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Viaggio nella galassia del Movimento 5 Stelle fra garantisti e forcaioli

I mille volti di un gruppo in continua evoluzione e di tanto in tanto anche in contraddizione con se stesso

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Di Maio e Buffagni
Di Maio e Buffagni

La dichiarazione istituzionale più forte arriva nell'aula di Montecitorio da un deputato pentastellato, che approfitta degli interventi di fine seduta, il momento più periferico dell'attività parlamentare, dove chiunque può dire la sua sull'universo mondo. Ma è proprio in questo momento del tutto inatteso - mentre la vicepresidente di turno, pure lei pentastellata, Maria Edera Spadoni, ha appena dato conto degli ennesimi spostamenti di suoi ex compagni di gruppo: quelli andati in Coraggio Italia con Giovanni Toti e Luigi Brugnaro e Flora Frate, che lascia la componente di Carlo Calenda ed Emma Bonino, Azione-+Europa-Radicali italiani, la più garantista del Parlamento, con Enrico Costa sempre in prima linea a smontare le riforme di Alfonso Bonafede, per approdare fra gli apolidi del Misto – che arriva la sorpresa.

E’ Antonio Del Monaco, sociologo e generale di brigata in ausiliaria, eletto nel collegio uninominale di Caserta per il MoVimento a scandire: “Signor Presidente, onorevoli colleghi, martedì 25 maggio, la corte d'appello di Milano ha assolto l'ex sindaco di Lodi, Simone Uggetti. Accusato di turbativa d'asta, fu arrestato nel 2016 per una gara d'appalto in merito alla gestione di piscine comunali. Il fatto non sussiste; assolti anche gli altri tre imputati. Come è stato possibile, allora? Non è certo la prima volta che la magistratura commette errori simili: basta pensare al noto “caso Tortora”. I danni morali, psicologici, di immagine, gli anni perduti come possono essere risarciti o recuperati? Un incubo durato 5 anni per l'ex sindaco di Lodi, che in lacrime ha lasciato l'aula dopo la sentenza di assoluzione. Ora chi pagherà per quanto accaduto? Errori del genere sono ferite indelebili, cicatrici, marchi a fuoco che segnano in profondità. Spesso, purtroppo, succede che i pubblici ministeri chiedono arresti ai giudici per le indagini preliminari, che emettono ordinanze di custodia cautelare. La persona viene arrestata e poi magari, dopo qualche giorno, il tribunale della libertà revoca o addirittura annulla l'ordinanza emessa dal GIP. Chi ha sbagliato? Chi paga? Chiedo, pertanto, al Ministro della Giustizia di far luce sulle tante e gravissime negligenze, perché qualcuno dovrà necessariamente pagare per tali responsabilità. Anche questa è giustizia”.

Un intervento rivoluzionario per un deputato del MoVimento, che infatti raccoglie applausi fra i deputati di tutti i gruppi che sono rimasti in aula. Lì per lì sembra una posizione isolata, un sincero garantista capitato per caso in mezzo ai Cinque Stelle. Poi, però, si capisce che la storia è un po' diversa e in realtà è un'avanguardia di una nuova sensibilità che si respira nei Cinque Stelle. Come se tanti anni di presunti colpevoli, di indagati e infamati a mezzo stampa poi risultati del tutto innocenti, di sospetti come anticamera della verità non fossero passati invano. Con quel grido che risuonava costantemente, “Onestà, onestà”, che è riuscito a trasformare una parola splendida in una parodia del significato stesso della parola, a volte addirittura grottesca.

E la lettera di Luigi Di Maio al Foglio con le scuse all'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti è la dimostrazione plastica di tutto questo, qualcosa di impensabile ai tempi del vecchio MoVimento Cinque Stelle, ma un po' anche di una parte del nuovo.

Fin dalla scelta della testata, che è quasi l'estremo opposto del pendolo rispetto al Fatto Quotidiano, da sempre il giornale più vicino al MoVimento, il ministro degli Esteri dà un segno pesantissimo e non è un caso che il giorno successivo sia Matteo Renzi a esultare: "Oggi muore il populismo".

Ed è l'altro esponente più lucido e moderato del Movimento insieme a Di Maio e al ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli, l'ex viceministro dello Sviluppo Economico e probabile candidato unitario del centrosinistra alle prossime regionali lombarde, Stefano Buffagni, a cogliere meglio di tutti il segnale del ministro degli Esteri, proponendo che Uggetti sia il candidato della coalizione di centrosinistra e MoVimento alle suppletive del collegio uninominale di Siena che dovranno sostituire l'ex ministro dell'Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan che ha lasciato il seggio a Montecitorio per andare a presiedere Unicredit.

Qui occorre fare un passo indietro, perché la candidatura in questo collegio uninominale, in cui la coalizione giallorossa risulta oggettivamente favoritissima, è al centro di una serie di discorsi nazionali che il rinvio del turno elettorale di primavera ha ulteriormente acuito, anziché ridurli.

E in questo discorso entra anche Giuseppe Conte, che ha sì fatto i complimenti a Di Maio per la sua capacità di chiedere scusa, ma è arrivato comunque secondo rispetto al ministro degli Esteri che, politicamente, è sempre un passo davanti a lui. Fu proprio l'ex presidente del Consiglio prima del governo gialloverde e poi di quello giallorosso il primo a essere indicato come potenziale candidato in quel collegio, cosa che gli avrebbe dato anche un'investitura popolare che gli manca ancora, non essendo mai stato eletto parlamentare. Ma allora lo stop arrivò dalla segretaria regionale del Pd toscano Simona Bonafè, eurodeputata recordwoman di preferenze ed ex fedelissima renziana che rivendicò il posto da candidato quasi blindato per un esponente del territorio e non per un paracadutato, sia pur prestigioso come l'ex presidente del Consiglio. 

Ora, prima di Uggetti, si è parlato delle suppletive di Siena come strumento per far rientrare in Parlamento il leader del Pd Enrico Letta.

Ma la proposta di Buffagni ribalta tutti i tavoli e la predicazione pentastellata, gli anni di Bonafede come Guardasigilli ed è, insieme alle parole di Di Maio, una rivoluzione copernicana nel MoVimento.

In tutto questo c'è il silenzio assordante del presidente della Camera Roberto Fico, l'ex ministro Danilo Toninelli che rivendica le sue parole di allora, e nel mondo ex pentastellato nulla è cambiato: il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra dichiara di non avere nulla di cui scusarsi, Alessandro Di Battista resta il Dibba di battaglia e addirittura il senatore genovese Mattia Crucioli, che guida il drappello di L'Alternativa c'è a Palazzo Madama vota a favore di tutte le autorizzazioni a procedere, addirittura di quelle che i suoi ex compagni rimasti nel MoVimento bocciano perché contrastanti con le indicazioni della Corte Costituzionale.

In questo quadro Di Maio e Buffagni sembrano Cesare Beccaria.

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