giorno fa su siti e giornali, che le sue dimissioni sarebbero state date “intorno al 20 di gennaio”, a ridosso del voto. Per non essere lì, a prendersi di tutto, se domenica notte ci dovesse essere la debacle di cui parlano i sondaggi. O invece, magari, per raccogliere quei voti emozionali, figli delle sue dimissioni,  che in questi ultimi giorni potrebbero regalare al Movimento qualche decimale di voti in più. Di sicuro nei prossimi tre giorni Luigi Di Maio avrà titoli a tutta pagina e magari anche comprensivi. Da carnefice a vittima. Non male dopo mesi di attacchi e accuse.