Zaia sceglie Fazio per l'ultimo assalto soft a Salvini

Zaia fa il capolavoro dialettico della vita, dimostrando anche una simpatia e un’empatia che anche coloro che lo apprezzavano comunque, non conoscevano a sufficienza

Zaia sceglie Fazio per l'ultimo assalto soft a Salvini

Non serve Wittengstein e forse nemmeno Umbero Eco, non sono necessari particolari studi di semantica. Ma, certamente, mai come ieri sera su Raitre abbiamo potuto apprezzare il concetto di testo e contesto. Perché l’intervista di Fabio Fazio a Luca Zaia è stato evento assoluto non tanto e non solo per ciò che ha detto il presidente del Veneto, ma per come l’ha detto e soprattutto per dove l’ha detto. “Che tempo che fa” è la trasmissione che Matteo Salvini ha preso di mira quando era su Raiuno, lui faceva il ministro degli Interni e poi è stata spostata su Raidue. Fabio Fazio è il conduttore a cui il Matteo Salvini inquilino del Viminale ha dedicato 123 attacchi nel giro di poco più di un anno: centoventitrè, come quando compili un bolletino, in lettere e in cifre. E lo stesso Fabio Fazio, non più tardi di una settimana fa, aveva spiegato che aveva già invitato una decina di volte il governatore del Veneto, ma che lui declinava sempre cortesemente. E quindi, è naturale che all’apparizione del governatore veneto la prima domanda sia stata: “Non l’hanno sgridata per aver accettato l’invito stasera?”.

Luca Zaia glissa e parte con un intervento dopo il quale – nel centrodestra e nella Lega – niente sarà più come prima. Per carità, non dice niente di sconvolgente, Zaia. Iniezioni di puro buonsenso che però, fatte a “Che tempo che fa”, sembrano rivoluzione pura. E non sembra un caso se, per la seconda volta in tre settimane, è proprio il programma di Fabio Fazio quello scelto dagli esponenti del centrodestra per ribaltare il sovranismo e l’isolazionismo che li spingeva all’angolo. Il primo è stato Silvio Berlusconi con l’apertura alla collaborazione con Giuseppe Conte che lo stesso Zaia, che fu suo ministro delle Politiche agricole e forestali nel quarto governo del Cavaliere, ha definito, in caso di appoggio diretto al governo, “il big bang”, dopo il quale nulla sarebbe stato più come prima.

Zaia, dicevamo, ha ripetuto i concetti di buonsenso che sono la base delle sue conferenze stampa quotidiane, a partire da quella della scorsa settimana con cui se l’è presa con gli assembramenti e che è stata una boccata d’aria anche nella furia aperturista di certo centrodestra e un balsamo benefico rispetto alla narrazione di Salvini che è partito prendendosela con le mascherine, oggi ha ammesso onestamente l’errore, ma – come un Fonzie impossibilitato all’autocritica totale “ho sb… ho sbag… ho sbaglia…” – non è mai riuscito a finire la frase ed è riuscito a dire che la parola negazionisti è sbagliata. Mentre, anche in questo caso, è semplicemente questione di semantica, di testo e contesto. Basta il vocabolario, peraltro, per apprezzare tutte le sfumature del termine negazionismo.

Insomma, Zaia fa il capolavoro dialettico della vita, dimostrando anche una simpatia e un’empatia che anche coloro che lo apprezzavano comunque, non conoscevano a sufficienza.

E non è possibile non vedere il gioco di sponda, volontario o no, non importa, di Zaia con Giancarlo Giorgetti, che contemporaneamente rilascia interviste – spesso a “Repubblica”, anche qui nulla accade per caso – in cui demolisce la politica economica sovranista dei Bagnai e dei Borghi, apre al Ppe e riconosce Biden proprio nel momento in cui Salvini resta l'ultimo baluardo occidentale dei ricorsi di Trump, asseverando le parole senza prove del presidente uscente e prendendosi botte di “cheerleader di Trump” dall’ “Indipendent”.

Insomma, è come se da Fazio andasse in scena la transustanziazione fra “er pomata” - cioè lo straordinario ministro dell’Agricoltura che fu il più bravo di quel governo Berlusconi e fece anche battaglie no global e normalmente di sinistra come quella contro gli ogm, bravissimo, ma comunque azzimato e un po’ burocrate – e il prossimo leader non solo della Lega, ma proprio del centrodestra.

E torna in mente il giorno in cui Berlusconi disse: “Zaia può convincere tutti se non potrò tornare in campo io”.

Era il 2017 e a quel tempo la cosa fu liquidata da Zaia e soprattutto da Salvini con una risata, ma erano i tempi in cui l’attuale segretario della Lega era al massimo della popolarità.

