Viaggio nelle Regionali/1. Il Veneto del doge Zaia non ha rivali, ma è guerra interna contro la Liga di Salvini

L’election day ‘robustissimo’ del 20/21 settembre

Viaggio nelle Regionali/1. Il Veneto del doge Zaia non ha rivali, ma è guerra interna contro la Liga di Salvini

Si è pronunciata, alla fine, persino la Corte costituzionale, sull’election day che si terrà in Italia il 20 e 21 (domenica e lunedì) settembre 2020 e che accorpa, in una sola tornata elettorale, sette elezioni regionali, il primo turno delle elezioni comunali in oltre mille comuni e il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari, oltre che due elezioni supplettive, al Senato, per due seggi oggi vacanti. Il decreto parlamentare, che è stato varato a giugno, ha ricevuto la bollinatura finale del governo il 14 luglio e, appunto, il via libera della Consulta il 12 agosto scorso che ha rigettato i quattro ricorsi di alcuni soggetti ricorrenti (tutti del fronte del No al referendum costituzionale) che hanno battagliato, fino alla fine, per evitare l’accorpamento.

Un election day così ‘robusto’ e che mischia competizioni elettorali molto diverse tra loro nasce dall’emergenza coronavirus, che aveva fatto slittare di mese in mese le diverse consultazioni elettorali, tutte previste in primavera, e che ha reso necessario l’accorpamento, agli occhi del governo, per evitare nuove problematiche emergenziali legate alla possibile ripresa della ‘seconda ondata’ di Covid. Tra le scelte legate all’emergenza, dunque, sia quella di accorpare le diverse tornate elettorali che quella di diluire il voto in due giorni per evitare assembramenti ai seggi. Invece, il ‘danno’ che si produrrà alla ripresa delle attività scolastiche – le scuole dovrebbero riaprire il 4 settembre – con lo stop forzato degli istituti il 20/21 è indubbio, e forte, ma nonostante le molte richieste di trovare “altri luoghi” per votare, avanzate soprattutto dal Pd, come sempre si voterà nelle scuole e l’attività didattica, già a rischio, sarà penalizzata: il Viminale ha fatto più volte capire di non essere attrezzato per reperire altre e nuove sedi dei seggi.

Lo scontro sulla data del voto

La data del voto ha visto andare in scena un durissimo braccio di ferro tra i governatori, che volevano votare a luglio o, in alternativa, la prima domenica di settembre, e il governo, che ha preso più tempo (anche contro il parere dell’ISS, che pure chiedeva di votare prima di agosto), ma anche tra il comitato promotore del No al referendum, che chiedeva lo scorporo della propria consultazione dalle altre, e sempre il governo che ha optato per tenere l’election day per evitare di creare ulteriori problemi alle scuole.

I seggi resteranno aperti dalle ore 7.00 alle ore 23.00 di domenica 20 settembre e dalle ore 7.00 alle ore 15.00 di lunedì 21 settembre. Per quanto riguarda lo scrutinio, si darà precedenza alle due elezioni supplettive, poi alle schede per il referendum costituzionale confermativo e, infine, alle elezioni regionali. Solo dalle ore 9.00 di martedì 22 settembre inizierà lo spoglio delle elezioni comunali (primo turno, secondo turno 15 giorni dopo, il 4 ottobre).

Per cosa si vota e come si vota

Nell’election day del 20/21 settembre, e su tutto il territorio nazionale, gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum confermativo sulla riforma del taglio dei parlamentari. Misura fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle, e approvata in maniera definitiva dal Parlamento a ottobre del 2019, la richiesta del referendum è arrivata da 71 senatori, quasi tutti del centrodestra, che hanno raccolto le firme per chiedere il parere dei cittadini su questa riforma che prevede, a partire dalla prossima legislatura, il taglio di 115 senatori e 230 deputati che porterebbe la Camera a 400 deputati e il Senato a 200 senatori. Si vota apponendo un ‘sì’ o un ‘no’ al quesito.

