[Il reportage] Viaggio nella vita d’inferno di Alagie, il migrante che progettava la strage: tra abbandono, prostituzione, droga e hotel trasformati in centri di accoglienza

A Licola, il borgo dov’è scattato l’arresto, e dove Alagie viveva, non c’è una sola casa che non abbia pareti frantumate. Ad alcune manca il tetto e dentro vi si accampano vagabondi e tossicodipendenti. Tutto il borgo, un tempo strutturato con villette a schiera, tipiche delle località di villeggiatura, oggi appare come un rione periferico abbandonato. Una vera banlieue. Ma con sotto le finestre il mare. Anche l’enorme spiaggia è una immagine desolante di degrado: copertoni, carcasse di auto, rifiuti, vetri, addirittura impalcature di cantieri

Viaggio nella vita d’inferno di Alagie
Viaggio nella vita d’inferno di Alagie (nel riquadro) a Licola (Napoli)

A Licola, borgo marino alle porte di Napoli, tra Pozzuoli e il litorale domiziano, c’è stato un tempo in cui si sognava Rimini. C’erano tutti gli elementi, la sceneggiatura era perfetta. Un mare piano e largo, una costa sabbiosa bassa, un arenile lunghissimo e fine, e poi terreni fertili, distese di campagna, una strada di collegamento veloce disegnata dagli antichi, e il clima della Campania felix, una mistura magica di brezza leggera e sole alto, che faceva la fortuna dei frutti, e componeva l’elisir dell’impero romano, che qui, non a caso, ha scritto leggende, dato riparo ai condottieri, intinto proprio nell’acqua salata la penna del mito, dalla Sibilla cumana ai passi di Virgilio.

Come Baghdad

Si sognava Rimini ma c’è Baghdad. Proprio qui, sull’uscio di una moschea improvvisata, che in realtà è un rudere abbandonato e malamente tenuto in piedi, è stato arrestato Alagie Touray, 22 anni, da uno in Italia, sbarcato in Sicilia, a Messina, con altri 638 migranti, 209 dei quali del Gambia, come lui, e transitati dalla Libia. L’uomo è stato accusato di progettare un attentato terroristico in Italia – forse a Napoli – per conto dell’Isis. Doveva lanciarsi su una folla con un’auto. In un video – girato nella mensa dell’albergo dove era ospitato in attesa del riconoscimento dello status di profugo - avrebbe promesso fedeltà all’Isis, dichiarando poi alla polizia che non aveva una reale intenzione di agire e che quel filmato era una sorta di burla, condiviso su Telegram con amici. 

Notizia riservata

Il fermo è scattato lo scorso venti aprile. La notizia è stata tenuta riservata per giorni, dentro quella rete di investigazione coperta da segreti che sta portando alla luce catene di complicità, intenzioni, ragnatele di relazioni e che da tempo è approdata a Napoli, sia nel cuore della città, nella zona della Stazione centrale e di corso Arnaldo Lucci, sia proprio sul litorale domiziano, che sognava Rimini e che oggi appare come una città mediorientale bombardata da ordigni, però, invisibili, silenziosi, quotidiani. 

La banlieue

A Licola, il borgo dov’è scattato l’arresto, e dove Alagie viveva, non c’è una sola casa che non abbia pareti frantumate. Ad alcune manca il tetto e dentro vi si accampano vagabondi e tossicodipendenti. Tutto il borgo, un tempo strutturato con villette a schiera, tipiche delle località di villeggiatura, oggi appare come un rione periferico abbandonato. Una vera banlieue. Ma con sotto le finestre il mare. Anche l’enorme spiaggia è una immagine desolante di degrado: copertoni, carcasse di auto, rifiuti, vetri, addirittura impalcature di cantieri fanno orrenda mostra a pochi passi dal bagnasciuga, mentre sui viali interni di Licola, va in scena la recita di vite normali, con bambini che giocano nella spazzatura e gruppi di amiche che si incamminano verso la spiaggia.

