[La polemica] La legge Fornero è la condanna ad una prigione. E vi spiego perché la quota 100 è giusta

È diverso fare l’avvocato o il metalmeccanico. E immaginatevi un signore di sessant’anni che sta sulle impalcature di un cantiere da quando governava Reagan: non ha ancora raggiunto 42 anni di lavoro, non ha ancora raggiunto 67 anni di età, deve rischiare la vita perché non può tirarsi indietro fino a che non raggiunge uno di questi due requisiti. Chi contesta la riforma voluta da Salvini e Di Maio non vive tra la gente

[La polemica] La legge Fornero è la condanna ad una prigione. E vi spiego perché la quota 100 è giusta

Ma fa davvero bene l’opposizione a fare battaglia contro Quota 100 sulle pensioni? Hanno ragione quei tecnici che combattono contro questo provvedimento con unghie e denti? Io sono convinto esattamente del contrario e - dopo il caso Boeri - provo a spiegare perché.

Riassunto delle puntate precedenti: questa settimana una intervista del presidente dell’Inps al Corriere della Sera ha riacceso la polemica su una delle due riforme più attese e delicate. Boeri dice: “i Conti della riforma sono sbagliati!”. 

Mentre il sottosegretario Claudio Durigon, ovvero l’uomo che nel governo si occupa delle pensioni, sostiene il contrario: “Nel primo anno spenderemo meno”.

Chi ha ragione? Durigon ha un faccione rotondo e pare imperturbabile. Gli chiedo cosa ha da obiettare a tutte le diverse critiche di Boeri e lui si spiega così: “Non è vero nulla”.  Ad esempio sul nodo decisivo: “Il governo - dice il presidente dell’Inps - ha messo a bilancio la stessa quota di copertura sia per il primo che per il secondo anno della riforma. È un errore, il costo inevitabilmente crescerà, perché aumentano le persone che vanno via”. Durigon invece risponde: “Boeri sbaglia perché non tutti gli aventi diritto andranno in pensione: per questo il primo anno risparmieremo. Mentre nel secondo spederemo poco di più. Nei due anni impegneremo la stessa cifra prevista per due, o una di poco inferiore”. Esatto ecco un altro particolare importante: l’Inps, sostiene che con Quota 100 ci sarà una penalizzazione rispetto alla Fornero.

Durigon invece obietta: “Con questa riforma, chi arrivasse alla stessa età pensionabile della Fornero, quota 67, prenderà il 10% in più. Ovvio che chi volontariamente andasse via prima prenderà meno che se arrivasse a 67 anni, sulla base del meccanismo contributivo”. E qui vorrei dire che - preso atto delle diverse posizioni - il problema diventa politico. In Italia la riforma Fornero è stata percepita in modo opposto dalla classe dirigente (sopratutto quella che la ha votata) e dai lavoratori che l’hanno subita. Per Forza Italia, buona parte del Pd e tutti gli ex montiani che hanno varato la riforma (e non l’hanno toccata, nel caso del pD, negli anni di governo) si tratta di una riforma virtuosa, sostenibile e ineluttabile. Con dei costi sociali, certo, ma senza alternative possibili. Per chi è rimasto al lavoro in maniera forzata si tratta di un incubo: una prigione se non riesci ad andartene o una condanna se sei un ultracinquantenne rimasto senza lavoro (e senza possibilità di trovarne uno). Ho raccontato tante di queste storie: per questo sono tra quelli che rimangono stupiti dal fatto che nessuno dei vecchi sostenitori abbia ancora fatto un bilancio del costo sociale terribile che l’Italia ha pagato e sta pagando per questa indifferenza: si dice che quota 100 sia uno dei punti indigeribili per l’Europa nella manovra (cosa peraltro vera) ma non c’è nessuna altra proposta in campo per uscire dalla Fornero (se non la sinecura ridicola delle salvaguardie). Pochi giorni fa, ad Agorà, avevo davanti a me Valeria Fedeli, una ex ministra del Pd che criticava quota 100 sostenendo che era una riforma “sbagliata d insostenibile”. Allora le ho chiesto: “Dunque un metalmeccanico, un edile o una maestra d’asilo o un infermiere che hanno iniziato a lavorare nel 1980, dovrebbero restare al lavoro anche se hanno più di 62 anni?”. Silenzio. Quando parlano di numeri sembra sempre più facile. Quando invece provi ad immaginarti le persone che sono dietro quei numeri le cose diventano più difficili. È diverso fare l’avvocato o il metalmeccanico. E immaginatevi un signore di sessant’anni che sta sulle impalcature di un cantiere da quando governava Reagan: non ha ancora raggiunto 42 anni di lavoro, non ha ancora raggiunto 67 anni di età, deve rischiare la vita perché non può tirarsi indietro fino a che non raggiunge uno di questi due requisiti. Ho ripetuto la domanda e la Fedeli, che non è una sprovveduta, ma una vecchia volpe, e lei ha balbettato: “Ma ci sono i lavori usuranti...”. Penso che abbia esitato perché sa bene che non è vero: i lavori che così sono stati definiti, per risparmiare, sono solo quelli di alta specializzazione, svolti da pochissime persone: parliamo dei lavoratori degli altoforni, dei palombari, e di pochi mestieri che sicuramente giustificano la possibilità di un ritiro anticipato. L’ho detto alla Fedeli, che ha corretto il tiro: “Ma allora perché non espandono la platea degli usuranti?”. Anche questa posizione vale la pena di riportarla perché è molto diffusa tra gli orfani della Formero. La prima risposta semplice è che non si capisce perché - in otto anni - questa definizione degli “usuranti” veri non la abbiamo fatta loro. La seconda risposta è che è difficile trovare un lavoro che non sia usurante secondo un unico criterio legislativo: non sono usuranti i metalmeccanici? Provate voi ad andare in fabbrica per 37 anni. Non lo sono forse gli edili? L’esempio di prima basta, direi. Ma un agente di commercio che percorre 100mila chilometri l’anno non lo è? Ovviamente si, e si potrebbe continuare all’infinito.