Per quanto riguarda le elezioni regionali, saranno sette le Regioni al voto per rinnovare i propri Consigli regionali e il presidente: Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia e Valle d’Aosta (la sola regione che va al voto non per scadenza naturale, ma per dimissioni della giunta). Si tratta di un voto a turno unico in tutte le Regioni tranne che in Toscana, dove se nessuno dei candidati in lizza dovesse ottenere almeno il 40% dei voti, allora si procederà a un ballottaggio tra i due più votati, previsto 4 ottobre.

Le Regioni, che dal 2001 hanno la possibilità di varare una propria, specifica, normativa elettorale, basano il proprio sistema elettorale sulla cosiddetta “Legge Tatarella” (1995) che prevede l’elezione diretta e congiunta del Presidente della Regione e del Consiglio regionale. Strutturata su un turno unico, il Tatarellum ha dato vita a un sistema elettorale misto che attribuisce l'80% dei seggi consiliari con un meccanismo proporzionale con voto di preferenza e il 20% con un metodo maggioritario plurinominale.

Si vota anche in oltre mille Comuni per il primo turno delle elezioni amministrative, con le città con più di 15.000 abitanti che potrebbero ricorrere al ballottaggio, sempre il 4 ottobre, nel caso in cui nessuno dei candidati meglio piazzati dovesse ottenere la maggioranza assoluta. Tra i mille comuni al voto, vi sono 19 comuni capoluogo: Agrigento, Andria, Arezzo, Aosta, Bolzano, Chieti, Crotone, Fermo, Enna, Lecco, Macerata, Mantova, Matera, Nuoro, Reggio Calabria, Trani, Trento, Venezia.

Infine, si voterà anche per due elezioni supplettive. Si devono, infatti, eleggere due nuovi parlamentari al posto di due senatori deceduti in due diversi collegi uninominali: Il primo riguarda la Sardegna (Sardegna 03) dove è scomparsa, a marzo, la senatrice del M5s Vittoria Bogo Deledda; il secondo seggio è in Veneto (Veneto 09), per la morte, a giugno, del parlamentare di FdI Stefano Bertacco.

La ‘non gara’ del Veneto: il doge Zaia non ha rivali

Nonostante i sondaggi realizzati fino ad oggi non sembrano lasciare grandi spazi a sorprese o a colpi di scena, la voglia di correre per la poltrona di governatore del Veneto sembra essere più forte che mai. A poco più di un mese dal voto, infatti, si scopre che sono ben in otto a correre per la presidenza di Palazzo Balbi. Il vantaggio del governatore uscente, il ‘doge’ Luca Zaia (è la terza volta che si presenta, guida il Veneto dal lontano 2010, lo statuto se lo è cambiato da solo proprio per potersi ricandidare), già governatore più amato d’Italia, ora anche leghista più amato di Salvini, già uomo ‘del fare’ e ‘delle emergenze’ (dalla tempesta Vaia all’acqua alta di Venezia), era cosa nota. Ma è impossibile non notare come l’emergenza Covid19 abbia fornito una “spinta extra” che, oggi, lo fa veleggiare intorno all'impressionante percentuale dell'80% delle preferenze. Lui, Zaia, si schermisce: giudica le indagini demoscopiche poco affidabili perché “dopate” dall’onda emergenza coronavirus, ma ogni giorno ricordano ai suoi sfidanti che per loro la corsa è di fatto impossibile, persa in partenza.

I tre ‘furbetti del bonus’ veneti esclusi dalle liste

Eppure, un’increspatura, nel ‘mare calmo’ della campagna per la riconferma di Zaia c’è stato e lo ha lambito da vicino. In pieno agosto, è scoppiato il caso dei ‘furbetti del bonus’: due i deputati leghisti beccati dall’Inps a prendersi il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva siedono in Parlamento, ma nel mare magno degli oltre duemila amministratori coinvolti, ben tre fanno parte del consiglio regionale del Veneto e, inoltre, sono tutti e tre leghisti.