Poi è venuta un’altra fase, quella della famosa scena delle ciliegie mangiate a ripetizione da Salvini al tavolo della conferenza stampa in un ristorante veneto mentre Zaia parlava dell’inchiesta sul reparto di neonatologia all’ospedale veronese di Borgo Trento e di bambini morti per infezioni ospedaliere.

Ecco, dai noccioli di quelle ciliegie – diventati virali grazie alla televisione, al web e ai social – è nata probabilmente in modo definitivo la nuova leadership della Lega e del centrodestra.

Oggi siamo proprio in un altro mondo e, soprattutto se confrontato al centrodestra superaperturista a cui la lezione estiva non ha insegnato assolutamente nulla, l’intervista di Zaia è quasi il seguito logico, senza soluzione di continuità, proprio delle parole dello splendido intervento del professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, che l’aveva preceduto sempre da Fazio.

E, davvero, visto che testo e contesto non sono un particolare, Zaia si diverte con il sorriso sornione del gatto che si gusta il topo – ma è chiaro che al topo Fazio il menù non dispiace – a fare una serie di citazioni dotte.

Il primo è Adriano, il secondo è Sallustio, quando Fabio Fazio gli chiede se c’è gelosia in Lega nei suoi confronti dopo il 77 per cento con cui è stato plebiscitato dai suoi concittadini veneti e con la lista Zaia che ha addirittura preso il triplo dei voti della Lega: “Il sentimento che viene dopo la gloria è l’invidia”.

E c’è una citazione di Rousseau, con il gioco di Fazio che finge di stupirsi della cultura di Zaia e il gioco di Zaia che ride: “Ma scusi Fazio, lei chi pensava di intervistare stasera?”.

E anche qui ci sono le due Leghe.

Quella che ha supportato tristi narrazioni negazioniste, quella che in nome dell’economia, del Pil e dell’”Aprire, aprire, aprire” nei mesi scorsi ha contribuito a peggiorare la situazione – a cui correttamente Luca Zaia dà tutte le attenuanti del caso, “in Lombardia è successo qualcosa di straordinario” – e quella in cui la cultura, quella delle citazioni e quella della salute, la fa da padrone.

Quella Lega che Zaia aveva già raccontato benissimo nei giorni scorsi in una splendida intervista di Cesare Zapperi, uno che non molla mai di un centimetro e non fa sconti a nessuno, sul Corriere della sera, parlando dell’economia: “E allora lancio un appello: cerchiamo di sostenere produttori, ristoratori, commercianti, comprando prodotti tipici, sfruttando l'asporto e il delivery. Le preoccupazioni economiche sono legittime. Ma ricordiamoci sempre che prima viene la salute. E non dimentichiamoci mai che anche a Natale, mentre noi festeggiamo, ci sono migliaia di medici e operatori sanitari che lavorano per la nostra salute”.

E lo sfregio totale, ma democristianissimo, nei confronti di Salvini è quello di non citarlo, se non per la difesa d’ufficio sui comportamenti estivi: “Non è vera la narrazione, e non sto giustificando Salvini che non ha bisogno di avvocati difensori, secondo la quale gli assembramenti e le spiagge estive abbiano dato vita alla seconda fase autunnale del Covid”.

Tutto il resto dell’intervista, tesa a portare il pendolo della dicotomia dal lato della salute rispetto a quello dell’economia, è un esercizio di virtù civiche e di buoni consigli, che davvero segnano Luca Zaia come un esempio di personalità bipartisan che, addirittura, potrebbe ambire al Quirinale in caso di scelta di un candidato di centrodestra che non fosse Silvio Berlusconi.

Addirittura, Zaia sarebbe un nome non sgradito né al Pd, né ai Cinque Stelle e paradossalmente toccherebbe a Salvini ingioiarlo, come spesso capita al partito che esprime il Capo dello Stato (basti pensare a Sandro Pertini con Bettino Craxi o alla Dc in generale con Oscar Luigi Scalfaro).

E la risposta sulla dicotomia fra governo e Regioni va esattamente in questa direzione, quando Zaia ricorda che tutte le decisioni sono state prese di comune accordo, con il suo mantra “prima la salute”. Come se lui fosse Conte e Conte fosse lui.

Addirittura, Zaia vola altissimo, alto soprattutto sul resto del centrodestra, quando, per difendere la legittimità della riapertura delle piste da sci le mette sullo stesso piano di cinema e teatri, altri luoghi sicuri e li contrappone invece ai centri commerciali che sono la cattedrale laica del partito post-cettolaqualunquista del “più Pil per tutti”.

Zaia, poi, gigioneggia sui numeri (ottimi) della gestione della pandemia da parte del Veneto e per tre volte dice a Fazio “Le do un dato” che altro non è che la citazione del Salvini imitato da Maurizio Crozza, il tormentone che ha accompagnato la scorsa stagione politica.

Ecco, oggi Crozza il personaggio di Salvini non lo fa più.

Ma quello di Zaia lo propone tutte le settimane.

Testo e contesto, per l’appunto.