[Il ritratto] Zaia, il contadino in giacca e cravatta che fa paura a Salvini e piace a Berlusconi

Nella rivincita del leghismo old style non c’è figura più rappresentativa di lui, un signore perbene che preferisce il dialogo allo scontro, e che anche per questo piace - particolare non indifferente - al padre storico del centrodestra, quel Silvio Berlusconi che con Matteo Salvini ha già palesato più di qualche attrito

[Il ritratto] Zaia, il contadino in giacca e cravatta che fa paura a Salvini e piace a Berlusconi

E’ quest’uomo che viene dai campi, dai filari di pioppi distesi sulle piane e dalle nostre piccole città di provincia con i campanili aguzzi a far da bussola sulle strade che ci portano in montagna, quasi un contadino con la sua bella laurea in scienze della produzione animale alla facoltà di veterinaria, l’unico, vero vincitore del referendum per l’autonomia. Anche se Luca Zaia ha subito voluto precisare di volersene restare a Venezia, per condurre in prima persona la trattativa che farà del Veneto la prossima Regione a Statuto Speciale, o qualcos’altro di molto simile. In realtà, quello di domenica è il successo del leghismo prima maniera, dei colonnelli di Bossi che sognavano la secessione e l’indipendenza al posto della poltrona romana da capo del governo. Con una differenza sostanziale, però, che l’altro colonnello di Umberto, Roberto Maroni, è uscito un po’ azzoppato da questo voto plebiscitario, tanto che qualcuno adesso metterebbe persino in dubbio la sua riconferma al Pirellone. Zaia ha vinto da solo.

Il contadino in giacca e cravatta, dai modi educati e quasi sempre gentili, che piaccia o no ha di fatto sconfitto anche il suo segretario, il leader metropolitano, con le sue felpe e l’esagerata visibilità televisiva, le sue sortite pirotecniche e provocatorie, che aveva puntato il futuro della Lega sulla competizione muscolare, fatta tutta di polemiche e battute e di alleanze estreme. Nella rivincita del leghismo old style non c’è figura più rappresentativa di lui, un signore perbene che preferisce il dialogo allo scontro, e che anche per questo piace - particolare non indifferente - al padre storico del centrodestra, quel Silvio Berlusconi che con Matteo Salvini ha già palesato più di qualche attrito. Luca Zaia è quello che, da vicepresidente leghista del Veneto, il 4 agosto del 2006 salvò un cittadino albanese intrappolato nella sua macchina in fiamme, lamentandosi poi con i giornalisti che lo stavano dipingendo con toni alquanto eccessivi: «Non chiamatemi eroe, ho fatto quello che dovrebbe fare ogni cittadino. Sono rimasto disgustato da chi ha fatto finta di niente e ha tirato diritto».

Il suo non è mai stato il leghismo della rissa, stile M5S, con cui Salvini ogni tanto strizza gli occhi. Anche se ha fatto tutta la sua carriera politica con la Liga Veneta, nelle cui file è stato eletto la prima volta a Godega di Sant’Urbano, per poi diventare presidente della provincia di Treviso, vicepresidente della giunta regionale del Veneto, quindi ministro delle politiche agricole e dal 2010 presidente della Regione Veneto, aveva cominciato a entrare nell’agone frequentando movimenti giovanili socialisti. In ogni caso quello che contraddistingue la sua identità più profonda è la totale appartenenza al mondo rurale da cui proviene, quell’idem sentire che era il cavallo di battaglia dell’Umberto Bossi. Non solo non ha mai rinnegato le sue radici contadine, ma le ha elevate addirittura a fede politica: «L’ideologia egemone censura l’agricoltura, imponendo ai contadini un nuovo ruolo, li trasforma nei custodi del territorio e nei guardiani della Terra. Ma la Terra degli agricoltori è quella che dà loro da vivere,e non ha bisogno di lettere maiuscole, è quella che calpestano ogni giorno sotto i piedi...». Il mondo rurale, sostiene Zaia, «è più che storia. E’ memoria viva che unisce uomini e donne in comunità legate da riti e simboli, da saperi e sapori, da un amore per la vita che si conquista lottando con la terra». In quest’ottica, il suo ruolo non è mai stato quello del Capo che sfida il potere finendo per accettarne anche le fascinazioni.

Luca Zaia ha sempre cercato di restare un uomo simile alla sua gente, attaccato ai loro valori, così semplici alla fine, e persino banali. E’ sposato, senza figli, molto legato a sua moglie, così diverso da Matteo Salvini, inseguito dai paparazzi per la sua relazione apparentemente un po’ turbolenta, stando almeno alle cronache dei giornali di gossip, con la conduttrice Rai Elisa Isoardi. Niente interviste, niente pettegolezzi, giacche quasi demodée, cravatte larghe, camicie bianche perfettamente stirate. «Ma non siamo zulù», dice a Francesco Patierno per il film «Cose dell’altro mondo», che secondo lui bollava i leghisti come razzisti e ignoranti. Lui è l’uomo che viene dai campi, dai vecchi mulini, dalle giornate di lavoro con l’aratro trainato da due buoi, anche se quel mondo adesso è scomparso e non esiste più. Zaia ne vanta l’appartenenza, quasi incompatibile con il metropolitano Matteo Salvini, che ha portato la Lega sul terreno dei partiti romani, sulla sfida al potere dietro le orme di Marise Le Pen, facendone quasi un movimento nazionalista. Anche per tutto questo, il filosofo Massimo Cacciari ha visto nel voto di domenica «una lotta interna, una iniziativa anti segretario».

Per lui, potremmo avere addirittura «la sorpresa di una candidatura a Palazzo Chigi di Zaia, invece di Salvini». Ipotesi non del tutto campata in aria, e probabilmente gradita a Silvio Berlusconi che immaginerebbe una accoppiata al governo Zaia-Carfagna, con la fedelissima Mara, ex show girl e Miss Cinema, che garantirebbe meglio di tutti i delfini che gli ronzano intorno gli interessi dell’ex Cavaliere. Al di là di questo, il risultato di domenica ha rilanciato del tutto la linea Bossi, quella che Salvini nel suo accanito inseguimento a Marine Le Pen pensava di aver definitivamente seppellito quest’anno a Pontida, vietando il palco al vecchio padre padrone. Gira e rigira, quella che vince su tutto, è la radice incancellabile del Carroccio, il suo sogno indipendentista, il più lontano possibile da Roma. Bisognerà fare i conti con questo, prima o poi, magari aspettando al varco la prova della Lega di Salvini in Sicilia. Dopo, le parole si perderanno nel vento. Tutte le parole, forse anche quelle di Matteo, febbraio 2017, pochi mesi fa: «Zaia premier? E’ e resterà un ottimo presidente di Regione. Sono io pronto a sfidare Grillo e Renzi. Patti chiari, amicizia lunga».