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“Vendiamo i porti”, l’ultima ideona per fare cassa e scrivere la legge di bilancio

E’ stata lanciata dal vicepremier Tajani (Fi) consapevole del fatto che le casse dello Stato sono a secco. Per la manovra servono almeno trenta miliardi per le misure indispensabili, dal taglio del cuneo alla sanità. In cassa ce ne sono neppure la metà. Lunedì un primo Cdm, il 4 settembre il vertice di maggioranza. Meloni ai suoi: “Situazione difficile, nessuno faccia scherzi”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
“Vendiamo i porti”, l’ultima ideona per fare cassa e scrivere la legge di bilancio
Il ministro Tajani (Ansa)

 

La coperta “è corta” ha avvisato il ministro economico Gancarlo Giorgetti. Della serie: state buoni che per la legge di bilancio non c’è un euro. Il governo cerca soldi. E allora ecco l’ideona: “Avanti con la spending review. Avanti con le privatizzazioni. Ad  esempio vendiamo i porti”. Il copyright è di Antonio Tajani, il vicepremier e ministro degli Esteri nonchè segretario di Forza Italia. Tre ruoli in questo momento politico delicatissimi perchè hanno obiettivi non facili: far sopravvivere l’eredità di Silvio Berlusconi e quindi il partito Forza Italia; contendere il secondo posto nella coalizione a Matteo Salvini e sedere così alla destra del “padre”  Meloni; trovare i soldi per la manovra. La “prima” di Giorgia Meloni, quella in cui gli alibi sono finiti e dovrà dimostrare quanto fosse pronta a governare.   

Il minimo indispensabile  

Più in generale la situazione è questa: per fare il minimo necessario - e quindi no flat tax, no riforma pensioni, no rialzo delle pensioni minime, nessuna diminuzione delle tasse meno che mai delle accise nella benzina, insomma no a tutte le promesse elettorali -  servono almeno 30 miliardi. Ne mancano almeno venti. Ci sono solo due possibilità: aumentare la tassazione, diminuire la spesa. Terzium non datur: nel senso che non è possibile fare ulteriore debito. Anzi, va diminuito.  Da qui l’ideona di Tajani: faremo cassa (vendendo i porti? E il nazionalismo dei Fratelli?), venderemo i porti e faremo spending review. Peccato che dove avrebbero già potuto farla - pubblica amministrazione- stiano facendo assunzioni a manetta “dopo anni di fermo che ha messo in ginocchio la funzionalità degli uffici”. Hanno assunto staff nei ministeri, però. E non ingegneri nei comuni.  

Con questo quadro, ieri sera la premier ha chiuso la vacanza pugliese, è tornata a Roma e ha in mente, già per lunedì l’ipotesi di un consiglio dei ministri che dovrebbe avere all’ordine del giorno i temi economici: manovra, caro vita, le nuove  regole europee del Patto di stabilità. Il tutto sapendo che le forze di maggioranza sono già in campagna elettorale per le Europee del giugno prossimo; che il tema delle alleanze in Europa è tuttora in alto mare; che i vice premier Tajani e Salvini stanno lottando per il secondo posto nella coalizione; che a destra si stanno organizzando i delusi della Meloni liberal-conservatrice lontana anni luce da quella identitaria e nazionalista di quando era leader dell’opposizione.  Proprio per questo, il lunedì successivo (4 settembre) la premier ha convocato a palazzo Chigi i capigruppo della maggioranza per parlare chiaro a ciascuno di loro: non ci saranno soldi, non ne chiedete, dite ai territori - a cui comunque dovranno arrivare i fondi del Pnrr - di portare pazienza.  Parlarsi chiaro e dirsi tutto adesso per evitare brutte sorprese in corso d’opera.   

Le pensioni  

Considerando gli interventi che sembrano già certi e le spese indifferibili servono almeno 30 miliardi. E se nel governo non ci sono dubbi sulla necessità di costruirla sui “capisaldi” di lavoro, pensioni e famiglia, la caccia alle risorse è il vero problema.  Finora i 6-7 miliardi disponibili offrono una coperta molto corta e gli spazi cui si guarda per allargarla consentirebbero di arrivare a coprire solo metà dell'intera legge di bilancio. Una strada dunque in salita, che potrebbe essere resa più ardua da diverse variabili, dall'andamento dell'economia al negoziato in Europa sul nuovo Patto di stabilità, fino alle pressioni dei partiti per inserire le proprie misure bandiera. “Basta con questo sventolare di bandierine” ha detto ieri Maurizio Lupi, il leader di Noi Moderati, la quarta gamba della coalizione di maggioranza, la più ignorata, che assiste ogni volta di più perplessa ai duelli tra Lega e Forza Italia per dimostrare chi conta di più.   