In più, e in contemporanea, è scoppiata una guerra fratricida, e tutta interna alla Lega, tra chi si doveva e deve candidare nella lista Zaia e chi nella lista Liga Veneta (sotto-dicitura “per Salvini premier”, come ormai è d’obbligo per tutte le liste della Lega): i padani vogliono infarcire la loro lista dei big uscenti del consiglio regionale, Zaia voleva metterli nella sua lista per farla primeggiare. Due intoppi che stanno mettendo a repentaglio non la certezza, che resta, ma i contorni di una vittoria che, per Zaia, doveva essere una marcia trionfale e ora lo è meno.

Inoltre, paradosso nel paradosso, le posizioni dei due ‘eterni rivali’ della Lega – l’irruento Salvini, leader nazionale, e il calmo Zaia, leader locale, il primo sovranista e il secondo ‘autonomista’, uno che si è lanciato in resta contro Conte, come contro il Mes, l’altro in buoni rapporti con il governo ‘nazionale’ e che i fondi del Mes è pronto a usarli – si stanno, causa la vicenda dei furbetti del bonus, rovesciando. Per giorni, Salvini è sembrato in imbarazzo, non appena è scoppiato il caso dei due deputati leghisti incappati nello scandalo dei ‘furbetti’ del bonus Inps da 600 euro, mentre Zaia chiedeva ‘tolleranza zero’ e un “Me Too al contrario”. Poi, d’improvviso, ecco la rivincita di Salvini con Zaia che si arrampicava sugli specchi. Si scopre, infatti, che nella mandria dei ‘furbetti’ che intasano gli enti locali ci sono ben due consiglieri regionali della Liga Veneta, Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli, e il vicepresidente, Gianluca Forcolin. Zaia era disposto a sacrificare i primi due, ma voleva ‘salvare’ il terzo, Forcolin, che avrebbe presentato la domanda, poi stoppata sul nascere, per colpa “di uno studio associato di cui è socio di minoranza”.

Zaia, alla fine, ha ceduto al diktat salviniano sui suoi uomini e mollato Forcolin, di cui si fidava, escludendolo dalle liste, ma è aumentato il suo livore per Salvini.

Lo scontro tra Salvini e Zaia sulle candidature

Inoltre, appunto, il commissario leghista della Liga Veneta, Lorenzo Fontana, ex ministro spedito da Salvini in partibus infidelium (quelle di Zaia, sempre troppo autonomo da lui) per fare ordine ha impartito un ordine squisitamente ‘politico’, a Zaia, un vero e proprio diktat di via Bellerio. In pratica, i componenti della giunta Zaia (otto) e il capogruppo in Regione si devono candidare sotto le insegne della Liga, non nelle liste ‘Zaia presidente’, che sono ben due. Il motivo, in questo caso, è il timore di Salvini di vedere la lista della sua Lega (in Veneto ‘Liga’) schiacciata, e svuotata, dalle liste ‘pro-Zaia’ che potrebbero anche doppiarla. Infatti, i sondaggi danno la lista Zaia al 36-38% e la lista ufficiale della Liga non oltre il 18-20%. La guerra ‘non dichiarata’ tra Salvini e Zaia continua senza esclusione di colpi. In ballo potrebbe esserci persino la guida ‘nazionale’ futura della Lega cui il ‘doge’ pare aspiri.

I ‘non’ sfidanti di Zaia non sono mai entrati in partita

Infine, ci sarebbe da dire dei competitor, alle Regionali, del ‘Doge’ ma di fatto è tempo perso. Sette veneti su dieci (68-72%) sono pronti a incoronarlo di nuovo presidente di Regione. Staccatissimo, il candidato del centrosinistra, il civico ed ex vicesindaco di Padova, Arturo Lorenzoni, sostenuto, tra gli altri, da Pd, Il Veneto che Vogliamo, Verdi, +Europa, e accreditato di una forbice tra il 16 e il 20%. Il pentastellato Enrico Cappelletti ‘vanta’ percentuali che non vanno oltre il 4-8%, ma fa anche peggio la candidata di Italia Viva, Daniela Sbrollini, ferma al 2-6%. La sola vera partita che si giocherà in Veneto è quella tutta interna tra il doge Zaia e la Liga di Salvini.