La svolta decisiva di quota 100 (che fra l’altro nella sua intuizione di fondo nasce a sinistra, dall’idea dell’ex ministro Cesare Damiano) è che restituisce a ogni cittadino la libera di decidere. Non sotto la mannaia di una criterio astratto, o anagrafico, ma su quello concretissimo della sua esperienza e della sua convenienza economica: non ce la fa più? Può uscire. Magari prendendo un po’ meno, ma salvandosi, se non è più in grado di fare il suo lavoro? Vuole restare al lavoro fino a 67 anni come voleva l’ineffabile Elsa? Può, e a questo punto viene premiato due volte per il suo sacrificio, perché rispetto alla Riforma Fornero guadagna il 10% in più sulla sua pensione (a parità di lavoro) e in più può contare sulla differenza fra tutti gli stipendi pieni e la pensione per gli anni in più che lavora. Se tutto questo costa 14 miliardi, o anche di più, sono soldi ben spesi. E non sono solo palesa sociale, ma anche un investimento, perché liberano posti per nuove assunzioni. Qui i nostalgici della Fornero alzano la loro ultima, lacera bandiera: “il tasso di sostituzione”. Non è vero, dicono che per ogni pensionato si assume un giovane! Le imprese non sostituiranno molti ruoli lasciati liberi. Cosa ovvia, ma detta in questi termini quasi ridicola: se tutti i 430 mila aventi diritto della platea andassero via, e se ne venisse sostituito solo uno su due con assunzione, si creerebbero ben 200 mila nuovi contratti a tempo indeterminato: roba da stappare champagne millesimato. Ed è anche vero che nella pubblica assunzione - a parità di costo - il ricambio avverrà con tasto di sostituzione vicino all’uno a uno (e con minor costo, perché gli anziani guadagnano molto più dei neo assunti). Ecco perché è assurdo provare a fare - come fanno su questo tema i reduci renziani - opposizione alla Lega “da destra”, e opposizione al M5s da posizioni “rigoriste”. Se in parlamento il pentapartito avesse sposato una posizione di buonsenso nata a sinistra, il Pci l’avrebbe votata senza nemmeno discutere, in nome di una minima cultura riformista. Chiedendosi ad esempio sul tema cruciale dei contributi figurativi: potranno essere computati o no nella quota? E se si in che misura? Parliamo dei distacchi, dei riscatti, i anche degli anni di cassa integrazione che - per esempio - molto incidono sui lavoratori del nord. Se sei una opposizione costruttiva sorvegli il governo su queste cose, controlli e proponi alternative.

Ma, proprio per questo, se quota 100 arriva al traguardo del voto in Parlamento,  le opposizioni che non vogliono suicidarsi, dovrebbero scegliere in nodo chiaro questa linea: presentare emendamenti migliorativi. Partendo tuttavia dall’idea che talvolta nei casi di pubblica utilità il No non è utile a nessuno, e che si può votare sì, non in nome di una bandiera politica, ma nell’interesse delle persone a cui quella somma aritmetica cambia la vita.