Uno dei temi che stimola particolarmente gli appetiti dei partiti è quello delle pensioni. Al momento si studiano solo piccoli aggiustamenti all'esistente, mentre dovrebbero essere rinviati gli interventi più costosi. Quindi si va verso la proroga di Quota 103 e l'Ape sociale per i lavoratori disagiati, mentre si guarda ad aggiustamenti per Opzione donna allargandone la platea (anche se spunta l'ipotesi di cancellarla del tutto, inglobandola nell'Ape sociale). Ma la Lega, dovendo rinunciare a 'Quota 41' secca, punta su una versione ridotta con un sistema esclusivamente contributivo, magari per un solo anno. Forza Italia invece lavora non solo a replicare l'innalzamento delle minime a 600 euro per gli over 75, ma ad alzare l'asticella a 700 euro, con l'obiettivo di portarle progressivamente a 1.000 euro entro la legislatura. 

Il capitolo pensioni rischia di essere complicato anche in termini economici. A parte gli 1,2 miliardi per Quota 103 e i 210 milioni per portare le minime a 600 euro, resta da affrontare il nodo della rivalutazione degli assegni: l'anno scorso è stata tagliata per fasce a partire dagli assegni oltre quattro volte il minimo e quest'anno, mantenendo lo stesso criterio, l'intera operazione potrebbe valere oltre 13 miliardi.  

Il taglio delle tasse   

Altra voce pesante è il rinnovo del taglio del cuneo contributivo, per il quale servono 9-10 miliardi solo pr confermare il taglio del 2023 che riguarda 14 milioni di persone con rediti fino a 35 mila euro. Ci sono poi le spese indifferibili (6 miliardi, ad esempio l’Ucraina), l'avvio della riforma Irpef (servono almeno 4 miliardi), oltre alla proroga della tassazione agevolata sui premi di produttività e i fringe benefit (1-2 miliardi), delle agevolazioni sui mutui prima casa per i giovani, la detassazione delle tredicesime, l'avvio del ponte sullo Stretto. E poi tutto il pacchetto famiglia, per il quale si studiano aiuti per i nuclei con 3 figli, agevolazioni per chi assume mamme, bonus secondo figlio; mentre potrebbe richiedere più tempo il quoziente familiare. “Con un quoziente di nascite così basso, nessun sistema pensionistico potrà reggere” ha lanciato l’allarme il ministro Giorgetti dal palco di Rimini che ospita il meeting di Cl.  

Cosa c’è in cassa  

Un ricco elenco di interventi che deve però fare i conti con entrate limitate. Al momento ci sono i 4,5 miliardi in deficit ricavati dal Def (se il pil darà conferme restando sul +1%), i 300 milioni di spending e i due miliardi attesi dalla tassa sugli extraprofitti sulle banche. Che potrebbe rivelarsi un bluff: Forza Italia e Noi Moderati, per restare al recinto della maggioranza, chiedono modifiche. Tra queste c’è che la tassa una tantum potrebbe trasformarsi in un prestito forzoso che sarà restituito con credito di imposta. Altro che Robin Hood nella foresta di Sherwood.  

Altri 4-8 miliardi potrebbero arrivare dalla riforma fiscale tra potatura delle agevolazioni ed effetti del rapporto collaborativo tra fisco e contribuente. Ma anche così si arriverebbe a metà delle risorse necessarie.  

Che fare quindi? Il tempo è poco, le idee anche, il potere di interdizione delle lobby altissimo. Tajani parla oggi di vendita dei porti, sindacati e opposizioni dicono no perchè i porti rendono, hanno bilanci in positivo, fino a prova contraria. “Emergono segnali inquietanti” avverte il M5s. “Mancheranno le risorse per rafforzare la sanità, investire sulla scuola” segnala Avs. “Mancano 30 miliardi", quantifica il leader di Iv Renzi, che all'orizzonte vede "solo tagli”. C’è da chiedersi, ad esempio, perchè invece di ipotizzare la vendita dei porti, la maggioranza non abbia provveduto a fare una vera legge sulla concorrenza che tra concessioni balneari, concessioni degli ambulanti, concessioni estrattive (come il marmo a Carrara in mano a pochi gruppi che pagano nulla), concessioni dei taxi e del trasporto pubblico, avrebbero consentito di fare già, in questo anno, molta cassa. E avrebbe assicurato un gettito certo anche nei prossimi anni.  

Le missioni internazionali, unico rifugio  

Giorgia Meloni archivia le vacanze, saluta il portavoce Sechi, rafforza i poteri di comunicazione del sottosegretario Fazzolari e rimette la testa sui tanti dossier aperti. Ha due missioni internazionali molto importanti a settembre - il G20 in India e le Nazioni Unite  - e tra la fine di settembre e i primi di ottobre deve portare la Nota di aggiornamento in Parlamento (Nadef, per la cui approvazione serve la maggioranza assoluta) e consegnare la legge di bilancio (entro il 10 ottobre). La premier riapre il palazzo e l’ufficio dopo 21 giorni di riposo e si ritrova alcune sfide che non aveva preventivato. Almeno, non di questa gravità. 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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