In eterna attesa

Per le strada stazionano a ogni ora decine di immigrati. Molti sono gli ospiti di due strutture alberghiere dove alcune associazioni gestiscono centri di prima accoglienza. Qui i migranti sono in attesa del riconoscimento dell’asilo politico. Dovrebbero restare poco tempo ma in molti casi attendono da oltre diciotto, venti mesi. Anni a non fare nulla, dormire in stanze ormai diroccate, logorati da un’attesa senza futuro, con un tetto e un pasto caldo pagato dallo Stato e nessun altro approdo che passare il tempo a far passare il tempo.

Lavori di fortuna

Molti di questi ragazzi di mattina presto lasciano le loro strutture e si avventurano lungo la Domiziana, la strada a scorrimento veloce che collega Cuma con il casertano fino al basso Lazio. Qui cercano lavoretti: vengono caricati da auto di passaggio che li portano nelle campagna, a raccogliere frutta e ortaggi, oppure per traslochi, cantieri e altri lavori di fortuna. Passano la giornata così, per un pugno di euro, e vengono scaricati la sera sul tardi, come merce, quando fanno ritorno nei loro alberghi. Questa è la parte più laboriosa. Ma un buon segmento di questa umanità in attesa di un documento, di questa marea di uomini e donne in eterna transizione, galleggiano senza fare nulla, e vanno pericolosamente a mescolarsi alle sacche di degrado e di emarginazione già esistenti.

Una folta comunità

Sul litorale domiziano, infatti, verso Lago Patria e Castel Volturno, esiste da tempo una folta comunità migrante, di provenienza africana, soprattutto nigeriana, che sopravvive in condizioni di marginalità, mescolando lavoro legale e presenza autorizzata, con disagio sociale, povertà, illegalità diffusa e vagabondaggio. La prostituzione da strada e lo spaccio di droga, infatti, si saldano tra loro, vivono dentro regole di clan molto simili, e in alcuni casi, affiliati alla camorra; condizionano tutta la comunità, anche quella che cerca di vivere legalmente.

Le tensioni

Non sono mancati, in questi anni, i momenti di tensione, dentro questo scenario di abbandono: proteste dei residenti, la cui maggior parte ha lasciato il borgo di Licola per spostarsi nelle zone più interne; rivolte dentro gli stessi centri di accoglienza, come quella di un anno fa all’albergo Le Château, o di alcuni anni fa al centro Di Francia. Risse da strada, come quella avvenuta non più di un mese fa proprio nel borgo di Licola, con decine di migranti coinvolti e momenti di grande paura generale.

Un nuovo crocevia

Se è vero che a Parigi come a Bruxelles, la deriva terroristica di alcuni radicalizzati è nata dentro il disagio sociale della banlieue e delle periferie dell’emarginazione e del degrado, allora il litorale domiziano, e il borgo di Licola rischiano di diventare un vero crocevia di questo nuovo, drammatico, approdo. Ragazzi abbandonati a loro stessi, parcheggiati in un contesto di totale degrado, circondati dalla distruzione, devastati dalla povertà, corteggiati dalla malavita che cerca manovalanza a basso costo, ridotti in schiavitù da lavoretti di fortuna ai confini della legalità, possono cadere con ancora maggiore facilità nella rete suadente di un estremismo della suggestione che può armare una mente annebbiata, prima ancora che una mano forte, e fare male, molto male.

La nuova paura

Dopo l’arresto del ragazzo gambiano, a Licola, nessuno sembra ricordarsi di lui. Non conoscono il nome, non riconoscono la foto. Ma sono risposte evasive e furtive. C’è una nuova paura, tra questi ragazzi: di essere spinti ancora più ai margini. Vogliono rassicurare. Niente terrorismo. Niente Isis, qui, dicono. Quelli che escono dalla moschea affrettano il passo. Non capiscono l’italiano, fanno segno. Ma la sensazione è che abbiano capito fin troppo bene di essere stretti in una morsa rischiosa: uno Stato che li parcheggia, l’illegalità che li lusinga, una comunità che li mette a rischio, e una condizione ambientale che imbroglia: c’è il mare, c’è la campagna, c’è la sabbia luminosa, c’è un sole alto e caldo. 

Sarebbe il paradiso, se non fosse l’inferno.